Der Wille zur Macht

Der Wille zur Macht

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Der Wille zur Macht è uno dei titoli che compongono la selezione di “Apocalisse” all’interno della sezione TFFdoc del Torino Film Festival. Diretto da Pablo Sigg nel 2013 il film si inoltra nella foresta paraguayana per riprendere i fratelli Friedrich e Max Josef Schweikhart, ultimi sopravvissuti di una colonia ariana fondata nel 1886 da Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del filosofo tedesco. Un film sull’interstizio tra la fine di un mondo e l’inizio di un altro…

Umano, troppo umano

Max Josef e Friedrich Schweikhart sono gli unici superstiti di una colonia, fondata nel 1886 nelle selvagge foreste del Paraguay da quattordici famiglie tedesche di razza ariana. L’esperimento, voluto dalla sorella di Nietzsche, Elisabeth, e da suo marito Bernhard Föster, era finalizzato a realizzare una comunità “utopica” basata sulla razza e chiamata “Nueva Germania”: a distanza di quasi un secolo e mezzo, i due fratelli vivono pressoché isolati e tagliati fuori dal mondo. [sinossi]

Quel che impressiona nel bellissimo lavoro dell’artista messicano Pablo Sigg non è neppure, o comunque non solo, l’affascinante e incredibile vicenda attorno cui ruota Der Wille zur Macht (ossia “la volontà di potenza”), di per sé sufficiente a destare quanto meno curiosità: nel 1886 la sorella del filosofo tedesco Nietzsche, Elisabeth, e suo marito Bernhard Föster decisero infatti di lasciare la Germania assieme a quattordici famiglie per fondare una colonia puramente ariana nelle foreste del Paraguay. Il “sogno” dei due coniugi antisemiti nasce da una fantasia, da un’intuizione (se così vogliamo chiamarla) del compositore Richard Wagner, che riteneva auspicabile realizzare in Sud America quella che sarebbe stata la “Nuova Germania”, una comunità basata sulla razza e destinata, ovviamente, ad espandersi e prevalere. Di questa rimossa avventura oggi restano invece solo i volti primitivi dei fratelli Schweikhart, unici sopravvissuti della folle colonizzazione (abbandonata ben presto da Elisabeth Nietzsche, tornata in Germania in seguito al precoce suicidio del marito), che vivono come bestie nella proprietà originariamente comprata dai loro nonni, dove lentamente tutto sta andando in rovina. I due, ormai anziani, si nutrono solo dei frutti spontanei della terra, non usano elettricità né denaro, hanno perso la dimestichezza con la lingua d’origine (un dialetto sassone ormai smarrito nella memoria) che ha lasciato il posto alla lingua indigena che parlano, e possiedono solo tre libri lasciati dagli “avi”: una Bibbia luterana, la grammatica tedesca e la versione assemblata da Elisabeth Nietzsche de La volontà di potenza. Solo uno di loro sa leggere, e con sempre maggiori difficoltà, mentre parlano dei loro antenati chiamandoli “il popolo perduto”.

