Isabelle

Isabelle

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Opera terza di Mirko Locatelli, Isabelle abbina il passo di un simulato “cinema del reale” a una struttura narrativa fortemente finzionale, tra dramma morale e melodramma. Il risultato è stridente, irrisolto, ambizioso ma debole. Ariane Ascaride come protagonista.

Tout va bien

Francese trapiantata a Trieste, Isabelle è un’astronoma in contatto costante col lontano figlio Jérôme, che è in attesa di diventare padre. I due si adoperano in realtà per tenere nascoste le loro responsabilità riguardo a un incidente d’auto in cui si sono macchiati di omissione di soccorso e in cui una ragazza ha perso la vita, mentre il fratello di questa, Davide, è sopravvissuto ma è rimasto gravemente ferito. Lungo un’estate scandita nei suoi quattro mesi, Isabelle inizia a fare visita a Davide in ospedale senza rivelargli la sua vera identità. Inizialmente Isabelle si propone al ragazzo per aiutarlo nella preparazione di alcuni esami, poi il rapporto tra i due assume contorni imprevedibili… [sinossi]

Strani incroci tra forme di cinema. Isabelle, opera terza di Mirko Locatelli, adotta per lunghi tratti il passo del “cinema del reale” cucendolo però su attori di varia formazione, dove a fianco dell’altamente referenziata Ariane Ascaride e del funzionale Robinson Stévenin (visti entrambi qualche mese fa sugli schermi italiani in La casa sul mare di Robert Guédiguian, che qui figura tra i produttori) trova posto in ruolo di coprotagonista l’assoluto esordiente Samuele Vessio, che sembra esser stato scelto proprio per la sua totale ingenuità attoriale. Così la Ascaride si muove in un contesto di voci, ambienti e movimenti “reali”, cercando di adattare il suo robusto profilo professionale a una serie di consueti escamotage stilistici che allentino quanto più possibile l’artificio delle convenzionali strutture narrative del cinema scritto: long take, pedinamento, registrazione dell’inessenziale, allineamento di azioni e parole ripetitive in cui la struttura di genere resta visibile ma disciolta in un flusso volutamente indeterminato. Perché l’ossatura narrativa, di contro, pulsa di dramma morale e più avanti di melodramma, con qualche ambizione pure di tragedia. Una tragedia dove per l’appunto la violenza è rimossa, sempre in potenza ma mai veramente esplosa (accade solo in prefinale, alla resa dei conti), con pieno intento di rifuggire dall’evidenza narrativa verso una più sottile tragedia interiore, quella della coscienza, del senso di colpa, dell’ipocrisia, della spietata autoconservazione.

In tal senso, sarebbe interessante indagare sui metodi di realizzazione, a cominciare dal lavoro di sceneggiatura. Come cioè sia stato usato al momento delle riprese ciò che si è preventivamente messo nero su bianco in fase di scrittura, e come questo sia stato modellato nel lavoro con gli attori. Così come si mostra da prodotto finito, Isabelle lascia davvero chi vede preda di effetti stridenti; spesso il racconto dell’inessenziale che cela il lavorio (e logorio) delle coscienze è risolto con soluzioni scolastiche e di servizio, e si percepisce una gran fatica narrativa nel veicolare il pulsante contenuto drammatico attraverso un andamento volutamente lasco e divagante. A fronte di un generale allentamento dei ritmi, la richiesta di sospensione dell’incredulità sottoposta allo spettatore è talvolta consistente, da puro e conclamato melodramma nutrito di trame fatalmente intrecciate – vedasi la decisiva coincidenza, all’esordio, tra gli esami da preparare di Davide e la professione di Isabelle, che da subito lega i due personaggi in un destinico groviglio. Se comunque per circa metà del racconto si sta volentieri al gioco tra reale e convenzione imbastito da Locatelli, l’accordo si rompe definitivamente nell’ultima sezione, quando l’incontro tra Isabelle e Davide si tramuta in un gioco volenterosamente crudele di seduzione e vendetta sullo sfondo di un melodramma decadente, allentato quanto si vuole, ma esposto al rischio effettivo del ridicolo involontario. Oltretutto, nell’economia globale del racconto si tratta pure di un giro di vite non necessario; l’attento studio di un senso di colpa, di una coscienza e delle sue derive nel patetico tentativo dell’autoconservazione costituiva già di per sé materia corposa e più che sufficiente per il cauto sguardo indagatore di Locatelli, che pure mostra una certa sensibilità nel seguire i suoi protagonisti in continuità, sempre sulla soglia di una realtà banale che nasconde responsabilità schiaccianti nel fluire della vita.

