Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam

Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam

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Al Torino Film Festival rivive uno dei film più misconosciuti e potenti di Ettore Scola. Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam getta uno sguardo sulle fabbriche in subbuglio dopo il Sessantotto, e sulla difficile condizione di vita degli emigrati dal sud Italia. Un’opera nata in seno al Partito Comunista, che guarda a Marx e alla lotta di classe cercando e trovando uno stile battagliero.

La questione meridionale

Fortunato Santospirito è un giovane che da Trevico emigra nel Nord a Torino, dove gli hanno promesso un lavoro alla Fiat. Con taglio documentaristico, il film segue l’intrecciarsi delle vicende umane e politiche con cui il protagonista è costretto quotidianamente a misurarsi: l’alloggio, il razzismo, il lavoro, la nascita di una coscienza della propria realtà di sfruttato, l’amore esaltante e amaro e la necessità – tra delusioni e contrasti – di proseguire la battaglia in fabbrica per la difesa della propria dignità. [sinossi]

In molti hanno dimenticato Trevico-Torino. Anche quando Ettore Scola è morto, poco meno di tre anni fa, la stragrande maggioranza della critica e del giornalismo italiano si sono fermati a citare i capolavori conclamati della sua filmografia, da C’eravamo tanto amati a Dramma della gelosia, da Brutti, sporchi e cattivi a La terrazza e Una giornata particolare. I più arditi sono andati a ricordare il sublime Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, dissacrante lettura del cinema coloniale e sbeffeggiamento del mondo movie. Ma in pochi hanno dimostrato reale dimestichezza con il cinema di Scola. Perché la lettura dei titoli sopracitati risulta in qualche modo monca senza la scoperta o riscoperta de Il mondo nuovo (La nuit de Varennes, forse il film più coraggioso del regista), La più bella serata della mia vita o, per l’appunto, Trevico-Torino. Un film che merita un approfondimento a parte, e che sembra parlare forse più di altri all’oggi, e alle lotte (non) messe in atto contro l’ideologia dominante. Anche per questo appare particolarmente giusto aver restaurato il film, a quarantacinque anni dalla sua realizzazione, e averlo programmato all’interno del Torino Film Festival. Un festival che mantiene ancora il Premio Cipputi, dedicato al miglior film tra quelli che si concentrano sulle tematiche lavorative, e che si svolge nel cuore dell’industria nazionale, con il mito della FIAT duro a morire, o a essere anche solo messo in discussione.

È un film apertamente operaista, Trevico-Torino. Un film operaista e sindacale. Un film che sceglie una parte e lo fa con nettezza fin dalla sua genesi. La produzione è quella della Unitelefilm, sorta in seno al PCI e all’epoca all’opera nel campo del documentario, sempre incentrato sui temi caldi della lotta politica del periodo. L’impostazione marcatamente ideologica, o meglio ancora partitica – anche Trevico-Torino si muove nel campo della propaganda nei confronti del Partito Comunista, com’è ovvio che sia – non impedisce però lo sguardo a trecentosessanta gradi su un cosmo, come quello operaio, del tutto abbandonato dai media nazionali. Neanche l’autunno caldo, neanche l’emancipazione politica sessantottina è riuscita a smuovere nel profondo l’attenzione pubblica nei confronti delle rivendicazioni operaie. Un film come Trevico-Torino, che può fregiarsi di uno dei nomi fondamentali del cinema italiano del periodo (le commedie di Scola, forse è giusto ricordarlo, si dimostravano spesso grandi successi commerciali), si muove in direzione opposta. Attraverso il racconto di Fortunato, giovane che emigra da Trevico, piccolo paese irpino, per andare a lavorare alla Fiat torinese, Scola racconta un paese che ha subito il boom economico più di viverlo. “Finì la guerra e scoppiò il dopoguerra”, sentenziava Stefano Satta Flores in C’eravamo tanto amati, e il concetto non si sposta poi di molto.

Nella Torino ultramoderna dei primi anni Settanta, mentre si costruisce una monorotaia che da sola costa un miliardo (mentre un operaio trova in busta paga al massimo un milione all’anno), la gente passa la notte nella stazione, chiama “stanza” capannoni per il carbone, va a mangiare nelle mense delle parrocchie. Una vita passata a lavorare, per un progresso della nazione dal quale l’operaio e l’operaia non trarranno mai godimento. Le classi subalterne vengono solleticate, ma a loro non arrivano altro che le briciole.

Non è certo casuale che il sottotitolo di Trevico-Torino sia Viaggio nel Fiat-Nam. Il parallelismo tra il lavoro in fabbrica e l’aggressione imperialista degli Stati Uniti nei confronti del Vietnam – che proprio l’anno prima ha visto la sua conclusione, dopo un decennio di massacri di contadini – può apparire irriverente, ma ha una potenza e una chiarezza d’intenti inequivocabile. La fabbrica usura e massacra. Solo la lotta sindacale e di piazza, promossa anche da un prete nelle prime sequenze del film, ha senso. Solo attraverso la lotta di classe e la coscienza operaia si può non solo raggiungere l’obiettivo (che rimane nel corso del film una chimera) ma soprattutto trovare dignità nella vita.
Il personaggio di Fortunato, che permette a Scola di muoversi con estrema agilità tra la narrazione classica e lo sguardo documentario, vive un percorso di crescita continuo, che parte dalla presa di posizione accanto ai derelitti della città e poi si muove, anche attraverso la conoscenza dei compagni, nel sottobosco operaio. Il suo percorso di formazione è quello di una classe sociale che deve imparare a lottare per ciò che gli è dovuto. Fortunato è l’emblema del comunista secondo Scola: è onesto, fiero della sua classe sociale, solidale, vuole accrescere la sua istruzione, combatte i padroni senza tentennamenti. Ha bisogno di vivere le esperienze per conoscere e capire come lottare. La ragazza che conosce e di cui si innamora è parte del suo percorso di crescita, alla fine del quale deve capire che il cosiddetto operaio modello è proprio il primo nemico della classe operaia. O meglio, il secondo nemico. Perché il primo è sempre il padrone.

Proprio per non scendere a patti con la FIAT la macchina da presa di Trevico-Torino (un agile e combattivo 16mm) si ferma sempre ai cancelli della fabbrica. Ciò che avviene dentro è narrato grazie a laconici cartelli tra una macro-sequenza e l’altra. La vita operaia emerge grazie alle molte interviste documentarie che Scola intesse nel racconto, e che nessuno prima di lui aveva inserito in una produzione che non si fermasse alle sezioni di partito. Con grande acutezza il film si addentra anche nella galassia comunista, tra aderenti al PCI e giovani più attratti dalle posizioni di Lotta Continua.
Nella fuga finale di Fortunato, oramai completamente cosciente del tradimento della causa operaia di un paese che ha scelto l’industrializzazione solo per accrescere il potere economico di chi gestisce la filiera, c’è la disperazione di un mondo che non accetta però in maniera prona lo stato delle cose. Anche se la soluzione scelta può apparire drastica o poco funzionale alla lotta. Ettore Scola, che a Trevico nacque nel 1931, firma uno dei fiammeggianti film operaisti italiani, raccontando il momento storico ma costruendo una grande mappatura delle distorsioni delle informazioni “ufficiali”. Un’opera diatonica e potente. Nel 1973 come oggi, con il mondo del lavoro precarizzato e le lotte balcanizzate e ridotte progressivamente al silenzio politico e mediatico. Senza più neanche la Unitelefilm…

Info
Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam, la scheda sul sito del TFF.
  • trevico-torino-viaggio-nel-fiat-nam-1973-ettore-scola-recensione-01.jpg

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