La Befana vien di notte

La Befana vien di notte

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A distanza di dieci anni da Il sangue dei vinti Michele Soavi torna al cinema. Sarebbe una buona notizia, se non fosse che a La Befana vien di notte manca del tutto una sceneggiatura degna di questo nome. E a improvvisare un fantasy si rischia sempre molto.

Arrivederci Befana, ciao

Paola è una gentile maestra elementare di una cittadina alpina. Nessuno, neanche il suo fidanzato, conosce però il segreto che la avvolge: la donna è infatti una Befana! Quando un filmino girato in maniera involontaria la vede volteggiare nei cieli notturni, viene rapita da Mr. Johnny, un produttore di giocattoli che fin da bimbo ha intenzione di vendicarsi sulla Befana, che ritiene colpevole del divorzio dei suoi genitori. Un gruppo di alunni di Paola si lancia alla ricerca della maestra, con l’intenzione di liberarla dalle grinfie del suo rapitore… [sinossi]

“La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte con le toppe alla sottana: Viva, viva la Befana!”. Viva la Befana hanno canticchiato negli anni migliaia, milioni di bambini in attesa di vedere cosa ci sarebbe stato la mattina nella calza. L’immagine della vecchietta gibbosa, con le verruche sul naso adunco, le scarpe malmesse e la veste nera tutta rattoppata è diventata nel tempo il simbolo stesso dell’Epifania, più ancora dei magi. Un simbolo tutto italiano – ma con qualche ovvia parentela nel folklore europeo – della fine delle feste. Un simbolo meno brandizzato di Babbo Natale (e nel film di Michele Soavi gli spunti più divertenti si muovono proprio attorno alla differenza di merchandising tra i due portatori ufficiali di doni tra la fine e l’inizio dell’anno) ma senza dubbio efficace, come dimostra tra l’altro il racconto di Gianni Rodari La freccia azzurra, la cui trasposizione segnò l’esordio al lungometraggio cinematografico per Enzo D’Alò oltre venti anni or sono. Molti sono anche gli anni che separano La Befana vien di notte dalla precedente incursione sul grande schermo di Soavi: Il sangue dei vinti risale infatti al 2008. Non che ci sia da stupirsi, visto che tra il quarto film di Soavi, Dellamorte Dellamore, e il quinto – vale a dire Arrivederci amore, ciao – trascorsero addirittura dodici anni. Non è dopotutto un cineasta addomesticato, Michele Soavi, sia per le scelte di narrazione che per l’estetica. Sembra appartenere a un mondo produttivo oramai estinto, sempre che sia davvero esistito. Anche per questo l’attenzione nei confronti della sua commedia natalizia per famiglie – la prima della carriera, di solito più a suo agio nelle timbriche oscure – era stata da subito molto alta. Dispiace profondamente dover annotare come le speranze siano state del tutto deluse.

Quando nel 1938 John Ronald Reuel Tolkien compone il saggio Sulle fiabe si premura di sottolineare da subito come “la connessione istituita tra bambini e fiabe non è che un accidente della nostra storia. Le fiabe, nel moderno mondo alfabetizzato, sono state relegate alla stanza dei bambini, così come mobili sciupati o fuori moda vengono relegati nella stanza dei giochi, soprattutto perché gli adulti non vogliono più vederseli d’attorno e non si preoccupano se vengono maltrattati”. Un errore di non poco conto, perché “Le fiabe, in tal modo bandite, tagliate fuori da un’arte pienamente adulta, finirebbero per guastarsi; e in effetti, nella misura in cui bandite sono state, si sono anche guastate”. Il cinema in tal senso ha forse dato il colpo di grazia a questa semplificazione ai limiti dell’elementare del ruolo della fiaba. L’ha ricondotta a forza in un interregno dominato dall’innocuo. Le fiabe sono indolori, questo è stato insegnato ai bambini. E come tali – e proprio perché pensate a uso e consumo di un pubblico in età spesso addirittura prescolare – possono essere semplici. È da notare come l’aggettivo semplice non debba essere inteso nella sua natura più elevata, ma solo come uno dei molti modi per giustificare il pressapochismo, la sciatteria, la mancanza di qualsivoglia problematicità e stratificazione del discorso.