Tuttavia, le maggiori debolezze del film risiedono proprio negli affondi narrativi che vorrebbero fare da cornice significante, a cominciare dalla professione di Isabelle, troppo specifica per essere casuale e interscambiabile con qualsiasi altra. Il suo quotidiano dibattersi con questioni di fisica e astronomia corrobora il suo profilo di donna rocciosamente razionale, protesa allo stretto controllo di realtà e affetti del suo mondo, ma è condotto in scena tramite sequenze spesso scolastiche, sorrette a dialoghi pretestuosi, dove per l’appunto quel continuo scivolamento tra “drammaturgia antidrammatica” e messinscena finzionale svela le sue falle più evidenti.
Basti pensare al personaggio dell’amica e collaboratrice Anna, ridotta, in tale panorama di antidrammaturgia, a mera funzione narrativa, una testimone senz’anima piazzata nel racconto per profilarsi quasi solo come necessario innesco per lo svelamento della verità. Così come si rileva anche una gratuita zeppa narrativa, la bisessualità di Jérôme, accennata in un flirt con un ragazzone che si occupa delle vigne, un totale vicolo cieco che non ha più alcun riscontro nel racconto.

In sostanza, da Isabelle si ricava spesso l’impressione che l’applicazione di una sceneggiatura a una messinscena così libera e indeterminata finisca per svilire la messinscena stessa. Se si vuole fare anche melodramma, è dura liberarsi dagli stratagemmi del colpo di scena, e se il colpo di scena irrompe tramite un innesco banalissimo, è difficile stabilire, nelle modalità scelte da Isabelle, dove finisca l’intento antidrammatico e inizi la goffaggine, dove stia il confine tra voluto allentamento narrativo e puro e semplice problema di sceneggiatura.
Lo stesso accade riguardo agli attori. Per quanto Ariane Ascaride e Robinson Stévenin si profondano in un tentativo di destrutturazione, la loro resta comunque una destrutturazione attoriale per forza di cose altamente strutturata. Sono attori professionisti, di lungo corso e di ottima formazione, per cui la loro ricercata spontaneità in scena è frutto di un lavoro di decostruzione di se stessi, del proprio talento ed esperienza, che restano comunque come risorsa per inscenare la spontaneità stessa – vedasi, uno per tutti, la loro lite in mezzo alla campagna. Diverso è il caso dell’attore totalmente naïf come Samuele Vessio, che probabilmente in un film animato solo da attori non professionisti sarebbe risultato anche del tutto funzionale. Qui, invece, al confronto con attori così scafati sembra piovuto dal cielo, e di fatto si crea uno iato di qualità attoriale così evidente da far pensare che nella stessa inquadratura si stia assistendo a due film diversi in contemporanea.
Restano certo alcuni punti a favore, a cominciare dalla spigliata naturalezza di un film plurilingue che per una volta riesce anche a dribblare l’artificiosità delle ambientazioni forzatamente italiane in nome della Film Commission di turno. La collocazione nella Venezia Giulia è funzionale e non troppo forzata – un’insegnante/professionista francese fuori sede ci può stare, ed è un pregio da riconoscere a Mirko Locatelli il rifiuto dell’effetto-cartolina, poiché degli scorci più noti di Trieste si vede gran poco, mentre perlopiù ci si concentra sulle campagne e colline della regione riprese con effetto “prezioso” ma non ostentato. Purtroppo però Isabelle assume i contorni, in definitiva, di un esercizio di stile anche meno rigoroso di quanto vorrebbe, sbilenco, slabbrato, con molte facilonerie di sceneggiatura. Ed è un peccato, perché le buone intenzioni di partenza restano del tutto percepibili.

Info
Il trailer di Isabelle.
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