La disparition des lucioles

La disparition des lucioles

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Teenmovie cinico, ironico e un po’ anche tenero, La disparition des lucioles di Sébastien Pilote immerge la sua ribelle protagonista in un universo post-industriale deprivato di etica e di futuro. In concorso al TFF 2018.

Senza padri

In una ex città industriale del Québec, la giovane e inquieta Léo incontra Steve, un chitarrista solitario e sbandato. Léo vive con la madre e il patrigno Paul, un conduttore radiofonico di idee populiste che tempo prima ha costretto ad andarsene dalla città il padre della ragazza, Sylvain, un ex leader sindacale al quale lei è molto affezionata. Estranea al suo stesso mondo, Léo troverà una nuova serenità grazie alla relazione con Steve, scandita dalle lezioni di chitarra e da un nuovo lavoro estivo, e forse la forza di andarsene. [sinossi]

Magari può apparire sulle prime un po’ esagerato mettere in relazione un teenmovie canadese con il celebre articolo firmato da Pier Paolo Pasolini “Il vuoto del potere”, noto anche come “l’articolo delle lucciole”, apparso sul Corriere della Sera il 1 febbraio 1975. Eppure, a parte l’assonanza del titolo, c’è evidentemente una relazione tra le amare considerazioni del grande intellettuale nostrano, legate all’industrializzazione, al consumismo e alla crisi dei valori religiosi e politici colpevoli dell’estinzione delle lucciole e la rabbia giovanile dell’adolescente Léo, protagonista di La disparition des lucioles, opera terza di Sébastien Pilote, presentata in concorso al Torino Film Festival 2018. Innanzitutto c’è un acceso furore polemico, ben articolato, severo e ficcante ad accomunare Pasolini con il personaggio di Léo, poi una situazione di crisi dell’etica che nel film si sposa con l’attuale era post-industriale, fatta di fabbriche dismesse e demolite, di morte senza ritorno dei sindacati, della trasformazione degli operai in lavoratori a cottimo. Il tutto condito dall’orizzonte senza prospettive disegnato dal piatto skyline di ambienti periferici svuotati e desolati.

È proprio questo il milieu che si ritrova ad attraversare quotidianamente Léo (Karelle Tremblay) inquieta diciassettenne prossima al diploma, che vive con la madre e il patrigno Paul (François Papineau), uno speaker radiofonico fautore di un populismo petulante e pronto ad entrare nell’agone politico, almeno a livello locale. Léo lo detesta fermamente, non solo per via dei suoi discorsi da pubblico imbonitore, ma anche perché Paul è stato il principale responsabile, qualche anno prima, della partenza del padre della ragazza, un operaio e sindacalista, sconfitto dal fallimento della fabbrica e delle sue lotte in difesa dei lavoratori. Quando anche le istituzioni religiose tradiscono le sue aspettative, negandole un lavoretto estivo presso il locale refettorio delle monache, a Léo non resta altro da fare che dedicarsi alle intermittenti attività previste per lei dalla società che la circonda: pomeriggi nel parcheggio di un diner, patatine fritte al suo interno, poi c’è il nascere di un’amicizia con il musicista ultratrentenne Steve (Pierre-Luc Brillant) dal quale inizia a prendere lezioni di chitarra, infine un impiego stagionale presso il locale campo da baseball. Qui Léo ha due missioni a cui adempiere di “grande” responsabilità: imparare a tracciare una linea dritta di demarcazione del campo e garantire lo svolgimento delle partite notturne, accendendo per tempo delle luci a mercurio, che impiegano ben quindici minuti a riscaldarsi. Magari però in quei quindici minuti di buio può risiedere una visione del mondo più sensoriale e meno codificata o comunque anche solo “differente”, una visione che contempli anche, chissà, la presenza delle lucciole.

È un teenmovie all’apparenza piuttosto classico La disparition des lucioles, che prevede le abituali tappe di un racconto di formazione, a partire dal superamento del Complesso di Elettra, con relativa, necessaria demolizione dell’eroica figura paterna, l’amicizia con un uomo più adulto (il chitarrista Steve), la spasmodica ricerca del proprio cammino sempre pronta a scontrarsi con il furore nichilista di una giovane ribelle senza causa. E poi c’è anche il ballo di fine anno. All’interno di questo canovaccio, il film di Pilote si muove però con grazia e acuta intelligenza, non limitandosi, come spesso avviene, ad accorpare i bozzetti di provincia con una playlist indie sorniona e ruffiana, bensì trovando la sua strada e il suo linguaggio, al tempo stesso originale e realistico, per ritrarre una serie di personaggi (i ruoli minori non sono mai trascurati), il loro ambiente di vita, le loro aspettative e frustrazioni.

Certo, ogni tanto fa capolino qualche forzatura, come ad esempio quella relazione di complicità che sembra instaurarsi tra Léo e la madre di Steve (le due si vedono giocare a carte), o anche alcuni sporadici riferimenti al teenmovie statunitense anni ’80 (epoca d’oro del genere, con in testa la produzione di John Hughes) e citazioni da Ritorno al futuro. Il regista canadese torna poi ad esplorare il tema della paternità già affrontato in Le démantèlement visto sempre al TFF, questa volta però lo fa dal punto di vista di una ragazzina e ampliando lo spettro attraverso tre differenti figure paterne: il patrigno saccente, il padre operaio scacciato dalla città per la sua attività sindacale, il musicista frustrato Steve. Tre personaggi a loro modo fragili, dai quali forse Léo ha poco da imparare, ma piuttosto qualcosa da insegnare.

Sta proprio nella caratterizzazione della protagonista e delle relazioni che intreccia (o rifiuta di intrecciare) con gli altri, la vera forza propulsiva e rivoluzionaria di La disparition des lucioles. Estranea a ogni piaggeria, Léo è una scheggia impazzita lanciata contro il conformismo ma anche, proprio come Pasolini, una severa fustigatrice dei costumi sociali, specie quelli degli adulti, i principali responsabili di quel vuoto, di lucciole e di speranza, che lei ha ereditato.
A differenza di Pasolini, Léo però odia la gente e fin dal brillante incipit del film dimostra, con notevole verve locutoria e distruttiva di conoscere bene le piccole-grandi ipocrisie in cui sguazzano gli adulti. Insomma non la manda certo a dire Léo ed è pronta a contrastare ogni cattivo maestro che incontra sulla sua strada, fiera di non avere opinioni da esprimere in classe alla sua insegnante così come di autodefinirsi poi un’epigona della regina di cuori, la spietata tagliateste di Alice nel paese delle meraviglie.

Quasi una fiaba contemporanea, La disparition des luicioles è sì dunque il resoconto di un percorso formativo tipico del teenmovie di marca statunitense, ma prevede anche, e senza ricorrere a bruschi cambi di registro, un’allusione al fantastico, che trova spazio nella metafora delle lucciole e si incarna in fin dei conti proprio nel personaggio della protagonista. Creatura fiabesca un po’ angelica un po’ satanica, di certo assai severa (il rigore è d’altronde tipico del pensiero adolescenziale) Léo è una sorta di Mary Poppins che entra ed esce dalle vite delle persone portandovi i suoi insegnamenti morali, solo che lei con vola con il suo ombrello, preferisce restare con i piedi per terra o al limite saltare sul primo autobus di passaggio. Proprio come faceva Dustin Hoffman nel finale de Il laureato. Perché di quella disillusione degli outsiders del cinema americano della New Hollywood, Léo è, con buona pace dei suoi vari “padri” o aspiranti tali, la reale, diretta discendente.

Info
La scheda dedicata a La disparition des lucioles sul sito del Torino Film Festival.
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