Entre dos aguas

Entre dos aguas

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Isaki Lacuesta è uno dei principali autori del cinema europeo, e lo conferma Entre dos aguas, che torna a confrontarsi con i personaggi già raccontati ne La leyenda del tiempo nel 2006. Un’opera personale e stratificata, alla ricerca della metamorfosi delle cose. Al Torino Film Festival in Onde.

La metamorfosi delle cose

Dodici anni dopo La leyenda del tiempo, tornano i protagonisti di quel film, i fratelli rom Isra e Cheíto, nel frattempo diventati adulti. Isra è stato condannato per traffico di droga, Cheíto si è arruolato in marina: quando il primo esce di prigione e il secondo ritorna da una missione, si ritrovano nella loro città, San Fernando. Isra vorrebbe recuperare la fiducia della moglie e delle figlie, ma fatica a trovare un lavoro; Cheíto, invece, deve riabituarsi alla vita sulla terraferma. L’incontro rinfocola il dolore per la morte violenta del padre, ma entrambi sapranno riscoprire l’unione di un tempo, mossi dal desiderio di dare una svolta alle loro vite. [sinossi]

Entre dos aguas, fra due acque, lo spazio liminare in cui hanno diritto di muoversi ed esistere i fratelli Isra e Cheíto. Ma non solo. Due acque sono quelle dello spazio e del tempo, altra dicotomia che è centrale nel nuovo film di Isaki Lacuesta, presentato al Torino Film Festival nella sezione Onde dopo la Concha de Oro, il principale premio assegnato a San Sebastián (un riconoscimento che Lacuesta ottiene per la seconda volta, dopo il trionfo nel 2011 con lo splendido Los pasos dobles). Due acque, per due tentativi di rinascita. Inizia proprio con una doppia nascita Entre dos aguas, materiale e ideale: quella materiale riguarda l’arrivo della terzogenita di Israel e Rocío, quella ideale riguarda proprio l’uomo, finalmente rilasciato dalla prigione dove è stato detenuto dopo la condanna per traffico di droga. Si torna alla vita, ma una nascita presuppone sempre un nuovo sviluppo. Ecco quindi che Israel si trova cacciato da casa, visto che la moglie ha deciso di continuare a vivere senza di lui. Da un lato dunque lo sbandato Israel, che dapprima cerca lavoretti senza troppa fortuna per poi lasciarsi di nuovo tentare dall’idea dello spaccio, e dall’altro suo fratello Cheíto, che invece vorrebbe abbandonare la sua carriera in marina – che pure gli ha concesso uno stile di vita benestante – per poter tornare accanto alla sua famiglia, e aprire una panetteria.

Isaki Lacuesta è un regista prezioso, uno degli autori più interessanti del panorama cinematografico dell’Europa contemporanea. Il fatto che la sua filmografia sia completamente oscura per la stragrande maggioranza degli spettatori italiani non fa che confermare lo stato di assoluta mediocrità della distribuzione nazionale. Dall’esordio al lungometraggio con Cravan vs Cravan, che nel 2002 segnalò il talento del regista – all’epoca ventisettenne –, Lacuesta si è mosso all’interno del sistema produttivo spagnolo con fare sottilmente sovversivo, sfuggendo a qualsiasi possibile classificazione. Tra i militanti de Los condenados e l’Ava Gardner raccontata nel documentario La noche que no acaba, l’Africa di François Augiéras e Miquel Barceló nel dittico El cuaderno de barro/Los pasos dobles, i rapitori di Murieron por encima de sus posibilidades e il thriller La próxima piel, si è tratteggiato un racconto marginale della Spagna, e per estensione dell’intero Vecchio Continente. Da questo punto di vista il titolo centrale della filmografia di Lacuesta può essere considerato La leyenda del tiempo, sua opera seconda. La storia di Isra, ragazzino rom che dopo la morte del padre non è più in grado di cantare, nonostante provenga da una famiglia dalla forte tradizione musicale, è il simbolo di un cinema teso alla ricerca della trasformazione, della possibilità dell’uomo di evolvere, di cambiare, di trovare aria nei recinti stretti in cui è rinchiuso.

Dodici anni dopo La leyenda del tiempo Lacuesta torna a quei luoghi tra Cadice e Malaga, San Fernando e Puerto de Santa María, per girare Entre dos aguas e continuare a raccontare la vita di Isra e di suo fratello, gitani alla disperata ricerca di un proprio spazio vitale. Tornare a quel racconto permette a Lacuesta di muoversi tra le due acque del tempo, il tempo presente e quello cinematografico: ecco dunque le immagini del 2006 relazionarsi con quelle odierne, istituire una dialettica. Un modo per discutere sul concetto di vero, in un film che mescola in continuazione l’aspetto documentario a quello di ricreazione del reale. Un ulteriore superamento di paletti, uno sconfinamento in territori mai banali o prevedibili. Lacuesta costruisce il racconto sul corpo dei suoi protagonisti, corpo che è a sua volta elemento di narrazione – i tatuaggi, simbolo imperituro degli accadimenti della vita –, memoria inchiostrata sulla pelle. Indelebile. Tra un salto nel fiume da altezze vertiginose (ma c’è chi ci ha lasciato la vita, da quando l’amministrazione ha irrobustito il ponte con nuovi piloni) e il sogno di una vita lontano, in un luogo mitico che si chiami Cina o Barcellona – a ennesima dimostrazione del carattere marginale della vita di Isra e Cheíto – Entre dos aguas racconta un’infinita rinascita, ma anche la prosecuzione di un tracciato continuo. Isra accompagna le sue tre bimbe a misurarsi sullo stesso tronco d’albero su cui lui e la loro madre si erano misurati dodici anni prima. In un altro film, nella stessa vita. Tra due acque.

Info
La scheda di Entre dos aguas.
Il trailer di Entre dos aguas.
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