Macchine mortali

Macchine mortali

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Peter Jackson sceneggia e produce l’adattamento cinematografico di Macchine mortali, romanzo sci-fi in odor di steampunk di Philip Reeve. Purtroppo a dirigerlo non è il regista neozelandese ma il suo fedele sodale Christian Rivers, all’esordio dietro la macchina da presa.

Londra mangiatutti

Migliaia di anni dopo la distruzione del mondo civilizzato a causa di un cataclisma, la razza umana si è adattata e si è evoluta con un nuovo stile di vita. Gigantesche città in movimento vagano per la Terra, prendendo brutalmente di mira le più piccole città trazioniste. Tom Natsworthy proveniente da una classe inferiore della grande città trazionista di Londra si ritrova a dover combattere per la sopravvivenza dopo essersi imbattuto in Hester Shaw, una pericolosa fuggitiva. [sinossi]

Le “macchine mortali” sono umane, meccaniche, antropomorfe. Sono città, città in perenne movimento. Non il movimento intellettuale delle forze progressive – anticaglia del passato, memorabilia per cultori dell’archeologia. No. Un movimento effettivo, perpetuo. Energia da produrre e consumare. In una avanzata famelica le città si spostano, cacciando e inglobando città più piccole. È possibile leggere molte metafore, durante la visione di Macchine mortali, blockbuster di non poche ambizioni che Peter Jackson ha architettato, insieme al suo solito team – con lui alla sceneggiatura sono accreditate Fran Walsh e Philippa Boyens: la prima collabora con il regista di Splatters – Gli schizzacervelli e Amabili resti dai tempi di Meet the Feebles, 1989, mentre la seconda ha iniziato a scrivere con Jackson da La compagnia dell’anello, primo capitolo della trilogia tolkeniana – per permettere al sodale Christian Rivers di esordire alla regia. Tutte metafore legittime, sia chiaro. Appare dopotutto evidente come Philip Reeve, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, ragioni in modo semplice ma non per questo superficiale sul concetto di città-stato, sull’isolazionismo come prima spinta verso la conquista e la distruzione dell’altro. Quando il romanzo uscì nella prima edizione inglese la Brexit non era neanche una vaga stella sperduta nella galassia, ma oggi determinate riflessioni sulla voglia inglese di espandersi in Europa senza condividerne le sorti acquista inevitabilmente un retrogusto del tutto particolare, e sarebbe stolido non utilizzare questa possibile chiave di lettura durante la visione. Allo stesso modo Macchine mortali racconta di un occidente che vuole conquistare e colonizzare culturalmente l’ultimo avamposto orientale, una terra che sembra in tutto e per tutto simile al Tibet. Jackson conferma dunque di essere un regista o, come in questo caso, uno scrittore e un produttore che vede nella costruzione di un film ad alto budget la possibilità di affrontare questioni contemporanee di una certa rilevanza. Sotto questo punto di vista purtroppo Macchine mortali non possiede le stilettate politiche di District 9 di Neill Blomkamp, né allo stesso tempo la maturità registica.

Per quanto le critiche abbattutesi sul film di Rivers per l’uscita oltreoceano siano senza dubbio eccessive, è difficile non intravedere nella messa in scena uno degli aspetti meno a fuoco del progetto. Macchine mortali parte come un rullo compressore, con una sequenza iniziale in grado di far strabuzzare gli occhi, ma quando deve uscire dall’effetto digitale per concentrarsi sui personaggi l’esordiente Rivers dimostra di faticare, e i duetti tra i personaggi appaiono gestiti in modo affrettato, quasi che il regista (che viene proprio dagli effetti speciali, e per quella voce si ritrovò con un Premio Oscar in mano nel 2006 per King Kong) non veda il momento di potersi ributtare anima e corpo nell’azione concitata. In realtà anche la sceneggiatura qua e là traballa, indecisa se mantenere il target del romanzo, che punta a un’età prepuberale o al massimo adolescenziale, o cercare di muoversi in territori più adulti. Il materiale per trasformare Macchine mortali in un apologo sulla brama di conquista dell’uomo, sulla tecnologia come estrema soluzione sempre bellica e sulla ricerca dell’accettazione di sé come unico rimedio alla voglia di vendicare il male patito, ci sarebbe in abbondanza. Ma l’indecisione sulla strada da intraprendere porta da un lato a ironizzare sulla cultura pop contemporanea – i Minions che vengono considerati divinità dell’America del passato – dall’altro a creare delle sequenze anche mirabili, che non fanno altro che acuire il dispiacere per il risultato finale. Perché una scena come quella della morte di Shrike, che catalizza l’attenzione e dimostra il potenziale melodrammatico e doloroso del film, non rappresenta l’anima incandescente di Macchine mortali?

Si resta invece nei territori di uno steampunk anche gradevole – per quanto Tom e Hester siano inequivocabilmente troppo grandi perché qualcuno possa scambiarli per adolescenti: dopotutto i pur appassionati Robert Sheehan e Hera Hilmar hanno trent’anni, e in fase di trucco nessuno ha fatto alcunché perché ciò non fosse evidente – con un buon ritmo e una filosofia di fondo apprezzabile. Forse ispirato anche da Jackson Rivers sfodera un immaginario che guarda a Guerre stellari per quel che riguarda la battaglia decisiva – con tanto di ventre di Londra che sembra uno dei cunicoli della Morte Nera – ma soprattutto si perde in affascinanti rivisitazioni dell’universo miyazakiano. Ecco dunque le macchine volanti che fanno tornare alla mente Laputa, il castello nel cielo e l’idea stessa di città in movimento su ruote che non può non creare delle connessioni cinefile con Il castello errante di Howl. Dopotutto anche il già citato Shrike possiede qualcosa dei grandi robot presenti su Laputa…
Anche per questo dispiace profondamente dover constatare i buchi narrativi, gli scompensi d’ispirazione, qualche farraginosità nel tradurre per lo spettatore i cambiamenti sulla Terra descritti nel romanzo. L’impressione è che in mano a Jackson questo materiale sarebbe divenuto esplosivo, ma forse non è un caso che il regista si sia tenuto alla larga dall’idea di dirigerlo in prima persona. Rimane un’avventura per ragazzi comunque non disprezzabile, e che si conclude senza dover tenere la porta aperta per un ipotetico seguito. Di questi tempi quasi un atto di coraggio…

Info
Il trailer di Macchine mortali.
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