La nave maledetta

La nave maledetta

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Il terzo capitolo dedicato da Amando de Ossorio ai resuscitati ciechi, La nave maledetta, è anche il più debole dell’intero lotto, a rischio scult in più di un’occasione. Un’operazione d’altri tempi, che mette in scena un orrore senza via di fuga. Al Torino Film Festival.

Il vascello fantasma

In quello che molti appassionati considerano il più sorprendente dei quattro film della serie dei Resuscitati ciechi, Maria Perschy e Jack Taylor sono i protagonisti di una spaventosa storia ambientata su una barca carica di modelle in costume da bagno che scoprono un misterioso vascello fantasma. Ma il galeone trasporta le bare dei satanici templari, zombie senza occhi che cacciano gli uomini attirati dal suono del battito del cuore. Riusciranno le terrorizzate ragazze a vincere i loro desideri più nascosti e a fuggire all’insaziabile fame dei resuscitati ciechi? [sinossi]

Al terzo capitolo la saga dedicata ai resuscitati ciechi inverte almeno all’apparenza la rotta. Nel vero senso della parola. In luogo dei villaggi secolari ancora dominati dalla superstizione Amando de Ossorio porta i suoi templari ritornanti dall’Inferno a bordo di un vascello, quasi a voler sposare l’horror con il film storico e perfino con l’immaginario piratesco. Un mix a dir poco ardito. Nasce così La nave maledetta, penultimo appuntamento con i terrificanti resuscitati ciechi che raggiunse le sale spagnole nel settembre del 1975, dopo una lunga battaglia con i responsabili della censura franchista; il dittatore sarebbe morto in capo a un paio di mesi, ma la sua longa mano era ancora in grado di dettare legge, anche sul mondo dell’arte. Amando de Ossorio anche in fase di ripresa aveva cercato di lavorare con il Portogallo, dove dall’aprile del 1974 il governo fascista di Marcelo Caetano – successore di António de Oliveira Salazar, morto nel 1970 – era stato rovesciato dalla cosiddetta Rivoluzione dei Garofani. Alla fine comunque anche La nave maledetta, come i suoi due predecessori, ottenne il diritto di venire proiettato sugli schermi spagnoli, per poter spaventare una volta di più un popolo che si stava risvegliando dal coma indotto dal regime politico.

Si citava dianzi il particolare gioco d’incastri che de Ossorio mette in scena, nel tentativo di rivitalizzare una saga a forte rischio ripetizione. Lo schema dopotutto è sempre lo stesso: un gruppo di persone si ritrova a tu per tu con i templari accecati e arsi vivi secoli or sono, e cerca inutilmente di sfuggire alle loro spade infernali. L’idea di abbandonare la terraferma sembra quasi una dichiarazione di resa di fronte all’impossibilità reale di smarcarsi da una replica pressoché infinita delle medesime situazioni. Non che sul vascello le cose vadano poi molto diversamente: le improvvide modelle – la bellezza femminile è uno dei canoni di riferimento più persistenti all’interno della saga, quasi che la sessualità risvegli in modo ancora più forte la sete di sangue dei demoni – salgono a vero e proprio sprezzo del pericolo su un vascello cinquecentesco su cui non metterebbe piede nessun essere umano sano di mente, e quando i resuscitati ciechi appaiono non trovano nulla di meglio da fare se non urlare e mettere in pratica goffi tentativi di fuga.
All’interno di una tetralogia che non fa certo della logica e del senno il suo principale punto di forza – anzi, questo è un vero e proprio eufemismo –, La nave maledetta svolge il compito del capitolo più folle, bislacco e di difficile catalogazione. Il che è davvero tutto dire.

Dopotutto l’interno impianto narrativo del film si basa su un contrasto forte e netto. Ai catacombali ed efferati scheletri che furono templari si contrappone il mondo della pubblicità, con le sue modelle e i colori sgargianti. Il moderno che si ritrova a tu per tu con la maledizione ancestrale e non può far altro che soccombere. L’ennesima declinazione, a ben vedere, della riflessione sul contemporaneo – e sulla Spagna del boom economico – impressa a fuoco nella filmografia orrorifica di de Ossorio. Ovviamente il consiglio, sempre valido quando si va a parlare della tetralogia dedicata ai resuscitati ciechi, è quello di non perdere troppo tempo a cercare logica all’interno della narrazione. Va detto che La nave maledetta, nel suo strano apparentamento tra generi e suggestioni così diversi tra loro, fatica maggiormente a trovare un proprio senso immaginario, finendo per mettere in atto una sequela di omicidi tutti uguali a loro e perfino prevedibili – nonostante il nonsense imperante.
A riscattare almeno parzialmente il film irrompono un maggior coraggio da parte del regista nel mostrare (La nave maledetta contiene la sequenza più sanguinolenta dell’intera saga), e soprattutto uno splendido finale, forse formalmente il momento più alto della trilogia, o almeno il più memorabile. Una sequenza in cui si torna alla spiaggia, alla terra, e dove viene dimostrato in maniera incontrovertibile come sia impensabile e impossibile sfuggire alle grinfie dei templari, impossibilitati a vedere ma capaci di sentire anche il più sommesso respiro. In quell’ultimo scannamento si avverte il respiro di un cinema indomito, libero e crudele. O forse crudele perché davvero libero. In attesa della fine, che arriverà con La notte dei resuscitati ciechi.

Info
La scheda de La nave maledetta sul sito del TFF.
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