Natale a 5 stelle

Natale a 5 stelle

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Scritto da Enrico Vanzina e diretto da Marco Risi, Natale a 5 stelle riscopre la comicità applicata alla satira politica, per una pochade all’ungherese che – nel suo sogno di effimera ricchezza pentastellata – richiama consapevolmente la commedia dei telefoni bianchi. Solo su Netflix e non in sala, e anche questo diventa un elemento catastroficamente teorico.

Mille lire al weekend

Si sta avvicinando Natale. Una delegazione politica italiana, con alla testa il nostro premier, va in visita ufficiale in Ungheria. Oltre ai suoi incontri politici, il premier intende passare, di nascosto, qualche ora lieta in compagnia di una giovane onorevole dell’opposizione, in viaggio con la delegazione. Ma nelle stanze del Grand Hotel di Budapest succederà tutto e il contrario di tutto… [sinossi]

Al cospetto di questo nuovo prodotto targato Netflix vien da domandarsi chi abbia fatto di più quest’anno per il cinema e chi, al contempo, abbia fatto di più per distruggere quello stesso cinema così come l’abbiamo imparato a conoscere. La risposta è sempre una: Netflix.
Da un lato il colosso americano dell’intrattenimento online ha fatto sì che potessero essere distribuiti e/o persino realizzati il film vincitore della scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ROMA di Alfonso Cuarón, e uno dei più leggendari incompiuti di Orson Welles, The Other Side of the Wind; e dunque ha fatto più di chiunque altro per il cinema d’autore. Dall’altro ha permesso la diffusione di Sulla mia pelle, film dedicato al caso di Stefano Cucchi che ha consentito di scompigliare le carte di un processo che sembrava procedere verso l’insabbiamento; e dunque ha fatto più di tutti per il cinema civile, dandoci la possibilità sia di disseppellire il senso di questa definizione sia di riscoprire l’importanza del cinema quando ha il coraggio, pur con tutti i limiti di un’operazione che poteva osare ancora di più, di confrontarsi con irrisolte questioni del contemporaneo. Dall’altro lato ancora mette ora la sua targhetta su un cinepanettone, Natale a 5 stelle, che sembra clamorosamente rinverdire il concetto di comicità applicata alla satira politica, visto che questo film diretto da Marco Risi e scritto da Enrico Vanzina a pochi mesi dalla morte di suo fratello Carlo è l’unico finora a mettere alla berlina il nuovo sistema di potere architettato dai 5 stelle.
Ma allo stesso tempo non si può negare che Netflix, nell’impedire pervicacemente – o quasi – l’uscita in sala dei “suoi” film, stia scardinando il sistema cinematografico pensato sin dalla sua nascita come esperienza collettiva e non individuale. Tra tutti, forse il caso più eclatante è proprio questo cinepanettone che si potrà vedere solo sulla piattaforma di Netflix e che dunque toglierà agli esercenti un titolo fondamentale con cui far cassa nel momento apicale della stagione che, da sempre, risponde ai giorni delle vacanze natalizie. Vietando dunque a un film commerciale come Natale a 5 stelle di accedere alle nottole e al grande schermo, si rischia di dare un’ennesima spallata agli incassi cinematografici che, da noi, sono in flessione in maniera sempre più preoccupante.
Come andrà a finire, se cioè Netflix riuscirà a privatizzare il cinema così come Facebook ha privatizzato la comunicazione, ancora non possiamo saperlo, forse però è il caso di studiare attentamente questo fenomeno, molto più di quanto non sia stato fatto finora, anche perché tutto sta accadendo in maniera molto rapida, quasi vertiginosa.

