Styx

Styx, secondo lungometraggio del quarantottenne viennese Wolfgang Fischer, è una riflessione amara sull’Europa e sul suo rapporto col fenomeno migratorio, visto da più parti come un nemico da abbandonare in mare, senza supporto. Con un’eccellente Susanne Wolff, quasi unica protagonista.

Alla deriva

Rike ha 40 anni ed è un medico, incarna il tipico modello occidentale che cerca continuamente felicità e successo. È istruita, sicura e determinata. Seguiamo il suo lavoro come medico d’urgenza, prima che realizzi un sogno da lungo tempo inseguito salpando in solitaria con la sua barca a vela. Il suo obiettivo: l’isola di Ascensione nell’Oceano Atlantico. Ma la sua vacanza da sogno viene presto interrotta in alto mare quando, dopo una tempesta, si trova vicino a un peschereccio che sta affondando. Ci sono circa un centinaio di persone che stanno per affogare. Rike cerca di usare la radio per chiedere aiuto. Ma poiché non riesce in alcun modo a risolvere la situazione, è costretta a prendere una decisione che potrebbe esserle fatale. [sinossi]

Styx è ovviamente lo Stige, il “fiume dell’odio”, uno dei cinque rivi d’acqua che stando alla mitologia greca e romana scorrerebbero agli Inferi – gli altri quattro si chiamano Acheronte, Cocito, Flegetonte e Lete. La potenza dello Stige era tale che anche gli dei, che pure potevano attraversarlo senza eccessivi rischi, la temevano. Saltando apparentemente di palo in frasca si annota come uno dei singoli più celebri della band statunitense Styx risponda al nome di Come Sail Away. To Sail, salpare, navigare. Naviga in solitaria, in effetti, la dottoressa Rike, medico di primo intervento che ha deciso di prendersi una pausa sulla sua splendida imbarcazione a vela per cercare di raggiungere l’isola di Ascensione, territorio britannico d’oltremare che sulle mappe appare poco più di un puntino nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. In realtà, dopo un incipit sul quale si tornerà in seguito, Styx si apre proprio sul lavoro quotidiano della quarantenne Rike, che interviene sul luogo di un incidente stradale avvenuto nel bel mezzo della notte. Pura routine quotidiana. Ma cosa c’entra allora, ci si chiederà, il riferimento allo Stige? Nel suo veleggiare verso sud, nel cuore dell’oceano, l’imbarcazione di Rike viene investita da una tempesta. Al termine del fortunale la dottoressa si ritrova a poca distanza da un peschereccio sovraccarico e in fase d’affondamento con a bordo centinaia di persone che rischiano d’affogare. Cosa fare? Intervenire, nonostante il contatto radio con la guardia costiera le intimi di andarsene per la sua strada senza agire, in attesa dei soccorsi “ufficiali”?

Eccolo allora lo Stige. L’oceano, ovvio, ma soprattutto quel mare d’odio e d’indifferenza nel quale affogano i disperati, gli ultimi della classe, i reietti, i profughi e coloro che fuggono da una condizione di miseria senza via d’uscita. Migranti economici, richiedenti asilo, poca o nulla è la differenza: davanti agli occhi dell’occidente va a morire un intero mondo, senza che la maggior parte della gente – e dell’agenda politica europea – muova un dito. Anzi, con parte consistente dei governi dell’Unione che remano contro qualsiasi politica d’intervento e di soccorso. A partire, non è neanche il caso di specificarlo, dal governo italiano. Il valore politico di Styx, secondo lungometraggio del viennese Wolfgang Fischer, è evidente, perfino lapalissiano. Non c’è dubbio che parte del risalto che il film ha avuto nel corso del 2018, ricevendo premi e menzioni in molte occasioni – non ultima la presenza nel terzetto finalista per il Premio Lux, in compagnia di The Other Side of Everything di Mila Turajlić e de La donna elettrica di Benedikt Erlingsson, poi vincitore –, sia dovuto proprio al carattere realistico e al contempo metaforico del racconto, che prende il via dal particolare, dal singolo, per aprirsi poi all’universale.

Ma sarebbe d’altro canto riduttivo celebrare il film di Fischer solo per la presa di posizione politica nei confronti del fenomeno migratorio – per di più la tratta delle Canarie narrata in sceneggiatura è tornata a essere molto utilizzata dalle barche con a bordo i migranti a causa della penuria di navi di soccorso nel Mediterraneo in seguito alla truce battaglia condotta contro le ONG. Styx non è solo un film in grado di confrontarsi col reale per cercare di restituirne la tragica potenza sullo schermo. È anche un’opera che cerca di scrollarsi di dosso la polvere del Vecchio Continente per aprirsi al mare, allo spazio aperto. Anche Rike, come i disperati che le stanno morendo accanto – ne ha salvato uno, un ragazzino di nome Kingsley, che ha però la sorellina a bordo del peschereccio – è sperduta. Il suo mondo le è altrettanto ostile, la considera un pericolo perché in grado di agire, là dove l’immobilismo è l’unico movimento consentito. Con uno stile cinematografico che fa del montaggio il suo principale alleato, sfruttando in ogni modo le potenziale del contrasto tra l’aria aperta e gli angusti confini dell’abitacolo, Fischer orchestra un sognato viaggio verso il Paradiso Terrestre – Ascensione raccontata dalla stessa protagonista via radio come una sorta di esperimento di Darwin vivente – che si tramuta in risveglio nelle angosciose e limacciose acque dell’oggi. Negli Inferi. All’Europa, di fronte all’ennesimo massacro compiuto per volontà politica di non intervenire, non resta che guardarsi indietro per “celebrare gli anni gloriosi”, come recita una scritta sbiadita su un muricciolo di Gibilterra, la porta dell’Europa su cui si apre il film. Ma lì solo i macachi si muovono ancora. L’umano è finito. Perso in mezzo all’oceano della propria mostruosità.

Info
Il trailer di Styx.
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