4 Bâtiments, face à la mer

4 Bâtiments, face à la mer

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Già proiettato a Torino nel 2012, torna al Festival 4 Bâtiments, face à la mer di Philippe Rouy, racconto post-umano nel sito nucleare di Fukushima. Un’opera radicale e sconvolgente, perfetto esempio dell’Apocalisse narrata in TFFdoc.

L’occhio neutrale

Lo sguardo costante di una webcam coglie uno spazio devastato da un male invisibile come la radioattività, ma paradossalmente cattura anche la bellezza della natura dopo una catastrofe della portata di Fukushima. Gli addetti si muovono come astronauti nell’area deserta della centrale, dove l’unica presenza sembra essere quella delle sostanze radioattive che ondeggiando si disperdono nell’aria. [sinossi]

Sono trascorsi oltre sette anni dal disastro di Fukushima, che fece ripiombare il Giappone nell’incubo nucleare. L’unica nazione ad aver subito un attacco con l’atomica – uno dei crimini di guerra di cui si sono resi responsabili gli Stati Uniti, rimasti impuniti perché i vincitori, si sa, hanno sempre ragione: vedere alla voce Dresda – patisce anche l’esplosione di una propria centrale, rendendo irrespirabile l’aria. Un’area non più vivibile. Il cinema giapponese non ha avuto remore né timori nel ragionare su un tale cataclisma, come dimostra in particolar modo l’esperienza di Sion Sono, sia in Himizu che soprattutto nel successivo Land of Hope. Nel 2012 al Torino Film Festival, all’interno della sezione TFFdoc, venne proiettato 4 Bâtiments, face à la mer del regista francese Philippe Rouy. I “quattro edifici di fronte al mare” sono ovviamente quelli della centrale. Non vi è rimasto nulla di umano. La TEPCO, che fornisce l’energia elettrica nella regione del Kantō ed è la proprietaria della centrale di Fukushima, installa videocamere a circuito chiuso per controllare il sito, oramai abbandonato. Rouy utilizza quelle stesse riprese per orchestrare un canto muto e dimesso sul concetto di superamento dell’umano, di catastrofe, di macchina che continua a registrare là dove l’uomo non ha più accesso.

La visione torinese, accompagnata da un incontro in sala con Rouy, è dirompente, in un’edizione del festival che ragiona da diversi punti di vista sul post-umano, da Leviathan di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel a Virgin Forest di Lee Hyun-jung, dal già citato film di Sion Sono a The Lords of Salem di Rob Zombie, da Final Cut di György Pálfi a L’île des morts di François Farellacci, fino al lavoro sulle città di Zimmerfrei ospitato in Onde.
A sette anni e mezzo dal disastro di Fukushima e a sei anni dalla trentesima edizione del Torino Film Festival, 4 Bâtiments, face à la mer è tornato all’ombra della Mole Antonelliana, nuovamente selezionato in TFFdoc. L’occasione? L’intenzione della sezione diretta da Davide Oberto di ragionare in modo approfondito sul concetto di Apocalisse. Quale immagine può deflagrare con maggior forza, in tal senso, di un luogo non più vivibile, dove gli unici umani ammessi hanno l’aspetto di esseri spaziali, o al più di astronauti, bardati come sono dalla testa ai piedi per combattere le radiazioni, uniche vere e proprie “abitanti” dell’area? L’umano non è più concepito, a Fukushima. Le riprese di 4 Bâtiments, face à la mer sono automatiche. Nessuno ha scelto quelle inquadrature. Nessuno. In uno scenario che non ha più molto di umano anche l’audiovisivo trova il modo di esistere senza la presenza di uomini e donne.

Ma al di là del loro valore strettamente documentale (“cosa c’era a Fukushima nei mesi seguenti il terremoto, lo tsunami e l’esplosione della centrale nucleare?” è in ogni caso un interrogativo più che valido) le riprese montate da Rouy dimostrano la sopravvivenza dell’immaginario, la capacità di resistenza del cinema. Del cinema e della natura, visto che nella pestilenziale aria di Fukushima ancora volteggiano uccelli e si aggirano insetti, piccoli animali che riescono a strisciare e a volare, nonostante tutto.
E quando un insetto arriva a posarsi su una delle camere, occludendo la visuale con un corpicino che di colpo il gioco ottico delle proporzioni fa risultare gargantuesco, l’immaginario cinefilo si mette in moto. Cosa discosta a questo punto 4 Bâtiments, face à la mer da un qualsiasi kaijū eiga? I film dedicati ai mostri giganti, che hanno svolto un ruolo centrale nella produzione cinematografica nipponica, da Godzilla a Gamera a King Gidorah, non raccontano forse l’incubo nucleare come invenzione umana della distruzione stessa dell’umanità? E non parlavano di lucertole e testuggini rese mostruose dall’incontro con le radiazioni? Nelle immagini spoglie, nude, apparentemente prive di filtri di 4 Bâtiments, face à la mer, c’è il senso stesso del cinema e della costruzione di immagini. Nella sua mancanza di umanità risiede il senso intimo della ricerca inconscia dell’umanità di voler superare se stessa.

Info
4 Bâtiments, face à la mer sul sito del Torino Film Festival.
  • 4-batiments-face-a-la-mer-2012-philippe-rouy-recensione-02.jpg
  • 4-batiments-face-a-la-mer-2012-philippe-rouy-recensione-01.jpg

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