I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians

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La Storia è sempre questione di messa in scena: Radu Jude firma con I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians una potente riflessione sulla necessità di fare politicamente il cinema e sulla sua sostanziale condanna a non essere capito. Presentato in Onde al Torino Film Festival.

Ascesa e caduta di una performance a Bucarest

«Non mi importa se passeremo alla storia come barbari»: parola del presidente rumeno Antonescu, che nel ’41 avviò la pulizia etnica del fronte orientale. A quel fatto, oggi dimenticato (o, meglio, nascosto) una regista dedica un reenactment pubblico a Bucarest, di cui si segue la tormentata lavorazione fra prove, discussioni, ricerche, censure, incomprensioni. [sinossi]

Nell’ambito del nuovo cinema rumeno sta guadagnando sempre più posizioni un cineasta come Radu Jude, che in ciascuno dei suoi film (Aferim!, Scarred Hearts, The Dead Nation) continua a riflettere spietatamente e lucidamente sul passato del proprio paese, andando a ritrovare poi nel presente le tracce di quelle radici sradicate e/o occultate. E con I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians – presentato nella sezione Onde al Torino Film Festival – compie un passo ulteriore, riuscendo in qualche modo a far compenetrare passato e presente grazie al ruolo della protagonista, una regista cui è stato dato l’incarico di rimettere in scena in piazza a Bucarest un episodio della Seconda Guerra Mondiale. Una celebrazione/manifestazione che lei intende utilizzare per rievocare il tragico massacro di Odessa dell’ottobre del ’41 quando trentamila ebrei vennero uccisi da rumeni e, solo in second’ordine, dalle truppe naziste. Si tratta di un episodio poco noto in patria – e, anzi, volutamente nascosto -, una vergogna nazionale che vide coinvolto in prima persona l’ex dittatore Antonescu, fedele alleato di Hitler. Il personaggio della regista, che si chiama Mariana Marin (voluto riferimento all’omonima poetessa che nel corso degli anni Ottanta fu una delle più radicali oppositrici del regime di Ceauşescu) si trova dunque a dover difendere questa sua idea sia al cospetto delle contrarietà di parte della sua troupe, che si rivela apertamente fascista, antisemita e razzista anche nei confronti dei Rom (anch’essi sterminati, ma dei quali – ingiustamente – non si parla mai), sia – soprattutto – contro le lucide e maliziose obiezioni di un mellifluo funzionario che prova lungamente a smontare i ragionamenti della donna, tanto che ad un certo punto lei sarà costretta a trovare un escamotage per non incappare nelle sempre attive maglie della censura.

Nel raccontarci questo personaggio fortemente indipendente e orgogliosamente politicizzato, oltre che coltissimo, Radu Jude ci mostra in I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians un possibile altro da sé; anzi, un’altra da sé. E dunque Mariana Marin è ovviamente Radu Jude, e il suo desiderio – e la sua forte volontà – di fare del cinema politico, di fare il cinema politicamente, di raccontare il proprio paese, di mostrarne i lati oscuri in modo tale da rendere consapevoli i suoi connazionali delle ambiguità della propria Storia. Un’arte educativa e divulgativa, insomma, come esattamente vuole essere la performance architettata da Mariana Marin; un’arte – anzi, una non-più-arte nel momento in cui questa diventa politica e si fa marxista – che ha il compito di scuotere le masse; un’arte esplicitamente godardiana – e l’incipit meta-cinematografico con l’attrice protagonista che si presenta guardando in macchina è, in tal senso, molto esplicativo – e, anche, esplicitamente brechtiana, come si vede sempre nella performance orchestrata dalla regista, corale e fortemente anti-psicologica, secondo gli stilemi del teatro popolare.
E il riferimento a Godard lo si coglie anche nella formula registica scelta da Radu Jude: lunghi piani-sequenza e carrellate a mostrare e poi a nascondere i personaggi, come avveniva nel Godard della seconda metà degli anni Sessanta. Ma è, questa, d’altronde anche una caratteristica precipua di buona parte del cinema rumeno – basti pensare a un film come Sieranevada di Cristi Puiu -, con la specifica che qui Jude riesce con abilità a muoversi – anche stilisticamente, dunque – sia nel presente del cinema cui si trova ad appartenere, sia nel passato di quell’altro cinema cui avrebbe voluto – forse – far parte.

In tale – apparentemente – labirintico riflettere intorno alla Storia e intorno all’onnipotenza e all’impotenza della rappresentazione, Jude non perde comunque mai di vista la coerenza interna del suo film, che è dotato – persino – di una efficace linearità narrativa, tanto che si può affermare senza difficoltà – senza tema di essere smentiti – che I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians è anche un abilissimo film di intrattenimento, capace di coinvolgerci anche con la semplice lettura di non poche pagine de L’armata a cavallo di Isaak Babel’ (attraverso, dunque, un ardito gesto cinematografico), come anche di raccontare il privato della regista, magari ricorrendo a piccoli elementi da feuilleton (che, d’altronde, era caratteristica intrinseca del teatro brechtiano), quale quello dell’amante della regista, il pilota già sposato, che la lascia incinta. Jude riesce a gestire tutto questo con alta consapevolezza del mezzo, sempre capace di riorganizzare il discorso, di spostarlo leggermente o di farlo ripartire, rilanciando.

E così, nel momento in cui la regista compie un vero e proprio affronto al suo funzionario e fa continuare la performance mostrando anche l’impiccagione di pupazzi ebrei, sembrerebbe essere arrivati all’apice, al trionfo del teatro/cinema politico, al suo eroico atto d’indipendenza rispetto a ogni forma di potere. E, invece, si assiste alla sua inattesa sconfitta: il pubblico infatti non capisce e, anzi, incita all’uccisione degli ebrei; non riesce a formarsi quel distanziamento ironico, quello scatto interpretativo che gli permetterebbe di indignarsi di fronte a quanto sta vedendo. Ed è qui quindi che Radu Jude include anche se stesso, nell’eterna sconfitta del cinema politico, nel suo essere indispensabile per poter sopravvivere come artisti e con la propria coscienza, ma al contempo nel suo destino di insignificanza, di incapacità di comunicare con gli istinti più bassi della popolazione, istinti che magari vengono guidati con maggior efficacia proprio da quel film apologetico sul dittatore Antonescu che Mariana guarda in TV all’inizio di I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians: un film rozzamente popolare, intitolato Lo specchio. E Mariana si interroga su quel titolo, un titolo che infine capiamo: quella è la vera rappresentazione, l’unica – purtroppo – funzionale nella sua bassa rozzezza, l’unica in cui potersi – ahinoi – specchiare in questi tempi in cui stiamo – di nuovo – passando alla storia come barbari e non ce ne preoccupiamo.

Info
La scheda di I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians sul sito del Torino Film Festival.
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