Wend Kuuni – Il dono di Dio

Wend Kuuni – Il dono di Dio

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Wend Kuuni – Il dono di Dio è l’esordio alla regia del burkinabé Gaston Kaboré. Un’opera potentissima, che rivoluziona il cinema post-coloniale. La Settima Arte si fonde alla proposta politica di Thomas Sankara, rigettando il pensiero occidentale.

Il bimbo muto

Wend kuuni è un ragazzo, figlio di una donna rimasta vedova, diventato muto per il trauma subito alla morte della madre, accusata di stregoneria. Raccolto da un passante, il bambino viene adottato da una nuova famiglia nel nome di una solidarietà spontanea che riconosce in lui “il dono di Dio”. [sinossi]

Wend Kuuni è il dono inatteso. La sua apparizione avviene quasi misterica, dal nulla, come nulla è quel che esiste al di fuori del villaggio che lo accoglie. Piccolo, solo al mondo, muto. Questo è Wend Kuuni. Non ha storia, e anche l’avesse non possiede la voce per raccontarla, condividendola con gli altri. Non gli è concesso, non ne ha la facoltà. Ma è indomito, paziente, buono di indole. Tra le molte metafore dell’Africa e della sua tragedia secolare passata sotto silenzio o perfino negata, quella messa in scena da Gaston Kaboré nel suo esordio alla regia risulta ancora oggi, a poco meno di quarant’anni dalla sua realizzazione, una delle più potenti.
Quando Kaboré presenta il film a Nantes, durante le giornate del Festival des 3 Continents, il Burkina Faso è ancora conosciuto col nome coloniale di Alto Volta, rimasto inalterato – a parte la sottolineatura costituzionale di “Repubblica” – anche con l’indipendenza del 1959 guidata da Maurice Yaméogo, rovesciato poi dal colpo di stato ordito dal militare Sangoulé Lamizana. Wend Kuuni esce nelle sale quando al potere c’è il brevissimo interregno di Jean-Baptiste Ouédraogo, che verrà deposto da Thomas Sankara. Ma il film di Kaboré ha già al proprio interno le caratteristiche che saranno distintive del sankarismo. Dettagli che si evidenziano nel rifiuto categorico del passato coloniale, nell’elogio della collettività, nel rapporto osmotico tra uomo e natura e nella ricerca di un’evoluzione che sia sempre rivoluzione. Del pensiero come dei modi e dei costumi. Non sbaglia che identifica nell’esordio di Kaboré il primo lungometraggio compiutamente burkinabé della storia del cinema. Dopotutto Burkina Faso è traducibile come “la terra degli uomini integri”.

Kaboré racchiude nel silenzio traumatizzato di Wend Kuuni il silenzio di una nazione, ma in realtà di un intero continente, ripetutamente vessato e stuprato dal mondo bianco per poi essere abbandonato al proprio destino. Anche il ragazzino è solo da quando sua madre è stata massacrata perché considerata una strega. Il medioevo del pensiero come unica risorsa rimasta a una popolazione imbarbarita, priva di dolcezza o di delicatezza. Costretto nel suo silenzio, il giovane diventa però per contraltare un “dono di dio”, e come tale può essere accolto in un villaggio. Un villaggio che è isolato, naturalmente progressista senza dimenticare le tradizioni, ma anzi ponendole come base di partenza per la costruzione di un proprio sistema sociale, che tende all’equità. C’è un sankarismo profondo nelle pieghe di Wend Kuuni, una comunione d’amorosi sensi con la rivoluzione che arriverà a breve, e che purtroppo avrà anche vita breve, per quanto rigogliosa e colma di indicazioni per il futuro.
Kaboré elimina dalla propria narrazione qualsiasi elemento che possa ricondurre con troppa precisione l’ambientazione a un’epoca precisa. Di certo non esiste modernità nel film: ci si sposta a piedi o a cavallo, non ci sono armi da fuoco, i vestiti non hanno nulla di occidentale. È il rifiuto non solo di una collocazione temporale, ma anche dell’impronta crudele del colonialismo, inteso in ogni sua forma. Filosoficamente Kaboré si pone a pochi passi dal pensiero di Frantz Fanon. Dopotutto gli studi storici portati a termine con la laurea permeano la messa in scena di Wend Kuuni, che pure mescola al naturalismo delle riprese en plein air un’astrazione destabilizzante, e ulteriormente affascinante.

Ne viene fuori un romanzo di formazione ellittico e profondamente empatico, con la macchina da presa che condivide il trauma del suo giovane protagonista e si trasforma nella voce/sguardo che lui non è più in grado di esprimere. Il cinema come arma della rivoluzione, ma non solo. Il cinema come arma capace di restituire ciò che è naturale, di ristabilire il senso dell’essere al mondo, di donare nuova dignità a coloro che l’hanno persa, che se la son vista strappare di dosso con violenza. Una tensione che sarà propria dell’intera filmografia di Kaboré (tra gli altri Zan Boko, Rabi, Buud Yam) e che si avverte come fremito in buona parte della cinematografia nazionale del Burkina Faso, dal sommo Idrissa Ouedraogo a S. Pierre Yameogo, passando per Fanta Régina Nacro, Dani Kouyaté, Mamadou Djim Kola. È lo stesso fremito panafricano e sankarista che agiterà le acque del FESPACO di Ouagadougou, e del sogno del MICA, il mercato del cinema e della televisione africani. Un sogno che si infrangerà in gran parte con la morte di Sankara, ma che sottopelle continua a (r)esistere, anche grazie ai film di Kaboré. Perché con Wend Kuuni anche il cinema africano, oltre a un ragazzino, si è riappropriato della propria voce, e ha raccontato il trauma subito. Dando vita alla collettività.

Info
Wend Kuuni – Il dono di Dio, il trailer.
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