Santiago, Italia

Santiago, Italia

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Santiago, Italia è il terzo documentario diretto da Nanni Moretti. Partendo dalla deposizione cruenta del governo Allende da parte dei militari capitanati da Pinochet il regista arriva a descrivere un’Italia perduta, popolare e solidale, che affondava ancora le sue radici nella memoria della lotta partigiana. Film di chiusura della trentaseiesima edizione del Torino Film Festival.

Hacia la libertad

Dal settembre 1973, dopo il colpo di stato del generale Pinochet, l’ambasciata italiana a Santiago ha ospitato centinaia e centinaia di richiedenti asilo. Attraverso interviste ai protagonisti, si racconta la storia di quel periodo drammatico, durante il quale alcuni diplomatici italiani hanno reso possibile la salvezza di tante vite umane. [sinossi]

Santiago, Italia ospita due irruzioni in scena di Nanni Moretti. La prima vede il regista romano osservare dall’alto Santiago del Cile, con i suoi grattacieli moderni e l’immota e bianca potenza delle Ande sullo sfondo. La seconda avviene invece durante l’intervista a uno dei militari imprigionati con l’accusa di aver ucciso e torturato oppositori politici della giunta durante gli anni della dittatura capitanata da Augusto Pinochet. Quando il militare, che si autoproclama vittima, sostiene di aver accettato di parlare con Moretti perché gli era stato promesso un punto di vista “imparziale” sugli accadimenti storici ai quali aveva preso parte, Moretti in un’inquadratura laterale che tiene in campo sia lui che l’altro uomo, risponde “ma io non sono imparziale”. È significativo, in qualche misura, che entrambe queste apparizioni di Moretti – per il resto limitato a una inevitabile presenza sonora come contrappunto alle dichiarazioni dei vari testimoni – siano tenute in alta considerazione nel trailer montato per il lancio promozionale del film, che dopo il passaggio come titolo di chiusura del Torino Film Festival approderà in sala la settimana prossima. Sembra quasi una dichiarazione di resa, a ben vedere. Un documentario sul golpe di cui fu vittima il governo Allende, socialista e democraticamente eletto dal popolo, non può essere veicolato in alcun modo se non c’è un volto noto sul quale fare affidamento. La scelta di montare nella breve clip anche i due frammenti con il regista che entra dichiaratamente in scena sta a testimoniare a sua volta l’assoluta distanza del mondo contemporaneo dai fatti che quarantacinque anni fa spazzarono via l’esperienza Allende, il sogno di un’America del Sud a trazione socialista e comunista e l’ideale occidentale del “rispetto” della volontà popolare. Dopotutto l’attuale vicepresidente del consiglio del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, un paio di anni fa – e proprio in occasione della commemorazione del colpo di Stato e dell’attacco alla Moneda – spostò Pinochet dal Cile al Venezuela, a confermare i tempi bui e ignoranti in cui è sprofondata l’Italia.
Lasciando da parte la riflessione, comunque mediaticamente tutt’altro che secondaria, sulla decisione di insistere sull’uomo-Moretti in scena per accalappiare qualche spettatore in più (a dirla tutta proprio quei due interventi in scena sembrano gli unici momenti in cui l’urgenza di Santiago, Italia viene meno, staccandosi dal suo duplice valore di memoria del passato e sguardo non riconciliabile col presente), il senso della terza incursione nel mondo documentario da parte del regista di Palombella rossa e Habemus papam è possibile rintracciarlo tutto in quel titolo, che pone uno accanto all’altro – seppur divisi da una virgola – il mondo cileno e quello italiano.

L’apparentamento potrà sembrare forzato ai più, ma è perfettamente logico e strutturato. Da principio Moretti sembra interessato a un ripasso della Storia, tornando con la memoria dei testimoni e le immagini d’epoca agli eventi che portarono Salvador Allende a essere eletto presidente, nel settembre del 1970. La Unidad Popular, che teneva insieme molte liste di sinistra e di centro-sinistra (con l’appoggio della CUT, Central Única de Trabajadores, il principale sindacato a vocazione operaista del paese), ottenne quasi il 37% dei voti, battendo di pooco l’ex presidente Jorge Alessandri Rodríguez, candidato conservatore. Quell’era che sembrava iniziare durò poco, solo un triennio. Poi arrivò il bombardamento della Moneda, l’omicidio di Allende asserragliato all’interno – anche si provasse in maniera definitiva la tesi del suicidio il suo resterebbe un omicidio -, l’arresto preventivo di comunisti, socialisti, anarchici, oppositori del regime, intellettuali. Lo stadio, Villa Grimaldi e le sue terribili torture. Attraverso le testimonianze che riesce a orchestrare sempre con una grande attenzione al ritmo del ricordo, al suo valore, al montaggio come fase dialettica del cinema, Moretti riporta nella memoria collettiva il disastro del golpe, appoggiato ideologicamente ed economicamente da Washington sia come vendetta nei confronti della politica di nazionalizzazione iniziata da Allende, sia come monito ad altre nazioni non solo sudamericane – nel film uno degli intervistati cita direttamente la Francia e l’Italia, le due realtà europee in cui i partiti comunisti e socialisti potevano contare su un consenso ampio, diffuso in tutte le classi sociali.
La prima fase di Santiago, Italia è quella della memoria, sic et simpliciter. Un marxista-leninista diventa Presidente attraverso il voto popolare – e dunque senza ricorrere alla rivoluzione, alla guerra civile o alla guerriglia, come invece accaduto in Unione Sovietica, Cina e Cuba – e basta questo per scatenare la furia belluina e omicida delle forze armate, della grande industria, della destra storica, del Capitale nella sua rappresentazione istituzionale. “La democrazia è possibile finché va bene a chi detiene davvero il potere”, è una delle frasi pronunciate nel film che accompagnano il tracciato mnemonico. La prima fase, che potrebbe essere semplificata col titolo Santiago è tutta qui, nella dolorosa e angosciante ricostruzione di un Colpo di Stato volto non solo a togliere il potere a chi lo stava legittimamente gestendo, ma anche a spazzare via una volta per tutte le persone che quella legittimità gliela avevano concessa. Un atto di barbarie che purtroppo avrà altri esempi nell’America Latina di quegli anni.

