Rojo

Presentato in concorso al Marrakech International Film Festival 2018, dopo l’anteprima a Toronto e i premi ricevuti a San Sebastián, Rojo è l’opera seconda dell’argentino Benjamín Naishtat, che ci porta al clima che si viveva in Argentina alla vigilia del colpo di stato del 1976.

L’eclissi della ragione

Argentina, appena prima del colpo di stato del 1976. Un uomo arriva in un piccolo ristorante in una città di provincia e si mette a insultare Claudio, un avvocato rispettato e l’alterco prosegue nella serata. Da quell’episodio Claudio verrà trascinato in un incubo. Arriva poi un ispettore cileno per investigare su questo straniero misterioso. [sinossi]

Seconda opera per Benjamín Naishtat, dopo l’esordio al lungometraggio con Historia del miedo che partecipò in concorso alla Berlinale 2014. Rojo sta ottenendo un grande successo ai festival internazionali, dopo l’anteprima di Toronto e i premi alla miglior regia e alla miglior fotografia ricevuti a San Sebastián. Dopo avere trattato del periodo cupo della crisi economica in Argentina, Naishtat torna ora indietro a un’altra pagina buia del proprio paese, ambientando il film nel 1975, alla vigilia di quel colpo di stato che portò al potere la giunta militare tra le più sanguinarie nella storia, vigilia in cui era già in corso una repressione violenta, la cosiddetta guerra sporca. Naishtat affonda così il dito nella piaga di un trauma ancora non metabolizzato dalla nazione, con un’operazione che guarda al cinema di Pablo Larrain, che della rispettiva dittatura in Cile ha fatto l’elemento attorno cui girano i suoi film. Il regista cileno è infatti citato nella figura dell’investigatore interpretata dal suo attore feticcio, Alfredo Castro.

Siamo in una piccola città di provincia. Nel prologo vediamo una villetta da cui entrano ed escono alcuni personaggi che impareremo a conoscere nel corso del film, così come il significato di quella scena, una transizione immobiliare, che si chiarirà più avanti. Segue poi la sequenza al ristorante dove un uomo sconosciuto irrompe e va a disturbare un avvocato che è tranquillamente seduto a cena con alcuni commensali. La borghesia che non vede la sofferenza. La borghesia, il ceto medio che sarebbe stato perlopiù inerte, o connivente, o avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco, come suggerisce in via metaforica il film, di fronte a quello che sarebbe successo nel paese, è qui rappresentata in un momento di convivialità interrotta dall’irruzione di un qualcosa di inquietante. E a cui viene attribuita una delle frasi finali: «Stiamo combattendo il male maggiore, una terra senza Dio», che suona come le giustificazioni dei golpisti nei loro processi, che ammettevano la necessità del genocidio in nome della necessità di ripulire il paese dai sovversivi.

L’operazione di Rojo consiste nell’abbinare, e nel far combaciare perfettamente il film di genere con la rievocazione di quel clima di inquietudine e paranoia che sarebbe sfociato nel golpe militare, disseminando il film di una serie di anticipazioni, anche metaforiche, del buio che avrebbe avvolto il paese da lì a poco. Il film è un thriller d’epoca, da anni Settanta, con una fotografia di colori scialbi e desaturati, dove possiamo anche fare il gioco delle citazioni cinematografiche. Per esempio il personaggio dell’investigatore oscilla tra quella del tenente Colombo, del telefilm popolarissimo proprio negli anni Settanta, e quella del signor Wolf che risolve problemi di tarantiniana memoria. E poi possiamo trovare echi da Hitchcock nella situazione di doversi trovare a occultare un cadavere, da La congiura degli innocenti e tanti altri film del Maestro. Che Naishtat risolve con un uso di ellissi (la scia dietro il cadavere fa capire che è stato trascinato). E che qui si colora di una delle sinistre anticipazioni di quello che sarebbe successo, e in parte stava cominciando a succedere: la gigantesca macchina di smaltimento dei corpi messa in atto dalla giunta militare. Anticipata dalla situazione del figlio scomparso, e dalla scena del prestigiatore che fa svanire una persona. Podromi dei desaparecidos. E in un film così attento ai colori, la grande metafora, già dal titolo sarà di quel viraggio totale al rosso, il sangue che verrà versato in quantità copiose. Ottenuto da quegli occhialini usati per osservare un’eclissi. Come gli occhiali di Essi vivono, permettono di osservare quel buio che sta per generare mostri.

Info
La scheda di Rojo sul sito del Marrakech International Film Festival.
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