Le avventure di Pinocchio

Le avventure di Pinocchio

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In attesa di scoprire cosa sarà in grado di fare Matteo Garrone con il testo di Collodi, Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini resta la messa in scena più folgorante (con Disney) del burattino che vuole diventare uomo. Con Nino Manfredi e la colonna sonora di Fiorenzo Carpi.

Come un burattino

Pinocchio è un ciocco di legno che Mastro Ciliegia ha regalato all’amico Geppetto, un vedovo che vi modella un burattino a immagine e somiglianza del bambino che non ha mai avuto. Per intercessione della Fata Turchina quella notte il burattino prende vita, trasformandosi in un vero e proprio bambino… [sinossi]
Per non essere più solo
mi son fatto un burattino
per aver l’illusione
d’esser padre di un bambino
che mi tenga compagnia
senza darmi grattacapi
che non usi la bugia
come pane quotidiano
e che adesso che son vecchio
possa darmi anche una mano.
Storia di Pinocchio, Nino Manfredi
A tutti questi cento e più perché, perché
io cerco una risposta anche per te
e urlano, strillano, corrono, mi vogliono ubbidiente,
docile, vinto e come un burattino
mi vorrebbero educar
è vietato schiamazzar, è proibito brontolar
il bambino ha da ubbidir, fare i compiti e studiar
Pinocchio Birichinata, Andrea Balestri

Le avventure di Pinocchio osserva dall’alto il cinema italiano dedito al fantastico da quasi cinquant’anni. La storia del burattino più famoso del mondo – citato in lungo e in largo, dall’estremo oriente a Hollywood – portato al cinema finora quindici volte, di cui la metà in opere d’animazione, appare a dir poco deflagrante nel proscenio nazionale, tanto da far finire nel dimenticatoio tutte le successive versioni lavorate in Italia, compresa l’ambiziosa trasposizione firmata da Roberto Benigni nel 2002, destinata a un insuccesso pressoché unanime di critica e a un risultato appena sufficiente al botteghino. Anche a livello mondiale, se si eccettua la splendida – e splendidamente infedele – rilettura prodotta da Walt Disney nel 1940, è davvero difficile trovare delle opere in grado di gareggiare e competere con la mastodontica operazione condotta in porto, come Geppetto e Pinocchio in fuga dal pescecane, da Luigi Comencini. Un’operazione non priva di strascichi, come testimonia la causa intentata alla RAI da Carlo Rambaldi, che la vinse, con l’accusa per la televisione di Stato di aver sgraffignato le idee per il pupazzo meccanico al quale stava lavorando gratis – con la promessa di un futuro compenso. Ma al di là di questo un’operazione soprattutto in grado di dimostrare come la RAI dell’epoca fosse in grado di andare oltre la propria stessa natura reale: nonostante nel 1972 le trasmissioni fossero tutte solo ed esclusivamente in bianco e nero e i colori non sarebbero arrivati prima di un lustro, Le avventure di Pinocchio venne fotografato a colori sotto la direzione di Armando Nannuzzi. Una scelta lungimirante, sia per la qualità del lavoro fotografico, sia perché questo dettaglio ha permesso allo sceneggiato di sopravvivere al proprio tempo, e di trovare uno spazio nel corso degli anni. Trasmesso in più occasioni ha poi trovato collocazione anche nell’home video, in un’edizione dvd piuttosto curata.

Se la presenza tra i produttori della Sampaolofilm può indurre a ipotizzare una lettura teologica del testo seguendo i dettami del cardinale Giacomo Biffi, a dominare Le avventure di Pinocchio è l’anarchia naturale dell’infanzia, tema centrale della poetica di Comencini, qui al lavoro in fase di sceneggiatura insieme a Suso Cecchi D’Amico. A sorprendere è in effetti la capacità del regista salodiano di far suo un materiale così ricco e iconico, e di maneggiare la componente fantastica senza però scendere mai a definitivi compromessi con il genere. Ovviamente in scena appaiono il Gatto e la Volpe, l’Omino di burro, il Paese dei Balocchi: Pinocchio e Lucignolo diventano dei ciuchini, trasformandosi l’uno di fronte agli occhi dell’altro. Comencini non fa nulla per svicolare dalla sovversione del reale, eppure la sua lettura della fiaba collodiana è immersa in un’aria dimessa, melanconica. Il suo Pinocchio è vitale, ribelle, anticonformista: non rispetta le regole solo perché è un monello, ma perché nel suo modo di intendere la vita non c’è spazio per tutti quei regolamenti, per la prassi, per l’abitudine sempre più asfittica e soffocante. È Geppetto forse a essere il vero protagonista di questa versione, lunga e articolata: vedovo triste e solo, sogna la creazione di un burattino che possa fungergli da figlio. “Com’è stato lo sapete, è la storia di Pinocchio”, canta uno splendido Nino Manfredi atteggiandosi a toscanismi un po’ forzosi forse ma colmi di stile. Perché per l’appunto Le avventure di Pinocchio sono note in ogni dove… Come innovarle?

