Piercing

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Adattamento del romanzo di Ryū Murakami, Piercing di Nicolas Pesce è un torture movie grondante amore per il cinema e per le migliori colonne sonore del giallo all’italiana. Al TFF 2018.

Ricordati di me

Reed è tormentato da un oscuro desiderio e una voce misteriosa gli suggerisce come potersi liberare da questa pericolosa pulsione. Pianifica meticolosamente ogni cosa. Saluta con un bacio la moglie e la sua bambina e, in apparenza, parte per un viaggio di lavoro. Con un piano: prenotare una stanza in un hotel e procurarsi una ragazza squillo per soddisfare la sua urgenza omicida. Nel corso di una notte, le dinamiche di potere tra Reed e la prostituta Jackie si fanno ben presto incerte mentre la storia devia verso un folle incubo. [sinossi del Torino Film Festival]

Vero e proprio atto d’amore nei confronti del cinema horror, con gustose varianti feticistiche e sadomaso, Piercing di Nicolas Pesce è un’esperienza audiovisiva corroborante. Certo, bisogna stare al gioco e non aspettarsi la compiutezza di un “classico”, perché per il giovane regista statunitense (classe 1990) la classicità è defunta da tempo, non resta che renderle omaggio. E Piercing, presentato nella sezione After Hours al Torino Film Festival 2018, è in tal senso un epitaffio accorato, grondante sincero amore cinefilo.
Sebbene sia tratto da un romanzo di Ryū Murakami (autore e regista, tra gli altri, di Tokyo Decadence), il film prevede un plot piuttosto basico che magari sarebbe stato più adatto alla durata breve di una puntata di Masters of Horror, dal momento che ha un solo colpo di scena e una certa ripetitività delle situazioni. Ma in fondo va bene così: l’intermittente piacere audiovisivo, in gran parte derivante dal riconoscimento delle citazioni cinematografiche e musicali, fa di Piercing una sorta di luminoso e variopinto carosello per cinefili “iniziati”.

Le intenzioni di Pesce sono d’altronde ben dichiarate fin dai titoli di testa che, con ludica nostalgia, replicano la texture di una VHS consunta e smagnetizzata, con tanto di audio distorto. Veniamo poi introdotti nel ménage familiare di Reed (Christopher Abbott), padre di una paffuta neonata e marito amorevole, la cui inespressività fa da subito presentire il peggio. Quando l’infante con voce demoniaca gli ordina poi di “andare e uccidere”, il gioco è innescato. Reed è infatti affetto da un’irredimibile pulsione omicida, che in qualche modo deve sfogare. E giacché c’è, vi unisce poi una missione morale, per cui ha deciso che la vittima deve essere una prostituta, meglio ancora se disponibile ad attività sadomaso. E poi la prescelta deve parlare inglese, perché «il terrore è sempre anglofono». Salutate moglie e bambina, Reed parte dunque “in trasferta lavorativa” con la sua valigetta ben attrezzata con corde e punteruolo da ghiaccio. L’arrivo nella sua stanza d’albergo della prostituta autolesionista Jackie (Mia Wasikowska) stravolgerà però i suoi piani, per cui da torturatore e omicida si trasformerà ben presto in vittima. Ma non era forse proprio questo che, in cuor suo, desiderava?

Sorta di compendio sulla liturgia dell’omicidio nella settima arte, Piercing è anche una riflessione teorica sul voyeurismo e il masochismo insiti nel ruolo spettatoriale, e non ha la pretesa certo di arrogarsi la primogenitura delle sue riflessioni. Tutt’altro, pur approcciando un nichilismo postmoderno, con le dovute boccate d’ossigeno di stampo autoironico, il film di Pesce trabocca tutta la sua sincera passione per il cinema horror, il torture movie, le migliori colonne sonore del giallo all’italiana.
Se l’incipit e l’epilogo del film paiono infatti suggerire semplicemente, con quel mosaico di appartamenti illuminati, quanto l’uomo metropolitano sia afflitto da “facciate” sociali e reali (il protagonista, non a caso, è un architetto) è anche vero che non si tarda a riconoscere in quelle immagini una prima citazione depalmiana con particolare riferimento al voyeurismo (a sua volta traslato dall’hitchcockiano La finestra sul cortile) che affliggeva il Robert De Niro di Greetings e Hi Mom!, nonché, naturalmente, il Craig Wasson protagonista di Omicidio a luci rosse. Con l’ingresso in scena della prostituta incarnata dalla Wasikowska, Pesce passa poi a omaggiare Vestito per uccidere, con tanto di ascensore, guanti neri e, ça va sans dire, split screen.

Particolarmente efficaci risultano poi gli effetti speciali, usati con saggia parsimonia e decisa eleganza. Tra carte da parati distorte, sistemi venosi avvolgenti e insetti pronti a lanciarsi verso umani orifizi, fanno capolino anche lacerti di memoria cinefila provenienti dal David Cronenberg allucinatorio di eXistenZ e Il pasto nudo.
L’apice del suo feticismo cinematografico, Piercing lo raggiunge poi con le sue proposte musicali che spaziano da Bruno Nicolai a Stelvio Cipriani, da Piero Piccioni ai Goblin di Profondo rosso e Tenebre. Non c’è molto altro, certo, nel film di Nicolas Pesce (che al momento è al lavoro sul reboot di The Grudge), Piercing è un esasperato e gaudente gioco citazionistico. Però in fondo bisogna ammettere che non è poco. Ogni tanto servono anche dei film così, utili a mettere in luce quanto il nostro immaginario cinematografico sia ben inciso nella nostra mente e, forse, anche sul nostro corpo, proprio come un patto di sangue, proprio come piercing, traccia di qualcosa che è ormai impossibile dimenticare.

Info
La scheda di Piercing sul sito del Torino Film Festival.
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