Fucking Åmål

Fucking Åmål

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Fucking Åmål è l’esordio alla regia di Lukas Moodysson oltre che, a distanza di venti anni dalla sua realizzazione, il film più potente della carriera del regista e poeta svedese. Un teen-movie liberissimo e vitale, che sfascia le convenzioni sociali.

Elin e Agnes

Elin e Agnes sono due sedicenni nella piccola e poco interessante cittadina svedese di Åmål. La prima è esuberante, e maschera le sue paure con un’aria di strafottenza. La seconda è invece introversa, solitaria e tendente alla depressione, ma è anche innamorata di Elin. Un amore che non può confessare a nessuno… [sinossi]

Sono passati venti anni da quando Fucking Åmål uscì nelle sale svedesi iniziando il percorso che l’avrebbe portato dapprima alla Berlinale, e quindi in giro per il mondo – in Italia arrivò con Keyfilms nel febbraio del 2000. Il patria il suo esordiente regista, all’epoca dei fatti ventinovenne, era noto più che altro come poeta e scrittore, visto che alcune sue opere erano già state pubblicate; a distanza di venti anni Fucking Åmål rimane non solo il titolo più ispirato e convincente della sua filmografia, ma anche il teen-movie meno accondiscendente e più deflagrante del cinema svedese ed europeo. La questione adolescenziale nel cinema del Vecchio Continente, si sa, è trattata solitamente con meno regolarità – e anche con minor precisione – rispetto sia all’industria statunitense che a quella giapponese, sicuramente le due realtà che con maggior perseveranza hanno inserito il teen-movie all’interno del sistema cinematografico. La questione è annosa, e meriterebbe un approfondimento a parte, anche se ovviamente non sono mancati nel corso dei decenni esempi in splendida controtendenza, soprattutto in Francia (Passe ton bac d’abord di Maurice Pialat, rivisto di recente alla Festa di Roma nell’omaggio al grande autore transalpino, è in tal senso illuminante). Fatto sta che l’apparizione di Fucking Åmål sul finire degli anni Novanta fu un vero e proprio colpo di fulmine, una boccata d’ossigeno per un immaginario che rischiava sempre di più l’asfissia. Nella scrittura dei personaggi di Elin e Agnes vibra una verità sotterranea ma perfettamente percepibile, una capacità d’aggredire il senso comune e la prassi che era vitale e sottilmente rivoluzionaria all’epoca, ma non ha perso un grammo della sua libertà espressiva.

Nel raccontare l’amore lesbico tra due sedicenni di una sperduta e abbastanza noiosa cittadina svedese – chissà come accolse il film l’amministrazione comunale di Åmål, neanche diecimila abitanti nella nella contea di Västra Götaland, a quattrocento chilometri da Stoccolma e sulle coste dell’immenso lago Vänern: in realtà il set Moodysson e la produzione lo allestirono nell’altrettanto grigia, ma più grande, Trollhättan, a un centinaio di chilometri di distanza – Moodysson non ricorre a nessuno stratagemma narrativo. Non ci sono espedienti, in Fucking Åmål, e perfino i supposti climax emotivi vengono ridotti di volume e di peso: si pensi al modo in cui si risolve il tentativo di suicidio di Agnes, decisa a farla finita con un mondo che non la accetta e mai la accetterà, per di più dopo essere stata umiliata proprio dalla compagna di scuola di cui è segretamente innamorata.
Nel suo racconto della fauna adolescente di una Svezia opulenta ma priva di ardore e di spinta culturale (quando è sul divano con la madre, a guardare stancamente in televisione un gioco a premi, Elin le chiede “perché lo stiamo vedendo, se tanto i soldi li vincono loro?”), Moodysson compie un’operazione a pochi passi dallo studio antropologico. Agnes, Elin, la sorella di quest’ultima Jessica, e poi Johan, il vacuo e sempliciotto Markus, Viktoria, Karin, sono sedicenni che affrontano un mondo che ha già deciso tutto per loro, incasellandoli al momento stesso della loro nascita, con ogni probabilità.

Elin non potrà fare la modella, ma forse neanche la psicologa, visti i non eccelsi risultati scolastici. Markus e Johan potranno proseguire solo sul versante tecnico, e via discorrendo. Non esiste libertà di scelta, nelle pulsioni erotiche così come nelle dinamiche sociali. Esiste solo la prassi, e il suo ossequioso rispetto. In tal senso la breve sequenza che presenta la festa dalla quale Elin si dileguerà per andare a chiedere scusa a Elin – e da lì far partire quel racconto sentimentale che sgorga con una naturalezza sorprendente ed è un altro dei punti di forza del film – è a dir poco illuminante: bastano poche inquadrature, il dettaglio di una ragazzina disperata al telefono, chissà per chi, chissà per cosa, a rendere palese un quadro generale, a proporre una lettura poetica e politica della società, a dichiarare una posizione sulla quale non retrocedere, come uomini e come artisti.
Aiutato anche dalla colonna sonora che mette in fila alcuni successi del rock svedese, Fucking Åmål assume una postura quasi punk, ribelle nel senso più intimo del termine, eppure allo stesso tempo dolcissima. La dimostrazione definitiva dello spirito del film la si può rintracciare nel finale. Laddove probabilmente la stragrande maggioranza dei cineasti si sarebbe “accontentato” di raccontare il coming out pubblico delle due ragazzine – per di più giocato su un crescendo tra l’ansiogeno e il divertito – Moodysson compie uno scarto ulteriore, e le riprende a casa di Elin. Stanno finalmente dando sfogo alle loro pulsioni? No, bevono una cioccolata in tazza, mentre Elin spiega al suo amore come la prepara. In pochi istanti, un’intera dichiarazione poetica ed espressiva. Fucking Åmål, grazie anche alle magnetiche interpretazioni di Alexandra Dahlström e Rebecka Liljeberg, resta un film imperdibile, nel 1998 come oggi.

Info
Il trailer di Fucking Åmål.
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