Lontano da qui

Lontano da qui

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Remake di un film israeliano del 2014, Lontano da qui è un dramma psicologico tutto al femminile in cui una eccezionale Maggie Gyllenhaal è diretta alla perfezione dall’italiana Sara Colangelo, premiata per la miglior regia alla scorsa edizione del festival di Sundance.

C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte

Lisa Spinelli è una maestra d’asilo di Staten Island, che frequenta un corso serale di poesia, sua grande passione, ma che a poco a poco la sta allontanando dai figli e dal marito. Un giorno Lisa rimane incantata dal talento innato di un allievo di cinque anni, Jimmy, capace di comporre con disinvoltura le poesie che lei ha sempre sognato di scrivere. Fermamente convinta di trovarsi al cospetto di un Mozart della letteratura, Lisa decide di coltivare il talento del bambino, trascurato dalla famiglia, e di proteggerlo dall’indifferenza della società, spingendosi però oltre i limiti della sua professione. [sinossi]

Diretto dall’italiana Sara Colangelo, che vive e lavora negli Stati Uniti, Lontano da qui è il remake di Haganenet (2014), film israeliano vincitore di numerosi riconoscimenti sia in patria che all’estero. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2018, Lontano da qui ha ottenuto il premio per la migliore regia di finzione in un’edizione del festival in cui le donne l’hanno fatta da padrone, vincendo per la miglior regia nelle tre categorie principali e portando a casa il premio speciale della giuria e il premio per la sceneggiatura “Waldo Salt”.

Al suo secondo lungometraggio – il suo esordio, Little Accident, era del 2014 – Sara Colangelo, pur mantenendo molti elementi del film originale, ha effettuato migliorie in fase di sceneggiatura e soprattutto di realizzazione, dove ha optato per una regia asciutta e minimalista, non più ad altezza bimbo, ma del tutto focalizzata sul personaggio di Lisa, interpretato da una eccezionale Maggie Gyllenhaal.
Il film, girato in poco più di tre settimane, è una dramma psicologico su una quarantenne frustrata; l’elemento anagrafico è già piuttosto originale rispetto alla produzione americana, ma lo è ancora di più se consideriamo che la protagonista ha tutte le carte in regola per rientrare nella categoria degli anti-eroi, solitamente appannaggio dei soli uomini (ahinoi). Lisa trascura la famiglia, ha un rapporto morboso e ambiguo con un suo allievo, non esita a sottrargli la paternità delle sue creazioni, flirta con l’insegnante di poesia e – senza spoilerare il finale – travalica ogni limite professionale, etico e legale.

Lontano da qui mantiene tuttavia un tono volutamente dimesso, ha una messa in scena essenziale e nasconde un sottotesto estremamente ricco e variegato. Ogni accadimento ha diversi livelli di interpretazione, tutti ugualmente plausibili. Per esempio, quando Lisa spaccia le poesie del piccolo Jimmy per sue, lo fa perché vuole una conferma al loro valore? Oppure semplicemente le piace il fatto di sentirsi ammirata dagli altri? Forse desidera averle scritte lei, possedere quel talento? I meccanismi interiori del personaggio sono estremamente complessi e il film accompagna lo spettatore in questo viaggio anche grazie alla performance di Maggie Gyllenhaal.
Utilizzando ogni strumento recitativo a sua disposizione la Gyllenhall riesce a mantenere una tensione costante tra i vari elementi interni così come nella relazione con gli altri personaggi. Con quella sua voce educata, affettuosa, ma sempre uno-due toni sotto, come se le sue parole nascondessero significati nascosti , e con quei suoi occhi di un azzurro limpido, eppure oscuramente ambigui, l’attrice ci pone continuamente di fronte a un interrogativo: che cosa le sta passando davvero per la testa?
In fondo tutti, tranne lei, sembrano aver chiaro come bisogna vivere; circondandola di individui indifferenti alle eccezionali capacità del bambino, la regista riesce a farci empatizzare con questa donna, nonostante la sua missione/ossessione per la poesia di Jimmy non sia altro che un alibi alla mancanza di talento di cui si sente vittima.

Il film è anche una critica a una società in cui non c’è quasi più spazio per coltivare bellezza, ascolto, poesia, e quel poco che c’è finisce per essere presidiato da gente arrogante, cinica e incompetente. A voler essere pignoli, è proprio il discorso di critica sociale che alla fin fine penalizza il film, appesantendolo di retorica e luoghi comuni, vedi la caratterizzazione sia della figlia adolescente che preferisce scattare foto con lo smartphone e postarle su Instagram anziché svilupparle in camera oscura, sia del figlio che nonostante gli ottimi voti ha deciso di arruolarsi nell’esercito, o ancora come quella dello zio di Jimmy, scrittore mancato finito a lavorare nel grigiume di un ufficio. Al di là di questa generica connotazione politica (che sicuramente non sarà sfuggita ai selezionatori e ai giurati del Sundance), il film si pone (e ci pone) domande urgenti e nient’affatto banali sul senso delle nostre scelte, e dunque ci invita a una salutare riflessione sul senso della vita.

Piccola nota a margine sulle poesie contenute nel film. L’haiku di Lisa, ritenuto brutto dai compagni di classe, è stato scritto dalla poetessa Dominique Townsend, amica della Gyllenhaal («È stato strano ricevere come indicazione quella di scrivere un brutto haiku», ha scherzato). Le poesie del piccolo Jimmy, tra le cose più belle del film, sono state scritte in tandem dai poeti Ocean Vuong e Kaveh Akbar, due giovani autori scelti dalla regista per la qualità narrativa delle loro liriche. A dimostrazione che anche il cinema, oggi più che mai, ha bisogno di poeti.

Info
Il trailer di Lontano da qui.
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