Moschettieri del re

Moschettieri del re

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Giovanni Veronesi fa suoi in Moschettieri del re i romanzi di Alexandre Dumas rileggendoli in una chiave nazionalpopolare che vorrebbe guardare dalle parti di Monicelli ma non sa sollevarsi di molto sopra la pochade più trita e prevedibile. A salvarsi sono proprio i quattro moschettieri, Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo e Sergio Rubini.

La commedia italiana… Suppergiù

Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan sono in pensione, e ognuno ha preso la propria strada, non del tutto soddisfacente. Ma dovranno essere pronti a prestare di nuovo i servigi a sua maestà la regina di Francia, decisa a contrastare l’azione del cardinale Mazzarino contro gli Ugonotti. [sinossi]

Prima di Moschettieri del re Giovanni Veronesi era già tornato indietro nel tempo con Il mio west, esattamente venti anni fa. Se in quel caso era stato il mito del western a muovere la commedia verso lidi non consueti, stavolta l’avventura picaresca guarda dalle parti del feuilleton d’annata, riprendendo le gesta dei tre moschettieri narrati da Alexandre Dumas. Giocando tra Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne, Veronesi si diverte a mostrare i fedeli servitori del regno di Francia alle prese con gli acciacchi dell’età; quando D’Artagnan si lancia all’inseguimento di Cicognac/Valeria Solarino il primo appunto è verso il ginocchio che manda segnali non troppo rassicuranti.
Parte con molta stanchezza, Moschettieri del re, perché per rimettere insieme il quartetto oramai dispersosi si impiega troppo tempo, e Margherita Buy e Matilde Gioli – rispettivamente la Regina Anna e la sua ancella – sembrano non avere troppa dimestichezza con i tempi comici. È la scelta di base, quella di trasformare Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan in cinquantenni italiani che non fanno nulla per nascondere la propria inflessione dialettale, ad allontanare subito dal film qualsiasi tipo di apparentamento possibile con il dolente Il ritorno dei tre moschettieri, conclusione della trilogia diretta da Richard Lester tra il 1973 e il 1989. L’epica d’oltralpe sciacqua i panni a sud dell’Arno e si mescola con alcuni tentativi storici della commedia all’italiana.

Veronesi ne sembra ben consapevole, arrivando addirittura a citare in maniera diretta Brancaleone alle crociate nella sequenza del “suicidio metaforico” di Milady, che si lancia nel vuoto trasformandosi però in un corvo. Ecco dunque una presa di posizione netta: Moschettieri del re è un’opera dichiaratamente popolare, e occhieggia all’âge d’or della produzione nazionale. Pierfrancesco Favino che favella in un italiano francesizzato, fa il guascone ma senza troppa convinzione e fa scappare tutti i suoi destrieri dalla puzza di maiale che emana, vorrebbe essere un discendente di Brancaleone da Norcia, o magari di uno dei suoi scherrani. E per l’impegno profuso meriterebbe anche di esserlo davvero. Lo stesso discorso si potrebbe fare per i suoi compagni in arme, da un disilluso Valerio Mastandrea a un istrionico Rocco Papaleo, fino a quel Sergio Rubini che – in qualità di neo-frate – dovrebbe rappresentare la stella polare dell’etica dei quattro. Il condizionale è d’obbligo, perché non appena la patina del passato (cinematografico più che storico) viene meno il film dimostra tutte le proprie debolezze. Al di là dell’escamotage per dare fuoco alla miccia – i quattro moschettieri del re richiamati dal loro buen retiro per tornare a combattere fianco a fianco – la storia non sembra svilupparsi mai: i moschettieri sono in giro, qualcuno tende loro trappole e loro si difendono in un modo o nell’altro. Punto. Nulla che abbia un valore narrativo, nulla che evidenzi la necessità di ragionare sull’intimità dei personaggi, nulla che vada oltre un timido abbozzo anche poco interessante.

A dare il colpo di grazia arriva poi la regia di Veronesi, svogliata e per niente a suo agio nelle scene d’azione, che sono sì concitate ma solo per confusione. Non esiste una visione d’insieme, e la si ricerca solo attraverso droni che esteticamente stanno martoriando il cinema italiano contemporaneo; voli d’uccello privi di senso che cercano di far elevare una messa in scena per il resto sgrammaticata – ma non per eversione alla norma, sia mai –, sciatta. Per quanto si tratti di un’opera d’invenzione (e la scelta regionalistica evidenzia ancora di più questo tratto) era lecito attendersi un minimo di geografia, di apparato logistico di riferimento. Si cita qualche montagna – ovviamente non si sa quale – e un luogo in cui, suppergiù, dovrebbe trovarsi il confine tra Spagna e Francia. Per non parlare del riferimento agli ugonotti e alla loro persecuzione, che permette sì a D’Artagnan di sfoderare la sua miglior storpiatura (“sarò sempre un agnolotto”, afferma al boia che dovrebbe torturarlo) ma appare posticcio, nonché privo di una connotazione concreta.
Nonostante qualche battuta in grado di arrivare a segno, per merito soprattutto del quartetto di esecutori, Moschettieri del re si riduce davvero – come sottolinea il finale – a essere il sogno di un bambino, costretto a una realtà tutt’altro che eroica e senza lieto fine. Il labile raffronto tra gli ugonotti mandati a morte dal cardinale Mazzarino (ma nella realtà storica la corona francese appoggiò in tutto e per tutto questa guerra di religione) e le stragi in mare dei disperati che cercano di arrivare in Europa trova una sua sottolineatura perfino troppo evidente, e anche la riflessione sull’utopia del regista in grado di riesumare un pezzo d’anticaglia produttiva come il racconto di cappa e spada viene soffocata da una scrittura asfittica e da una regia afona. Veronesi, forse per divertimento forse per rivalsa, mette il nome di Marco Giusti su una lapide (alla maniera di Tinto Brass che in Miranda fece lo stesso con Tullio Kezich, Gian Luigi Rondi e Callisto Cosulich), omaggia il fratello Sandro e l’Adriano Celentano di Prisencolinensinainciusol, ma non possiede né la forza anarcoide di Brass né la libertà da scioglilingua del molleggiato. E quando sui titoli di coda irrompe Moschettieri al chiar di luna di Paolo Conte è possibile rendersi conto di quale talento ci voglia per riunire in un sol colpo ironia, melanconia e ritmi pop. Tutti per uno, uno per tutti…

Info
Il trailer di Moschettieri del re.
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