Ride

Il primo lungometraggio diretto da Valerio Mastandrea, Ride, mostra un regista affettuosamente innamorato dei suoi personaggi ma incapace di gestire fino in fondo la materia narrativa. In concorso al Torino Film Festival e nelle sale.

Le più sentite condoglianze

Una domenica di maggio, a casa di Carolina si contano le ore. Il giorno successivo bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare: se n’è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto in fabbrica. E da quando è successo la sua compagna Carolina è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore? Manca un giorno solo al funerale e tutti si aspettano una giovane vedova devastata. Carolina non può e non deve deludere nessuno, soprattutto se stessa. [sinossi]

Ama i suoi personaggi Valerio Mastandrea, che esordisce al lungometraggio con Ride a tredici anni di distanza dal corto Trevirgolaottantasette. Ama i suoi personaggi Valerio Mastandrea, e sembra giusto partire proprio da questo dettaglio per affrontare un’opera che altrimenti correrebbe il rischio di apparire confusa, a tratti indistinta. Si potrà forse dare per scontato un dato simile, ma in realtà non sono molti gli esordi italiani di quest’ultimo decennio in cui sia stato possibile riscontrare un rapporto così stretto, quasi febbrile, tra lo sguardo del regista e i personaggi che si muovono in scena, occupandola e smuovendola. Torna alla mente, rimanendo nel campo del cinema che dialoga in maniera più diretta con l’industria (o supposta tale), l’esordio di un altro attore, quel Kim Rossi Stuart che sorprese critica e pubblico all’epoca di Anche libero va bene; non è forse un caso che si tratti di due interpreti decisi a passare dall’altra parte della barricata. Senza scomodare Claudio Caligari, che Mastandrea ha seguito nel corso della sua ultima avventura cinematografica, Non essere cattivo (dopo aver recitato per lui nel precedente L’odore della notte). Eppure quella scelta di dislocare la narrazione, spostandola dall’opprimente cappa capitolina per cercare rifugio vicino al mare – per l’esattezza Nettuno – sembra proprio volersi porre da un lato come omaggio e dall’altro come rivendicazione di una posizione marginale, reale nel caso di Caligari e un po’ più ideologica per quel che concerne Mastandrea.
Un discorso che si potrebbe fare anche per il tema scelto. L’elaborazione del lutto, certo, ma anche la morte sul lavoro – perché se c’è un lutto da dover affrontare è solo perché un giovane uomo è morto di notte nella fabbrica per la quale lavorava. Un tema che si riverbera in Ride ma che era alla base di Trevirgolaottantasette, nel quale Elio Germano in attesa della morte sognava una festa sontuosa.

Non c’è ombra del morto, in Ride, se si esclude una scelta nel finale un po’ stridente con il resto di una narrazione che gioca sul crinale del grottesco ma senza mai far perdere aderenza al reale, ma la sua assenza occupa ogni inquadratura, in particolar modo quelle in cui a dominare la scena è la vedova, un’ottima Chiara Martegiani che potrebbe aver trovato in questo ruolo una svolta alla sua carriera. Mastandrea, alla ricerca di un rigore che gli permetta di gestire con mano più ferma l’impianto scenico, suddivide la narrazione in tre blocchi che con l’eccezione di qualche aggancio si muovono in modo indipendente gli uni dagli altri. Questi tre blocchi sono anche la sintesi di una triade, padre-moglie-figlio. Da un lato la già citata vedova, che non riesce in nessun modo a piangere e riceve a casa frotte di amici in odor di condoglianze ma decisi più che altro a sfogare il proprio malessere. Da un altro il padre, operaio in pensione che vive il senso di colpa di essere sopravvissuto al figlio. Infine il figlio, un vivace bimbetto che passa il tempo con l’amico del cuore Ciccio e prova a ripetizione un’intervista che pensa di dover concedere il giorno dei funerali alla televisione, anche perché una compagna di scuola gli si è “promessa” se lo vedrà davvero sul piccolo schermo.
Questa suddivisione in blocchi narrativi purtroppo non è sorretta da una sceneggiatura particolarmente forte, in grado di non lasciarsi sopraffare dallo schematismo. Di fatto, una volta svelato il racconto tripartito, Ride diventa un arto inerte, incapace di muoversi e di far muovere i suoi personaggi. Nessuno esce dallo schema, nessuno riesce a evadere dal bozzetto che pure con estrema grazia gli era stato disegnato addosso. Anzi, quando lo stesso Mastandrea si rende conto di dover far “accadere” qualcosa dimostra di essere a disagio, come palesa l’improvvida, inessenziale e quasi caricaturale apparizione in scena di Stefano Dionisi nei panni del fratello “cattivo” del morto, che invece della vita da operaio ha scelto quella da criminale (dicotomia un po’ facile e abbastanza discutibile), e per questo ha un rapporto ostile con il padre. Anche le sequenze più scopertamente surreali – la pioggia che invade il salotto dell’appartamento, unica giustificazione per le lacrime inespresse della donna – forzano la mano rispetto a un impianto che dovrebbe muoversi sempre sul crinale della rilettura del reale con occhio non impigrito dall’ovvio.

Il riscatto avviene proprio con il già citato amore di Mastandrea per i suoi personaggi, sul quale si apriva questa breve disamina. Lo sguardo addolcito del regista mentre fissa donne, uomini e bambini per cui nutre una naturale empatia – scelta di campo che è a suo modo politica nel senso più ampio del termine –, quel suo tenersi sempre alla giusta distanza senza però irrigidirsi di fronte all’umano e alle sue debolezze è l’aspetto più prezioso di Ride, quello da cui probabilmente Mastandrea dovrà ripartire se deciderà di confrontarsi una volta di più con la messa in scena. Perché si tratta di una dote non comune, e sarebbe un peccato vederla sottoutilizzata o sprecata.

Info
Il trailer di Ride.
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