Intervista a Sayaka Kai

Intervista a Sayaka Kai

Sayaka Kai, filmmaker giapponese, ha realizzato alcuni cortometraggi, Border Line (2000), Pellet (2001) e The Curse of the Ondine (2014), selezionati a festival come Oberhausen e Rotterdam. L’abbiamo incontrata durante il Marrakech International Film Festival 2018 dove ha presentato Red Snow, il suo primo lungometraggio.

Puoi dirci qualcosa sulle location di Red Snow, in luoghi freddi, algidi nevosi. Dove si trovano? E qual è il loro significato nel film?

Sayaka Kai: Ho girato il film nelle prefetture di Yamagata e Niigata, dove nevica. In realtà avrei voluto ambientare il film nell’Hokkaido, ma il budget non era sufficiente. Così ho scelto questi due luoghi in sostituzione. Cercavo anche di rendere l’immagine di una cittadina fantasma, con tutti i negozi chiusi. E l’ho trovata a Yamagata, che è la location principale.

Il film funziona, dal punto di vista della fotografia, sul contrasto cromatico tra bianco e rosso, e trasversalmente sugli elementi della natura. Perché?

Sayaka Kai: Dapprima cerco di stare sull’essere umano, sul dramma umano e poi voglio descrivere quell’umanità. Credo che la memoria dell’essere umano sia molto importante, sono molto interessata a trattarla e così nel film devo distinguere tra la memoria e il presente. La prima non è semplicemente un sogno, è come un sogno ma non lo è. La memoria è nella testa. Così per visualizzare queste immagini che avevo in testa nel film, mi sono basata sul quadro del pittore Andrew Wyeth dal titolo Christina’s World. Un dipinto che raffigura una donna che si trova in esterni, che sta guardando la casa in fronte a lei e sembra che stia pensando a qualcosa d’altro. Quell’immagine mi aveva colpito così volevo provare a descrivere nel mio film quell’atmosfera, quell’immagine, quel colore che è un qualcosa di non completamente bianco come un sogno, è anche un po’ marrone. Quindi ho provato molte lenti per girare, e alla fine ho trovato quelle specifiche per poter inserire bene i colori.

Perché hai scelto di esordire nel lungometraggio con un film di genere, un thriller?

Sayaka Kai: Il thriller è un genere che mi piace molto. Finora avevo fatto alcuni corti dal soggetto simile. Quello che mi interessa è il soggetto della famiglia, ma di un tipo di famiglia tragica. E questo genere e questo stile sono adatti a questo soggetto. Ho letto davvero molte storie sui giornali. In Giappone è successa realmente una vicenda di un fratello scomparso di cui non si è saputo nulla. C’è stato davvero un caso simile in Giappone. Così ho preso dei dettagli e li ho mescolati, così ho fatto questa storia, anche occupandomi della memoria. Credo che il soggetto sia molto buono.

Il tema della famiglia è comunissimo nel cinema nipponico, anche nella declinazione disfunzionale, di ‘crazy family’. Il tuo film mi sembra abbia molto in comune con le opere di grandi autori contemporanei come Kiyoshi Kurosawa, ma anche con gli ultimi film di Hirokazu Kore’eda, come The Third Murder che è un legal thriller. Cosa ne pensi?

Sayaka Kai: La società giapponese è fatta di piccole comunità, specialmente in campagna ci sono poche persone che si aggregano in gruppi. Alcune persone si devono distinguere dagli altri e gli altri pensano che siano strane. Questo tipo di tradizione è ancora forte nella campagna. In questa tradizione i giapponesi cercano spesso di nascondere la verità se non è buona. C’è la parola ‘kamikakushi’ [in inglese ‘spirited away’ e non a caso rientra nel titolo originale, Sen to Chihiro no kamikakushi, del film di Miyazaki uscito in Italia come La città incantata, n.d.r.] che significa che qualcosa di strano sta succedendo, come appunto in questo caso il fratello che è scomparso. Usiamo questa parola per dire che i misteri succedono: è scomparso a causa degli Dei [i Kami della religione shintoista, n.d.r.]. Quindi significa che sono quei misteri che non conosceremo mai. Ma è una parola molto bella e se nulla viene spiegato, allora noi capiamo, ok, che è successo forse quel mistero. Così è una tradizione della nostra cultura accettare quei misteri come una cosa bella. Ma la verità può non essere altrettanto bella. Noi non cerchiamo la verità, perché forse abbiamo paura che la verità non sia una cosa bella. Così da giapponese capisco questo sistema e cerco di occuparmene e di farne un soggetto per i miei film. E forse noi giapponesi comprendiamo questo sistema, ed è così anche per gli altri registi.

Può essere lo stesso concetto alla base del film di Shōhei Imamura Evaporazione dell’uomo?

Sayaka Kai: Sì, esattamente quello stesso concetto.

Nel film scorgo anche un interesse sociale per quelle città deserte, fantasma. È un modo per rappresentare lo stato di crisi?

Sayaka Kai: Sì, è una crisi dovuta a ragioni economiche. Credo sia avvenuto dopo gli anni Novanta. Lentamente l’economia giapponese è crollata, e questo si è ripercosso soprattutto nella campagna, nelle piccole città. La gente che c’era prima se ne andava e si trasferivano altrove e tutti gli esercizi commerciali chiudevano e rimanevano quel tipo di città deserte. Ancora ci sono in campagna.

Il protagonista è impegnato in un’attività artigianale, in un laboratorio di vasellame. Perché lo hai inserito in questo contesto?

Sayaka Kai: Il passato è una piccola cosa. Il suo lavoro in questo laboratorio è un tipo di piccolo mondo. Gli spazi ristretti come una scatola rappresentano una metafora della sua provenienza, perché vivono in una piccola città come una piccola scatola, un piccolo spazio. La sua famiglia già prima della vicenda probabilmente soffriva per una vita dura, che non era facile, e poi suo fratello è scomparso. Lui si è così chiuso in se stesso, quindi ha cominciato a lavorare come artigiano di lacche giapponesi. Poi il fatto che si può concentrare in quelle piccole cose, è adatto alle sue emozioni, è la situazione del suo stato d’animo. Ho scelto di rappresentare questi artigiani che modellano i vasi cambiando molte volte e questo vuol dire essere connessi alla memoria. La memoria cambia nella mente, anche questa è una metafora.

Info
La scheda di Red Snow sul sito del Marrakech International Film Festival.

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