Sembra mio figlio

Sembra mio figlio

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Tra i film italiani inediti in Francia presentati ai Rencontres du Cinéma Italien – De Rome à Paris, Sembra mio figlio di Costanza Quatriglio, passato inosservato anche da noi, fa toccare con mano il dramma del popolo hazara, oggetto di persecuzioni e stermini.

Il sorriso di mia madre

Scappato dall’Afghanistan quando era ancora un bambino, Ismail vive in Italia con il fratello Hassan. La madre, che riesce solo ora a contattare per telefono dopo la separazione, oggi non lo riconosce. Dopo diverse e inquiete telefonate, Ismail andrà incontro al destino della sua famiglia facendo i conti con l’insensatezza della guerra e con la storia della sua gente, il popolo hazara. [sinossi]

Gli hazara rappresentano un’antica etnia, le cui origini si perdono con l’epoca di Gengis Khan e oltre, che si concentra in una regione montuosa dell’Afghanistan. Il genocidio perpetrato nei loro confronti, già dal 1893 e poi di recente per la pulizia etnica dei talebani, è uno di quei vari stermini misconosciuti della storia contemporanea. Costanza Quatriglio, con Sembra mio figlio, racconta la storia di uno di questi protagonisti della diaspora hazara, Ismail, che con il fratello Hassan vive in Italia. Ismail è un personaggio costruito, di fatto, su due figure reali, entrambi di etnia hazera. La prima è quella di Mohammad Jan Azad, un ragazzo che la regista ha conosciuto per il suo documentario Il mondo addosso, dedicato a storie di migranti, la cui vita viene ricostruita ora in forma di fiction; la seconda è quella di Basir Ahang, colui che dà il volto e il corpo a Ismail, rifugiato politico in Italia, poeta e giornalista, che ha sicuramente messo qualcosa della sua vita nel personaggio. Ismail conduce con il fratello un negozio di sartoria, ma fa anche altri lavori, in due cantieri, come mediatore culturale. Sembra che abbia bisogno di soldi per ripagare dei debiti, ma si scoprirà – in una narrazione che procede per indizi, rivelazioni, disvelamenti progressivi – che il suo obiettivo è quello di viaggiare nei suoi luoghi di origine, alla ricerca delle proprie radici e della propria madre da cui si era separato da piccolo, con la quale cerca invano di parlare al telefono, perché un uomo ne impedisce il dialogo. Ismail vive una storia con una donna, anch’ella apolide, slava (interpretata dall’attrice croata Tihana Lazović), ma in un territorio di confine (si deduce da alcuni punti che ci troviamo a Trieste). Il dialogo tra loro è un incontro linguistico, di canzoni e danze, una comprensione delle rispettive culture.

Sembra mio figlio, presentato in anteprima a Locarno e ora nei Rencontres du Cinéma Italien – De Rome à Paris, funziona su quei volti immoti che dicono tutto, a cominciare ovviamente da quello di Ismail/Mohammad, su quei lineamenti, su quei tratti somatici, quegli sguardi veri, scavati, e su quella lingua incomprensibile, quei fonemi lontani da ogni linguaggio conosciuto. E qui va rilevato il coraggio della regista di mantenere il parlato in dari, per quasi tutto il film, in un contesto come il nostro dove di solito si traduce tutto con il relativo appiattimento linguistico. E poi nella seconda parte, nella terra d’origine (ma le scene relative sono state girate in realtà in Iran), ci sono quei colori degli abiti tradizionali, gli scialli, i veli, i disegni nel cashmere, come quelli dei tappeti all’inizio, e ancora quei volti segnati dei vecchi. Costanza Quatriglio è riuscita a restituire l’essenza di un popolo e il suo dramma, rifuggendo tanto da un approccio etnografico asettico e scientifico, quanto da uno stucchevole sguardo da National Geographic. E allo stesso tempo il film rimane su quella linea sottile tra realtà e finzione, risultato anche dell’esperienza della regista nel documentario, da cui si stacca solo in alcuni momenti, ovviamente quelli dell’eccidio dell’autobus e della sepoltura in fosse comuni. Momenti che in effetti stridono come eccesso drammaturgico, come una spinta più in là nella finzione. Nel lavoro di aderenza al reale non tutto funziona alla perfezione. Se tutti i personaggi funzionano e palpitano di realtà, non lo stesso si può dire per alcuni ruoli pur minori. La sarta anziana da cui i fratelli rilevano l’attività, non brilla certo per spontaneità.

La regista cambia radicalmente approccio tra la prima parte, dove predominano i primi piani, sta attaccata ai personaggi, e la seconda dove invece li scruta da lontano, come nella scena di Ismael con il vecchio nel villaggio, come spiati da un punto di vista sopra i tetti, per tornare ai volti e agli nel momento finale. La prima parte è di vita quotidiana apparentemente tranquilla, le festicciole di bambini, le passeggiate sulla spiaggia, le gite in campagna, dove però il dolore è trattenuto, latente. Tra le due parti uno stacco magistrale che passa dal saluto di Ismael alla sua compagna alla commemorazione della gente hazara: nessuna immagine del viaggio, nessun raccordo. Sembra mio figlio rimane un film che si eleva dal panorama melenso del cinema italiano, raccontando di un popolo e della sua sofferenza, attraverso una storia di vita, senza romanzare e senza scadere nel feuilleton di bassa lega.

Info
Il trailer di Sembra mio figlio.
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