La ragazza terribile

La ragazza terribile

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Oramai quasi dimenticato, almeno in Italia, La ragazza terribile di Michael Verhoeven rappresentò un piccolo caso cinematografico nel 1990, con la sua versione romanzata della vita della saggista tedesca Anna Rosmus. Da riscoprire.

Il fascismo discreto della borghesia

Sonja è una liceale tedesca di grande talento e prospettiva. L’intera comunità della piccola cittadina di cui fa parte è fiera di lei, almeno fino a quando non decide di scrivere un saggio sulla storia del suo luogo natale durante gli anni del nazismo… [sinossi]

L’oblio in cui è ben presto e con gran facilità scivolato La ragazza terribile, almeno per quel che concerne l’Italia (il film non gode di un passaggio televisivo da molti anni, e non è mai stato editato in nessuna forma per l’home video), assomiglia in qualche modo e con le dovute differenze al silenzio con cui la cittadina di Passau, in Baviera ma a un tiro di schioppo dal confine austriaco, sorvolò per decenni sulla propria storia, epurando qualsiasi rapporto con la gerarchia nazista e fingendo una purezza a dir poco insultante rispetto al ruolo al contrario svolto durante la dittatura hitleriana. La stessa Passau – o Passavia, com’era conosciuta un tempo in Italia – si rivoltò e affilò le armi contro la giovanissima Anna Rosmus quando nel 1976 questa talentuosa studentessa osò, appena sedicenne, redigere un breve trattato saggistico proprio sulla storia cittadina nel bel mezzo del Terzo Reich. Perché tornare a girare il coltello nella piaga, dopotutto? Non era oramai tutto mondato? La Germania Ovest non era forse diventata una delle roccaforti della democrazia occidentale, ultimo baluardo prima della barbarie sovietica? Ecco dunque che una liceale neanche maggiorenne si ritrova a essere insultata, minacciata, costretta nel corso degli anni addirittura ad abbandonare la terra tedesca per trovare rifugio dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti. È da questa storia che parte e a questa storia che arriva La ragazza terribile, decimo lungometraggio diretto da Michael Verhoeven, che nel 1990 fece a lungo parlare di sé, arrivando perfino a un passo dalla vittoria del Premio Oscar per il miglior film straniero. Si sarebbe comunque trattato di un dettaglio, ma anche per questo appare sorprendente la perdita di memoria cinefila collettiva che in Italia ha fatto sì che a nessuno nel corso degli anni venisse in mente di riesumare questo strano e scorbutico film, a metà tra dramma e grottesco, tra ricostruzione storica ed evidente finzione creativa. Sarà forse che si teme uno scandaglio simile anche dalle nostre parti, magari per capire una volta per tutte che in molti – troppi – approfittarono del caos post-bellico per rifarsi una verginità ad hoc, professandosi antifascisti da sempre?

Al di là di queste speculazioni, è interessante come Verhoeven – figlio di Paul, a sua volta regista ma con nulla a che spartire con l’omonimo olandese autore di Spetters e Starship Troopers, ovviamente – si avvicini alla vera storia di Rosmus, la metta in scena con una certa aderenza alla realtà (il regista aveva avuto modo di incontrare la ragazza poco più che ventenne nei primi anni Ottanta, quando aveva iniziato ad accarezzare l’idea di trarre un film dalla sua vita), ma scelga di cambiare i nomi dei personaggi e di ambientare il tutto in una cittadina bavarese senza connotazioni particolari. Quella che potrebbe sembrare una scelta di comodo – e nulla vieta che sia stata opzionata proprio per evitare di incorrere in qualsiasi tipo di problematica giudiziaria – si trasforma forse suo malgrado nel principale punto di forza. Smarcando La ragazza terribile dalla realtà comprovata Verhoeven riesce a rendere universale un discorso che avrebbe altresì corso il rischio di ridursi a una reprimenda pur doverosa contro il bigottismo e l’ipocrisia di una specifica cittadinanza. In questo modo il centro del discorso non è più Passau, ma l’intera Germania, per di più a un passo dalla riunificazione che arriverà appena un pugno di mesi più tardi rispetto all’uscita del film.

Come protagonista Verhoeven sceglie Lena Stolze, già più che trentenne al momento delle riprese ma perfettamente in grado di restituire l’ardore giovanile di Sonja, la sua sete inesauribile di verità, la sua voglia di scoperchiare una volta per tutte il nido di vespe di una borghesia in cui si annida ancora il germe del nazionalsocialismo, e che non ha mai fatto i conti con le proprie responsabilità oggettive. La macchina da presa di Verhoeven fatica ad abbandonare il volto e il corpo di Stolze, che di fatto appare come una vera e propria mattatrice: cionondimeno La ragazza terribile si muove sul crinale del grottesco, rifuggendo una volta di più dal reale e trovando collocazione in uno spazio liminare, di cui è difficile segnare con chiarezza i confini. Verhoeven firma un’opera quasi isterica, perennemente sopra le righe, ricca di intuizioni visive e per niente pudica sotto il punto di vista visivo. Un lavoro di accumulo di materiali che in una certa misura riflette la perenne ricerca di nuovi documenti da parte della giovane Sonja/Anna. Una ricerca che la condanna in partenza al ghetto, a trovar rifugio su un albero solitario, anche quando la cittadinanza sembra – ah, la furba apparenza della borghesia – attribuirle finalmente gli onori che ha meritato. “This machine kills fascists”, scriveva Woody Guthrie (e mille dopo di lui) sulla sua chitarra. Chissà se Michael Verhoeven lo scrisse sulla macchina da presa utilizzata sul set de La ragazza terribile

Info
La ragazza terribile, il trailer originale tedesco.
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