Nervous Translation

Nervous Translation

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Nervous Translation è il secondo lungometraggio da regista per Shireen Seno, nata e cresciuta in Giappone ma di origine filippina. Un lavoro che si interroga su una nazione in eterna diaspora, sulla dittatura, e sulla solitudine. In concorso al Torino Film Festival.

In attesa del tifone

1988, Filippine post dittatura. Yael ha otto anni, è estremamente timida e vive isolata nel suo mondo. Lasciata sola mentre la madre lavora in una fabbrica di scarpe, prepara per sé pasti in miniatura con la sua cucina giocattolo. La sera, quando la madre termina la lunga giornata di lavoro, Yael guarda con lei le soap opera, vivendo così i rari momenti di reciproco contatto fisico. La presenza del padre è percepita solo attraverso la sua voce, grazie alle audiolettere incise su nastro inviate dall’Arabia Saudita. [sinossi]

Nervous Translation propone un incipit folgorante, il ritorno a casa da scuola della piccola Yael, che di fatto resterà l’unica protagonista dell’intero film: inguainata nella divisa scolastica, si toglie non troppo accuratamente le scarpe – che poi però pulisce con delle salviette – e i calzini, e si prepara un mini-pranzo con una di quelle cucine giocattolo onnipresenti nelle pubblicità degli anni Ottanta. Nelle Filippine come nel resto del mondo, a quanto pare. Già, perché per la sua opera seconda (l’esordio, Big Boy, si segnalò nel 2013 nel circuito festivaliero internazionale anche per via dell’utilizzo del Super-8) Shireen Seno ha deciso di raccontare le Filippine a ridosso della caduta di Marcos. È il 1988, Marcos è in esilio da due anni e morirà a Honolulu nel settembre dell’anno successivo. Le Filippine sono di fronte a una svolta, per lo meno apparente, ma sono comunque una nazione segnata in maniera profonda, e forse irrecuperabile, da una diaspora umana che ha sparso i suoi cittadini in giro per il mondo, senza nessun contatto reale con i propri affetti familiari. Anche il padre di Yael è partito e lavora all’estero: per mantenere un flebile rapporto con la moglie e la figlia invia dall’Arabia Saudita delle audiocassette su cui ha registrato la propria voce. Yael le ascolta in maniera ossessiva, sistema il nastro magnetico con l’aiuto di una penna e le riascolta una volta di più. Conosce a memoria le parole del padre, al punto da poterne imitare la voce quando per errore cancella una parte della cassetta.

Seno costruisce una narrazione basica, che non si affida alla logica e allo sviluppo cronologico per cercare di raccontare lo spaesamento di una bambina praticamente abbandonata a se stessa – la madre rincasa tardi dal lavoro e l’unico momento che le due passano insieme è sul divano, davanti a una soap opera al limite del ridicolo; la bimba accarezza i capelli della madre e le stacca i capelli bianchi che iniziano a formarlesi in testa – ma preferisce giocare sui dettagli, sulle reiterazioni, sugli schemi fissi. Ecco dunque che vengono messi in fila alcuni elementi chiari e che attraverseranno l’intera durata del film: la bambina che gioca con la cucina in miniatura, la soap in televisione, le audiocassette registrate dal padre, la madre sdraiata sul divano, un paio di telefonate di Yael con un compagno di scuola.
Tutto molto chiaro, anche nella sua portata metaforica, così com’è palese il parallelo tra le Filippine sotto il giogo della dittatura di Marcos e quelle attuali, con il presidente Duterte sempre più proteso a una gestione muscolare e anti-dialettica della cosa pubblica. L’aspetto in cui Nervous Translation mostra le sue debolezze è forse proprio questa eccessiva chiarezza: laddove la talentuosa regista, che conferma doti non comuni nella messa in scena coadiuvata da ben tre direttori della fotografia (Albert Banzon, Jippy Pascua, Dennese Victoria) e dal collega John Torres al montaggio, ama spiazzare il proprio pubblico, giocando sul non visibile ed evitando accuratamente qualsiasi spiegazione eccessivamente didascalica, il film non sembra mai davvero scendere in profondità.

Tutto resta in superficie, in Nervous Translation, come bidimensionali sono la già citata soap ma anche la delirante pubblicità giapponese della penna che tanto appassiona Yael. Un riferimento in parte autobiografico, visto che Shireen Seno è a sua volta figlia di emigrati, nata e cresciuta a Toronto. E se si apprezza l’utilizzo degli utensili e delle scenografie, sempre vitali e mai banali, si fatica a non provare un po’ di stanchezza con il procedere del racconto, sempre identico a sé, ma non per questo in grado di stratificarsi e di acquisire un reale valore simbolico.
Nelle Filippine dissociate e solitarie sul finire degli anni Ottanta è un gigantesco tifone a riportare il senso delle cose: l’umanità non può che crollare di fronte allo strapotere della natura. Seno mostra quel piccolo mondo antico descritto fino a quel momento sott’acqua, ma una volta di più ricorre a uno stratagemma, miniaturizzando la scenografia come fosse anch’essa parte di un giocattolo per bambini e bambine. Un’opera elegante e intelligente, ma che non scende mai davvero in profondità. Neanche dopo un tifone…

Info
Nervous Translation sul sito del TFF.
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