Der Wille zur Macht svetta però non tanto e non solo, appunto, per l’individuazione di una storia apocalittica e dimenticata, dal sapore ovviamente prenazista ma pure squisitamente positivista, figlia di un tempo in cui l’esperimento sociale pareva un razionale preludio a una possibile evoluzione dell’umano. La cosa che rende Der Wille zur Macht un film di preziosa sperimentazione è che, nel mostrarci i fratelli Schweikhart (che piacerebbero senz’altro anche a Werner Herzog), Pablo Sigg realizza una riflessione sui sistemi di segni e sulle loro modalità rappresentative. Che utilizza, deliberatamente, in maniere chiare e peculiari. Tutto ciò che ci permette di contestualizzare le immagini che ci verranno mostrate è infatti scritto sullo schermo: la scrittura è, in Der Wille zur Macht, quel che consente di discernere la storia, il mezzo senza il quale non avremmo gli strumenti per dare forma logica a quel che vediamo. Al tempo stesso la scrittura è però l’alienazione, la differenza, il tradimento maggiore del vissuto, dei volti e della materialità che vedremo nel film. Perché, raccogliendo “a distanza” i giorni e le vicende della colonia ariana e degli Schweikhart, la linearità non restituisce quella connotazione espressiva, sintetica ed esistenziale che, nel film, è data dalla dimensione visiva. Sprofondando in un primitivismo che non era certamente contemplato dai loro nonni, i fratelli Max Josef e Friedrich non sanno infatti praticamente più leggere: il segno scritto è lontano dalla loro esperienza e dalla loro forma di vita. La scrittura, quindi, è ciò che costruisce il significato e ciò che tradisce maggiormente il “darsi” del mondo. Se lo spettatore riceverà informazioni fondamentali tramite la scrittura (che però non esprime qui nulla di emozionale), non riuscirà però a comprendere nulla della lingua parlata dai fratelli, che Sigg sceglie di non tradurre, quasi a dire che la parola è differente dalla lingua, dalla struttura e dal codice. I fratelli parlano, mugugnano e soprattutto sono tra loro in relazione, ma questa relazione è per noi misteriosa quanto quella di popoli o gruppi di cui non possediamo la chiave d’accesso. Lo spettatore percepisce d’altro canto nella dimensione visiva la qualità sensibile dell’esistenza dei due fratelli, ma anche in questo caso Sigg pone un “limite” rappresentativo. Pre-umani o post-umani, animaleschi o semplicemente contadini di un altro secolo, i due vengono ritratti raramente dal regista a “misura d’uomo” o in un’azione compiuta senza essere interrotta. Sigg preferisce infatti mostrare, con lunghe riprese talvolta circolari, il terreno o ciò che è per terra, dalle foglie agli utensili che si arrugginiscono, in una carrellata di nature morte. La videocamera è posta ad altezza dei busti, difficilmente dei volti, e coglie i personaggi mentre svolgono attività quotidiane come raccogliere e selezionare la verdura o mentre mangiano, in una scena splendida e vertiginosa: l’impossibilità di una comprensione totale e non mediata di ciò che è, lo scarto implicito nel fatto stesso di “rappresentare”, sono in questo caso segnalati dall’interruzione del pasto dei due fratelli, che è intervallato da semplici inquadrature nere. Anche l’immagine, che comunque è in grado di riprodurre ciò che accade davanti agli occhi, è inevitabilmente interrotta, non può restituire il totale, che infatti nel film c’è solo una volta in una ripresa notturna della casa dei fratelli, avvolta dalle tenebre, in cui si vede solo la porta illuminata. In questa riflessione sulla complessità dei segni, dei loro limiti e delle loro potenzialità, il cinema è la risultante incerta di molte dimensioni. Il miracolo della riproducibilità tecnica, con cui Der Wille zur Macht si chiude terminando con la stupefacente scena in cui i due fratelli Schweikhart scoprono “le virtù” di una macchina fotografica digitale (in grado di mostrare su un piccolo schermo quello che loro stessi possono vedere e riconoscere), è un interstizio capace di cogliere il primitivo là dove la scrittura lo perde e di codificare quasi immediatamente una percezione condivisa. È uno strano mondo ibrido che pare sorprendere molto Max Josef e Friedrich.

Al di là dell’incredibile e triste storia dei fratelli Schweikhart e dei loro avi “snaturati”, Der Wille zur Macht si impone quindi per le modalità di “messa in scena” ossia per la resa linguistica del materiale che riporta, esprime, riproduce. Un film di sperimentazione, prima ancora che un documentario, in cui non ci sono interviste, spiegazioni, palesi conclusioni. Ma in cui protagonisti, assieme ai due sopravvissuti, sono i sistemi stessi di interpretazione e lettura di ciò che è visibile e narrabile, di ciò che è decodificabile, di ciò che non è ancora reso significato. Sigg inserisce, poi, tre frammenti totalmente extradiegetici: uno è un tratto dal film Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, un altro è una ripresa di Louis-Ferdinand Céline nel 1961 (anno della sua morte), l’ultimo è una ripresa dei Bororo dagli studi di Lévi-Strauss. Inoltre, al di là delle lettere di Nietzsche alla sorella e di Wagner, è citata l’Odissea (quando Ulisse parla dei Lotofagi). Il punto è che non può esistere un reale superamento dell’umano senza la sparizione dei linguaggi. Incapaci di cogliere una totalità, eppure connaturati a questo strano essere che siamo e resteremo, fossimo pure gli ultimi uomini della terra. E, forse, l’aspetto extrafilmico più bizzarro dell’intera faccenda è che dopo il primo lavoro con i fratelli Schweikhart, Pablo Sigg ha girato un secondo film con loro, Lamaland (Teil I) (quest’ultimo in 35mm). In Der Wille zur Macht il loro divertimento di fronte alle riprese in digitale è in effetti molto promettente.

Info
La scheda di Der Wille zur Macht sul sito del Torino Film Festival.
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