Atlas

Atlas, in concorso al Torino Film Festival, è il primo lungometraggio per il cinema del tedesco David Nawrath. Un tentativo di noir poco riuscito, e che al massimo può apparire con un compitino fatto a dovere, ma privo di reale vita e urgenza espressiva.

Il padre nell’ombra

Walter lavora per una compagnia di speculatori, collusa con la malavita, che compra stabili e sfratta gli inquilini dagli appartamenti per rivenderli poi a prezzi molto maggiorati. Un giorno, però, si trova di fronte a un trentenne che non è disposto a lasciare il palazzo assieme alla sua famiglia. Quell’inquilino è suo figlio, anche se il giovane lo ignora completamente… [sinossi]

Un noir, un racconto famigliare, una riflessione sociale: sembrano questi gli obiettivi di Atlas, primo lungometraggio per il cinema del tedesco David Nawrath. Il film però non spicca per nessun particolare elemento o ragione e resta, nella migliore delle ipotesi, un compitino fatto a dovere, svolgendo come da copione le traiettorie evolutive dei personaggi e mettendo là dove è giusto che siano i passaggi irrinunciabili per la trama. Nella peggiore, invece, desta qualche perplessità sia l’impenetrabilità fin troppo voluta e stilizzata del protagonista, Walter (Rainer Bock), sia soprattutto il ruolo che la malavita araba ricopre in questo racconto di malaffare.

Walter fa il “traslocatore” per una ditta il cui capo, il tedesco Roland Grone (Uwe Preuss), compra immobili per sfrattare gli inquilini e rivendere poi gli appartamenti a prezzi molto più alti, con un palese intento speculativo. Le cose procedono tranquillamente, nel solito tran tran della mala, finché non arrivano due novità, o svolte: la prima è un inquilino che fa resistenza e – quando si dice il caso – l’inquilino è il figlio di Walter, un figlio che però non ha mai conosciuto il padre; la seconda è che nel clan dei malviventi si fa strada Moussa (Roman Kanonik), esponente di una famiglia araba che si mette in affari con il germanico Grone. Come viene anche palesemente detto in una battuta, gli arabi non scherzano per niente: se non fai quello che ti dicono, ti ammazzano. Non ti minacciano e basta, ti fanno fuori: Moussa infatti è un tipo molto violento che fa pure fatica a contenersi. Se uno dei tracciati impliciti in Atlas è che le generazioni dei “padri”, ossia i sessantenni di oggi, non hanno lasciato un futuro radioso ai figli e anzi – più o meno metaforicamente – gli pignorano persino le abitazioni, non suona benissimo che a peggiorare le cose ci si mettano i violenti stranieri, che portano a esiti estremi e in fondo fanno degenerare la situazione. Lasciando stare questo aspetto, che però resta strisciante in tutto il film visto che l’antagonista principale è proprio Moussa, Atlas vuole farsi forza su un personaggio di maniera, silenzioso come un samurai e strategico come un killer della yakuza. E che ovviamente farà di tutto per salvare il figlio Jan (Albrecht Schuch) quanto più possibile dalle ire dei malavitosi di cui lui stesso fa comunque parte. Walter è un tizio che fa pesi e parla poco, ma quel che conta (per il film) è che ha un piano in testa, che lo spettatore ignora e segue nel suo svolgersi misterioso e apparentemente non lineare.

Ma – e ne siamo certi anche prima di vederlo nella sua totalità – le azioni sono pianificate, le reazioni previste e l’esito mirato. Dunque non ci resta che aspettare e scoprire come Walter si libererà dall’impaccio di dover procedere contro la sua stessa organizzazione, liberarla dai feroci saladini e aiutare il figlio. Il congegno prevede chiaramente anche un avvicinamento – dapprima senza agnizione – al giovane Jan, ignaro dell’identità del padre, cosa che permette a Walter di conoscere sotto mentite spoglie anche la famiglia di suo figlio, ossia l’empatica moglie infermiera e il loro bambino di 4 anni (la stessa età in cui Jan ha smesso di vedere il padre di cui non ricorda niente) che ovviamente si affeziona subito a Walter. Atlas si sviluppa quindi ruotando su due centri: il percorso intimo e famigliare e quello noir e criminale. In entrambi i casi tutto è talmente già scritto (dando quasi l’impressione che il film sia fin troppo chiuso in una sceneggiatura “corretta”) che può interessare solo per il manierismo con cui riprende alcuni tratti del noir europeo, soprattutto francese, per innestarli in un contesto piuttosto bizzarro, quello della speculazione abitativa. Film sulla “gentrificazione”, a modo suo, Atlas ha forse come unico punto di reale interesse proprio l’idea che, oggi, presente e futuro vengano compromessi dalla commistione tra attività legali e illegali, all’apparenza indiscernibili e possibili da individuare solo se un ingranaggio si palesa nella sua manifesta violenza (come fa Moussa, appunto). Ma la traccia è solo accennata e alla fine al regista interessa soprattutto arrivare fino in fondo nella storia privata e intima, quella tra un padre e un figlio (che a sua volta è padre) che devono riconciliarsi.
Oltre a questo, non c’è granché da annotare in un lavoro che non si discosta granché dalla messa in scena televisiva (il regista ne ha infatti esperienza) di una puntata di un poliziesco.

Info
La scheda di Atlas sul sito del Torino Film Festival.
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