Fiore di cactus

Fiore di cactus

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Scritto in punta di penna, come d’abitudine, da I.A.L. Diamond, a Fiore di cactus si può imputare al massimo l’assenza in cabina di regia di Billy Wilder. Ma Gene Saks si mette al servizio di uno scatenato cast capitanato da Walter Matthau e il risultato è una commedia straripante, spassosa, attualizzazione nevrotica della screwball comedy. Un piccolo grande cult.

La segretaria, il dentista, sua moglie e l’amante

Il dentista Julian Winston, che ha per clienti l’alta società newyorchese, ha una relazione con una giovane e intraprendente ragazza, Toni Simmons, che lo crede sposato e con tre figli. Quando Julian decide di sposarla sorge spontaneo il problema: come fare a divorziare da una moglie che non è mai esistita? Potrebbe però venire in soccorso la segretaria del dentista, fedele sodale nel corso degli anni… [sinossi]

Se c’è un appunto che è possibile fare a una commedia come Fiore di cactus è che alla voce “regia” non appare il nome di Billy Wilder. Lo stesso appunto, a ben vedere, che è possibile muovere a un altro gioiellino della produzione ironica hollywoodiana sul finire degli anni Sessanta, La strana coppia. Sarà una coincidenza, ma in entrambi i casi la messa in scena è firmata da Gene Saks, onestissimo regista di medio cabotaggio – sua anche la firma in calce ad A piedi nudi nel parco – ma anche stretto collaboratore di Neil Simon, drammaturgo autore sia de La strana coppia che di A piedi nudi nel parco. Fiore di cactus è invece il risultato di un felice parto artistico di I.A.L. Diamond, il più fedele sodale di Wilder e tra i più brillanti e caustici sceneggiatori della centenaria storia di Hollywood. Proprio per questo le battute servite in bocca a un monumentale Walter Matthau, altro elemento pressoché fisso nei film diretti dal cineasta austriaco, corrono il rischio di apparire vagamente monche. Saks non è certo un regista mediocre, ma ha un approccio alla messa in scena interamente mutuato dall’esperienza teatrale: i suoi personaggi entrano ed escono di scena e la scena è sempre chiara, unica, si tratti di uno studio dentistico, di un locale alla moda, di un appartamento malmesso. Qui, in questa reminiscenza da quinta teatrale, è possibile trovare il punto debole – se proprio ci si vuole cimentare nell’impresa – di questa sapida commedia che nel 1969 sbancò i botteghini, innalzandosi fino all’ottavo incasso dell’anno in una classifica dominata sul podio da Butch Cassidy and the Sundance Kid di George Roy Hill, Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, e Easy Rider di Dennis Hopper. A coronare l’evidente successo di pubblico nel febbraio del 1970 Goldie Hawn – al primo ruolo di rilievo dopo un paio di interpretazioni secondarie – si trovò a sollevare l’Oscar per la migliore attrice non protagonista.

Al di là di questi dati, che permettono di inserire Fiore di cactus tra i grandi classici della commedia statunitense – e infatti il film fa la sua regolare apparizione sugli schermi televisivi di mezzo mondo, ancora programmato con una regolarità a suo modo sorprendente – dell’ultimo cinquantennio, a colpire è la capacità del film di reggere l’usura del tempo, e di farlo attraverso una riscrittura dei codici fondamentali della screwball comedy. In una Hollywood che si sta trasformando in una landa desolata e che dovrà attendere ancora qualche anno prima del risorgimento, per mano dei giovani (non) turchi del New American Cinema, il testo di I.A.L. Diamond si muove con una levità come sempre tesa alla destrutturazione della logica borghese, allo svilimento della prassi. L’ideale romantico è rivisto in un cosmo umano ossessivo compulsivo, come la giovanissima Toni, o direttamente truffaldino, aggettivo equamente spalmabile sull’intero consesso maschile del film, eccezion fatta forse per il solo Boris, vicino di casa di Toni e aspirante scrittore. Gli altri, a partire ovviamente dal luciferino e irresistibile dentista Julian per finire con i suoi principali pazienti, sono personaggi dominati da una meschinità animale che non guarda in faccia a niente e nessuno, e che brama solo la conquista e il possesso delle donne che gli si agitano attorno. Quegli stessi uomini di potere già messi alla berlina da Diamond in molti dei suoi script e che non sono stati spazzati via da quel ’68 che avrebbe dovuto agitare e di molto le acque, e invece le ha a malapena increspate a quanto sembra voler raccontare il film, i cui unici elementi controculturali sono il già citato Boris, che si aggira a petto nudo, usa il sarcasmo come arma d’attacco nei confronti dell’altro e non sembra cedere alle lusinghe della società, e la moda, dagli abiti alla musica ascoltata nei negozi di vinili.

Ma Diamond non è scrittore avvezzo a limitare i personaggi a usi e costumi sociali, e Fiore di cactus dimostra una varietà di schizzi umani sorprendenti, tanto nei sordidi colpi bassi quanto nelle reazioni più virtuose – scarse, e appannaggio quasi esclusivamente della fedele segretaria del dentista, ago della bilancia e reale protagonista del film. A colorare il tutto un florilegio di battute, freddure e dialoghi scoppiettanti che meriterebbero di essere elencati in un volume interamente dedicato. Da “se vi rivedo con mia moglie vi rompo tutti i denti!” “Il problema poi è che devi rimettermeli” fino al sibillino “marci, marci fino all’osso” che uno dei pazienti di Julian e la sua ragazza si scambiano senza smettere un secondo di ballare, Fiore di cactus bombarda dall’inizio alla fine il suo pubblico senza perdere mai un colpo, dimostrazioni tra le più sublimi della cosiddetta commedia di dialogo. A servire le battute un gruppo di attori in stato di grazia, dominato com’è naturale che sia dalla brillante e inedita coppia composta da Walter Matthau (che gioca con la storia dei suoi stessi personaggi) e Ingrid Bergman, costretta invece a cercare – e trovare – codici espressivi che non rappresentavano la sua prassi quotidiana. Certo, alla voce regia non appare il nome di Billy Wilder, ed è un peccato, ma durante la visione c’è modo di farsene una ragione…

Info
Il trailer di Fiore di cactus.
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