La prima e più potente intuizione Comencini e Cecchi D’Amico la trovano nella scelta stessa del piccolo protagonista. Un burattino di legno, certo – e si è già accennato alla querelle che vide contrapporsi alla RAI il talentuoso Rambaldi –, ma anche e soprattutto un bambino in carne e ossa. Viene dunque stravolto il testo di Collodi: Pinocchio è in tutto e per tutto un bimbo, ma ogni qual volta si comporta in maniera inadeguata la Fata Turchina lo ritrasforma in un ceppo di pino. L’interpretazione del piccolo pisano Andrea Balestri, destinata a imprimersi con forza nell’immaginario collettivo, è la dimostrazione della straordinaria capacità di Comencini di lavorare con i bambini-attori. Lo testimonia anche l’eccellente Domenico Santoro nella parte di Lucignolo: il regista lo aveva conosciuto durante le riprese de I bambini e noi, viaggio reportage che Comencini condusse in giro per l’Italia nel 1970 e che la RAI trasmetterà solo sul finire del decennio. Curiosità vuole che Santoro e Balestri si ritrovino poco dopo le riprese de Le avventure di Pinocchio anche sul set di Torino nera di Carlo Lizzani, nel ruolo dei due piccoli figli di Bud Spencer, carcerato innocente. Il già citato I bambini e noi è un punto di passaggio fondamentale della carriera di Comencini, perché insinua nelle pieghe del racconto – nel quale da sempre il regista eccelleva – il germe del “reale”. Ne è pervaso anche Le avventure di Pinocchio, con il soprannaturale che prende corpo nella natura, in uno scenario sempre credibile, veritiero, al di là di ogni sospensione dell’incredulità. Girato interamente nel Lazio, tra il viterbese e il romano (la casina e la tomba della Fata sono sul lago di Martignano, il borgo in cui vive Geppetto è Farnese, nella Maremma laziale, mentre il Paese dei Balocchi è ambientato nei cosiddetti Baracconi – oggi abbattuti – di Colle Fiorito, frazione di Guidonia), Le avventure di Pinocchio possiede una sua dolorosa e allo stesso tempo dolcissima verità, e ha la capacità di trasfigurare il proprio tempo nel fantastico senza doversi asservire alle regole di quest’ultimo.

Per quanto esista una versione cinematografica, ridotta a due ore e un quarto per poter essere proiettata nei cinema e per essere diffuso e commercializzato nell’allora nuovo formato VHS, Le avventure di Pinocchio è da considerare solo nella sua funzione seriale. Nel primo passaggio televisivo la storia venne suddivisa in cinque episodi, per un totale di quattro ore e quaranta minuti, ma Comencini provvide a un ulteriore montaggio, portando la durata a cinque ore e venti e dividendo il tutto in sei episodi. È questa la versione definitiva, quella più accurata e nel complesso quella preferibile da vedere. I sei episodi ruotano attorno a un evento chiave (la creazione/nascita di Pinocchio; il circo di Mangiafoco; il Gatto e la Volpe; le peregrinazioni alla ricerca di Geppetto; il Paese dei Balocchi; il ventre del pescecane), e tengono insieme in modo miracoloso tanto l’aspetto favolistico quanto un afflato a suo modo quasi antropologico. In questa fusione resiste il fascino indiscusso di una delle migliori serie televisive italiane di sempre, in grado di contare per di più su un cast pressoché perfetto, capitanato da Nino Manfredi nelle vesti di Geppetto.

Info
La sigla de Le avventure di Pinocchio.
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