Se può apparire addirittura esagerato tirare in ballo il saggio di Tolkien per entrare nel merito di una commedia con protagonista Paola Cortellesi nelle vesti della Befana, notturna megera ma gentilissima maestra elementare durante le ore diurne, è anche vero che il film di Soavi fin dal suo incipit – ambientato venticinque anni prima dei fatti narrati, e contenente il supposto elemento scatenante di uno spannung, tanto per restare nella struttura della fabula, che di fatto non arriverà mai –, è anche vero che Soavi e ancor più il soggettista e sceneggiatore Nicola Guaglianone ambiscono a confrontarsi a tu per tu con il fantasy, e a trasformare La Befana vien di notte nella risposta italiana a veri e propri classici del genere.
Se il paragone si dimostra in tutto e per tutto impari è in gran parte responsabilità di una scrittura che a conti fatti non sembra mai davvero in grado di prendersi sul serio. Affascinato dall’idea di poter mescolare il folklore locale con i film per l’infanzia che fecero la fortuna della Hollywood degli anni Ottanta Guaglianone si limita a una sequela del tutto priva di reale valore di giochi cinefili. Il gruppo di bambini, studenti della maestra Paola – sì, proprio la Befana in incognito – che se ne vanno in giro in bicicletta per cercare disperatamente di salvare l’insegnante dalle grinfie del crudele (si fa per dire) giocattolaio Mr. Johnny, sono privi di una reale vita e funzione, ed esistono solo per permettere da un lato alla trama di ispessirsi un poco, ma dall’altro soprattutto ai genitori che si suppone portino i loro bimbetti in sala a riconoscere la strizzatina d’occhio ora a E.T. ora a It, passando per gli onnipresenti Goonies (uno dei ragazzini ha perennemente fame, tanto per non lasciare nulla di intentato) e Stand by me. I più giovani potranno invece riconoscere l’altrettanto citazionista Stranger Things, mentre per cercare di allargare il più possibile la platea Guaglianone si inventa persino un dialogo tra due bambini di dieci anni che vogliono capire qual è il modo migliore per baciare una compagna di classe e si scambiano battute di Carlo Verdone riprese da Maledetto il giorno che t’ho incontrato.

In tutto questo si presuppone forse che la trama debba svilupparsi per pura magia, visto che il senso logico viene abbandonato fin dalle primissime battute. Ma è la sciatteria con cui si gioca con la fiaba senza mai prenderla davvero sul serio a destare le maggiori perplessità. Non si poteva pensare a una soluzione migliore per debellare le terribili e pericolosissime libellule robotiche ideate dal perfido giocattolaio di quella di farle sbattere di colpo le une contro le altre mandandole in tilt? E perché Mr. Johnny, una volta messe di nuovo le mani sulla Befana dopo che questa si era divincolata sfuggendo al rogo non la brucia di nuovo ma si limita a imprigionarla in una sfera di plastica? E perché dopo che il giovane bulletto – che si redimerà, perché l’idea malsana di fiaba prevede che siano tutti buoni, o al massimo cattivi da operetta – è stato riconosciuto a distanza dall’odore, visto che è finito con le mani su degli escrementi cadendo dalla bicicletta durante un inseguimento (qualcuno ricorda forse Ritorno al futuro?), nessuno fa più caso a questo dettaglio? Ma soprattutto com’è possibile che i bambini armati solo di biciclette possano raggiungere un SUV che per di più è partito con molti minuti di anticipo rispetto a loro?
Si potrebbe continuare a lungo, perché non c’è un solo dettaglio della trama del film che non faccia venire il tarlo del dubbio; per di più la già labile trama è perfino così confusa che in più di un’occasione i personaggi sono costretti a ripetere ad alta voce i propri pensieri o le proprie intenzioni, per far sì che il pubblico non si distragga o non si perda completamente.

Il problema è che il fantasy è un genere, e non basta avere a disposizione un regista di comprovata caratura tecnica – anche se perfino Soavi sembra meno ispirato del solito, e poco a suo agio con un film che non gli permette di entrare in profondità nel gotico, qui utilizzato solo come pura patina scenografica: dopotutto anche Nicola Pecorini, fedele sodale di Terry Gilliam alla fotografia, qui sembra completamente spaesato – e una pallida idea di fondo per condurre a termine un film che abbia un senso profondo. Non c’è pathos, ne La Befana vien di notte, non c’è vera azione, non c’è cattiveria. Non si teme per i personaggi in scena, non ci si diverte con loro. Non c’è vita, ma solo una concatenazione di eventi che non avrà mai la possibilità di lasciare davvero traccia di sé. Sottovalutando i bambini come spettatori attenti, e in grado di smascherare un’operazione di pura furbizia e poca ispirazione come questa, il cinema italiano non fa che perdurare nella propria mediocrità espressiva, muovendosi in direzione del genere a puro uso e consumo di un’idea mai davvero sviluppata e destinata a rimanere sulla carta. Un’idea di per sé neanche così originale o interessante. Dispiace che un talento come Soavi sia costretto a mettere le mani – e le pezze, laddove possibile – a un gingillo privo di vita come questo. E durante la visione de La Befana vien di notte si forma nella memoria cinefila il ricordo de Il magico Natale di Rupert di Flavio Moretti, che quindici anni fa venne mandato al massacro e che invece dimostrava di conoscere fino in fondo il reale valore del fiabesco, e la necessità di credervi e di trattarlo con la serietà – pur buffonesca, anche quella era una commedia – che merita.

Info
Il trailer de La Befana vien di notte.
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