Quello che appare da subito cristallino, durante la visione di Santiago, Italia, è la grande fiducia nell’essere umano che Moretti mostra. La sua scelta di dialettizzare il film ricorrendo solo a interviste statiche, frontali, può apparire facile ma in realtà è la rivendicazione di un percorso politico e sociale che aveva alle basi l’uomo, la sua natura più profonda. Per questo, anche in un lavoro che non ha alcun bisogno di un reale contraddittorio – non si può davvero essere imparziali quando si affronta una tematica simile, occorre parteggiare – trovano spazio due ex-militari, del tutto convinti del fatto che destituire un Presidente con la forza, uccidere e torturare gli oppositori politici fosse qualcosa magari di sbagliato ma di inevitabile. Inevitabile perché unico modo per evitare il marxismo. Il nemico pubblico numero uno.
Nel racconto di una generazione di giovani che si ritrovò di punto in bianco a essere perseguitata nella sua stessa patria, si apre la seconda fase di Santiago, Italia, con l’introduzione nel racconto del ruolo che svolse in quei convulsi giorni e mesi l’ambasciata italiana a Santiago. Un luogo considerato a ragione sicuro, nel quale trovarono ospitalità le persone in fuga dal regime, che vi entravano saltando – nel vero senso della parola – il basso muro di cinta. Attraverso il ricordo di quella sorta di Comune politica istituita in modo quasi casuale – e dove qualcuno venne anche simbolicamente “espulso” per essersi rifiutato di sbucciare le patate, venendo meno al patto di eguaglianza che i rifugiati si erano dati – si arriva alla seconda parola del titolo, Italia. Ed è qui che il film trova la sua definitiva compiutezza. Perché Moretti non si limita al già doveroso compito di riannodare i fili della Storia, né si ferma al pur inevitabile apparentamento tra i rifugiati che fuggivano dal Cile per trovare – ottenendola – ospitalità in Italia e i fuggiaschi di oggi dalle guerre e dalla carestia che il nostro sistema politico ed economico fa tranquillamente crepare in mezzo al mare. Moretti alza il tiro. Facendo raccontare agli esuli il modo in cui l’Italia li accolse, non solo trovandogli un impiego (chi a Milano, chi nella rossa Emilia-Romagna, chi a Roma, chi altrove) ma integrandoli nella società. Facendogli sentire tutta la vicinanza umana, e non solo politica. Allora, nell’ultima parte di Santiago, Italia, si riesce a cogliere in profondità il senso dell’intera operazione portata a termine da Moretti. Com’eravamo? Come siamo diventati? Come è stato possibile? Nell’Italia che si oppone in modo becero, violento e disseminando paure alle migrazioni acquista un valore politico enorme ricordare che un’altra Italia è esistita. Un’Italia veramente popolare, memore della lotta partigiana che aveva riscattato il Paese dopo venti anni di mostruosità fascista. Un’Italia che era pronta a rispecchiarsi nell’altro, a trovare dei punti di connessione, a credere nel valore dell’umano esistere. A credere nella politica come luogo dell’incontro, della lotta comune, dello scambio di pensieri e opinioni. Quell’Italia, che pure era a rischio golpe a sua volta (il tentativo di rovesciare lo Stato da parte di Juno Valerio Borghese era del 1970) e che viveva nel cuore degli Anni di Piombo, aveva anche nelle fasce meno protette un popolo vivo, solidale, empatico. Ora gli esuli cileni che scelsero di rimanere in Italia, dove magari si erano ricostruiti una famiglia, sono ancora lì a ricordare tanto la loro amata patria socialista sotto Allende, tanto una penisola che li accolse e li rese parte di un processo sociale in divenire. Ma dov’è quel popolo? Che fine ha fatto? Dove si nasconde? Queste sono le vere domande che pone Santiago, Italia, e che chiudono un documentario aprendone di fatto un altro, che probabilmente non verrà mai girato. Queste sono le vere domande che sarebbe necessario porsi, perché come racconta uno degli intervistati nel 1973 l’Italia sembrava una nazione che aveva in qualche modo messo in atto le politiche che ad Allende erano state negate con la forza. Anche oggi l’Italia assomiglia al Cile, ma solo negli aspetti più deteriori di quella nazione. Gli aspetti che ogni 11 settembre vengono ricordati, ricordando il sacrificio di oltre tremila morti e di quasi trentamila torturati. Nel suo ultimo e celeberrimo discorso radiofonico alla nazione Salvador Allende disse: “Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza”. Aveva ragione. Si perdono con la mancanza di memoria.

Info
Il trailer di Santiago, Italia.
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