E allora torniamo al film, a Natale a 5 stelle, che merita decisamente la nostra attenzione, visto che riesce nell’impresa di riscoprire la classicità in un presente così tanto frastagliato e così difficilmente decifrabile.
Enrico Vanzina ha adattato per l’occasione la commedia inglese Out of Order di Ray Cooney, una commedia del 1990 già trasposta su schermo in diverse occasioni, una anche in Ungheria, nel 1997, per la regia di András Kern e Róbert Koltai. E sta proprio qui la genialità dell’operazione vanziniana, quella di aver riscoperto e attualizzato una formula classica della nostra commedia anni Trenta. Quei proverbiali telefoni bianchi, infatti, vennero poi definiti anche “commedia all’ungherese”, proprio perché Budapest e il suo esotismo rappresentavano un altrove di ricchezza in cui potevano realizzarsi per un momento – o anche solo nel corso di un weekend – i meschini sogni di una piccolo-borghesia italiana che in patria era invece intrappolata nell’immobilismo social-politico del fascismo.
E infatti il premier incarnato da Massimo Ghini, insieme alla sua delegazione, va in visita ufficiale proprio in Ungheria e intende utilizzare il viaggio come scusa per intrattenere una fugace relazione extraconiugale con una attraente parlamentare dell’opposizione (interpretata da Martina Stella e chiaramente ispirata alla figura di Maria Elena Boschi). A dargli manforte ha il suo portaborse (Ricky Memphis), mentre a tentare di sventare i suoi piani ci sarà l’apparizione inattesa della moglie (Paola Minaccioni).
Ma, per l’appunto, questa Ungheria descritta da Vanzina e da Marco Risi è una Ungheria di cartapesta – come accadeva proprio nelle commedie anni Trenta – tanto che si scoprirà pian piano che quell’albergo è abitato solo da italiani, caratterizzati per di più a livello regionalistico, dal cameriere napoletano impersonato da Biagio Izzo al presunto morto romano (Riccardo Rossi, che interpreta un inviato delle Iene in cerca di scoop), fino al marito della Boschi/Martina Stella (Massimo Ciavarro nei panni di un toscano leghista) e per arrivare addirittura a un’altra cameriera pugliese che fa una breve apparizione.
Al di là di un evidente discorso sul provincialismo tipicamente italico (e neo-fascista) e di una pochade con scambio di ruoli tra il plautino e il pirandelliano (e Pirandello viene proprio citato ad un certo punto), il nucleo del discorso di Natale a 5 stelle è l’idea che l’arricchimento improvviso – il sogno dell’aristocrazia e della vincita alla lotteria tipico dei telefoni bianchi – è qui incarnato dalla concezione della politica in versione grillina: ti permette di vivere un sogno di benessere, ma dura pochissimo, lo spazio di un weekend per l’appunto. Così la minaccia che il premier Conte/Ghini fa al suo portaborse («Ti rispedisco a Guidonia!») vale non solo per il personaggio interpretato da Memphis, quanto per tutti, a partire dal premier stesso, visto che tutti i “politici” in scena non hanno fatto la gavetta, ma sono solo dei miracolati che cercano di approfittare della situazione il più rapidamente possibile. È l’italiano medio che sogna un’altra vita e che la esperisce come in un sogno che dura il tempo di una notte; e, in tal senso, è decisiva l’apparizione in scena della Minaccioni, maestra elementare e moglie del primo ministro (come la consorte di Renzi?), che ancora non si capacita delle possibilità di agio che le vengono offerte in questo suo nuovo ruolo in cui sostanzialmente non deve fare nulla, ma solo presenziare.

Certo, Natale a 5 stelle ha dei limiti, questo è innegabile, in particolare in una prima parte che fatica terribilmente a decollare, frenata com’è da tempi comici che non riescono a ingranare e limitata dal gioco di pochi attori in scena. Infatti, il film parte veramente quando aumentano i personaggi – quando si risveglia la Iena/Riccardo Rossi, quando arrivano il marito leghista/Ciavarro e la moglie ingenua/Minaccioni – ed è lì che allora la coralità permette di velocizzare il ritmo e che si spalanca l’autentica classicità del progetto (con Memphis che, nella difficile situazione di Arlecchino servitore di due padroni, diventa mattatore assoluto). È lì che il discorso si chiarifica e svela la sua natura pessimista, tutt’altro che qualunquista; tra l’altro, particolare non da poco, l’Ungheria è un altro di quei paesi europei che, come l’Italia, si è buttato a destra, così come accadde negli anni Trenta. E che proprio da Enrico Vanzina e da Netflix dovesse arrivare una riflessione di tale lucidità deve sicuramente indurci a pensare.

Info
Il trailer di Natale a 5 stelle.
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