Il ritorno di Mary Poppins

Il ritorno di Mary Poppins

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Il ritorno di Mary Poppins in casa di Michael e Jane Banks, oramai cresciuti e a loro volta incapaci di cogliere il supercalifragilistichespiralidoso della vita. Un film di restaurazione, che propone un immaginario oramai sperduto, cosa che però lo rende affascinante.

La buona azione

1930, Londra è nel pieno della Grande Depressione. Michael, cresciuto e rimasto vedovo con tre figli (due maschi e una bambina), deve fronteggiare con la sorella Jane il rischio della perdita per pignoramento della casa in cui sono nati e cresciuti. È proprio allora che Mary Poppins, la magica bambinaia che li aveva cresciuti, fa ritorno nelle loro vite… [sinossi]

In qualche modo le oltre due ore lungo le quali si dipana Il ritorno di Mary Poppins, attesa rentrée sul grande schermo della bambinaia più famosa di tutti i tempi, sembra ruotare attorno al dualismo che i mirabili Blonde Redhead un ventennio fa ridussero nel titolo Futurism vs Passeism. Da un lato la prorompente devastazione avantgarde spacciata per norma “fantastica” che la storia scritta da Travers ma ri-scritta da Disney porta con sé; dall’altro il sentore di un tempo oramai fuori tempo, se non propriamente fuori senso comune. Se la Londra del 1910 dare del tu a quella del 1964 e lo spazio temporale si riduceva, grazie anche alla capacità tecnica di una Disney forse mai così folgorante, la Londra del 1930 oggi appare preistorica, lontanissima, del tutto impossibilitata a parlare all’oggi. E sì che gli sceneggiatori si sono dati anche da fare in tal senso, cercando nel minimo comun denominatore della crisi economica quell’aggancio alla contemporaneità che sembra comunque fuggevole, quasi estemporaneo. La verità è che l’accelerazione del moderno, la sua distruzione sistemica e sistematica del pregresso, ha creato un vuoto, uno spazio liminare che aumenta le distanze tra il Novecento e il nuovo millennio. Mary Poppins fa ritorno nella casa dei Banks e cerca di fare lo stesso anche con gli spettatori, ma mentre in sceneggiatura appare naturale che il primo rientro avvenga, la realtà dei fatti parla di un film che potrebbe trovare non poche resistenze nel pubblico dei più piccoli. Così come la bambinaia che scende dal cielo trasportata dal vento dell’est e dal suo fedele ombrello-pappagallo avverte l’urlo di preoccupazione dei fratelli – oramai cresciuti – Jane e Michael più che quello dei figlioletti di quest’ultimo (rimasti senza madre), così la Disney guarda più dalle parti dei genitori che ad altezza bimbo.

Lo sottolinea un linguaggio più forbito di quello generalmente utilizzato per i film “per famiglie”, con i testi delle canzoni – tradizionalmente tradotti in italiano, e non sottotitolati: dopotutto “basta un poco di zucchero e la pillola va giù” avrebbe avuto meno successo se si fosse scelto di lasciare l’originale “A Spoonful of sugar helps the medicine go down” – che svolazzano in direzione di citazioni che difficilmente l’età scolare attuale permette di cogliere (ma occorre rimanere ottimisti per credere che l’effetto sui genitori possa essere molto diverso), ma in generale lo si respira in un mood d’antan che non cerca in nessun modo di attualizzare a forza gli anni Trenta del secolo scorso. Non ammicca mai, Il ritorno di Mary Poppins, ed è questa sua cocciutaggine a dare l’impressione di un coraggio, di una sfrontatezza che potrebbe perfino ritorcersi contro la produzione se il film non dovesse sfondare al box office. Un rigore del tutto inatteso, anche nella scelta dell’animazione: se nel 1964 Mary Poppins faceva entrare i piccoli Banks in uno dei disegni di Bert, nel 2018 la magia si ripete con una porcellana sbeccata. Un rigore che ha anche il valore di “resistenza” contro la velocità e la facilità contemporanee.

Il limite dell’operazione però risiede allo stesso tempo proprio in questa dichiarata voglia di tenersi a distanza dall’oggi. Nel riprendere le redini di un discorso interrotto più di cinquant’anni fa la Disney non riesce ad andare molto al di là del ricalco, forse spaventata dal confronto con uno dei capisaldi del fantasy e della storia della Casa del Topo. Ecco dunque viale dei ciliegi, intatto. Ecco l’ammiraglio Boom, sempre intento a sparare col cannone per segnalare l’ora giusta. Ecco Jack, nipote di Bert (acciarino, mentre l’anziano parente era spazzacamino), che si unisce alle avventure della tata e dei piccoli Banks. Ecco i balletti, le canzoni, le case sottosopra. Nella scena sottomarina il veterano del musical d’oggi Rob Marshall (Chicago, Nine, Into the Woods) sembra strizzare l’occhiolino a un altro classico Disney a metà tra live action e animazione, Pomi d’ottone e manici di scopa, e non a caso nel finale fa la sua apparizione per un cameo Angela Lansbury, che di quel film era sublime protagonista. Nonostante l’impeccabile tecnica Il ritorno di Mary Poppins gioca sempre sul sicuro, riciclando un immaginario già fruito e peccando d’ispirazione. Di nuovo, futurism o passeism?
Se c’è un altro appunto possibile da fare riguarda il racconto della società. Il ritorno di Mary Poppins così come Mary Poppins prende una posizione nettamente progressista: Jane, cresciuta, è una sindacalista e prosegue il percorso iniziato da sua madre, suffragetta. Eppure, nel cuore della crisi economica, il film di Marshall – a scriverlo è David Magee, già al lavoro su Neverland di Marc Forster e Vita di Pi di Ang Lee – al contrario di quello di Robert Stevenson sceglie di riprendere con meno chiaroscuri il sistema bancario. Se nel 1964 si cantava in coro Fidelity Fiduciary Bank (Due penny in banca nella traduzione italiana), oggi l’unico a uscirne con le ossa rotte è il personaggio interpretato da Colin Firth. È lui, in quanto cattivo, a far andare male le cose. Non è il sistema, è il singolo ad avere responsabilità. Un dettaglio da poco, forse, ma che nel complesso sposta di qualche metro il fulcro del discorso. In direzione della contemporaneità.

Info
Il ritorno di Mary Poppins, il trailer.
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