The Call of Cthulhu

The Call of Cthulhu

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All’interno del ciclo dedicato alla divinità aliena da H.P. Lovecraft non esiste titolo più suggestivo e spaventoso di The Call of Cthulhu (La chiamata di Cthulhu in italiano). Nel 2005 qualcuno sperimentò un folle cortometraggio muto e in bianco e nero dedicato al racconto…

I Grandi Antichi non dormono per sempre

Il prozio di Francis Wayland Thurston, morendo, lascia al nipote un gran volume di carte, documenti e diari privati. Tutto riporta a una divinità mostruosa e sconosciuta, Cthulhu, e ai temibili seguaci del suo culto… [sinossi]

Tra le tutte le citazioni divenute oramai celebri de Il richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu), racconto di H.P. Lovecraft che venne pubblicato nel 1928 su Weird Tales, ce ne sono due che colgono con estrema precisione non solo il senso intimo dell’opera, ma i fondamenti della stessa filosofia – perché tale può essere definita – del suo autore. La prima, brevissima, sentenzia “Non è morto ciò che può giacere in eterno | E in strani eoni anche la morte può morire”. La seconda, assai più articolata, recita invece “Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo”.
Quale che sia il rapporto o la conoscenza della letteratura di Lovecraft è indubbio che queste due riflessioni si leghino tra loro, relazionando il campo della scienza al soprannaturale, il destino delle umane genti a qualcosa di più grande, di misterico, di oscuro e pericoloso, e maligno e ferale. Cthulhu, il principale dei Grandi Antichi, colui che giace dormiente nella perduta città sommersa di R’lyeh. Un sonno simile alla morte, ma che morte non è. La scrittura di Lovecraft, così personale, dettagliata, incentrata sugli umori, sulle sensazioni, sulle percezioni – e per di più narrata in prima persona – ha sempre tenuto a debita distanza il mondo del cinema, al punto che sono davvero poche le produzioni che si sono addentrate in veri e propri rifacimenti ufficiali dei parti creativi del romanziere di Providence, Rhode Island. Tra gli esempi più fulgidi si possono citare senza dubbio La città dei mostri di Roger Corman, tratto da Il caso di Charles Dexter Ward, Re-Animator di Stuart Gordon, e ovviamente Il seme della follia di John Carpenter, che prende ispirazione da molti degli scritti di Lovecraft.

Se l’ispirazione può essere molto agevolata dall’incontro con la letteratura di Lovecraft – ne sanno qualcosa tra gli altri Sam Raimi e Lucio Fulci – seguirne pedissequamente la struttura narrativa appare il più delle volte un ostacolo insormontabile, avversario troppo ostico per poterne venire a capo con facilità. Anche per questo colpisce con forza l’immaginario un’operazione come quella portata a termine da Andrew Leman nel 2005 con il mediometraggio The Call of Cthulhu. Alla base del progetto c’è H. P. Lovecraft Historical Society, un’organizzazione fondata in Colorado nel 1984 per accogliere al suo interno tutti gli appassionati tanto dello scrittore quanto dei giochi di ruolo ispirati alle sue avventure. L’attività del HPLHS – questo l’impronunciabile acronimo – comprende rappresentazioni teatrali, racconti radiofonici, creazioni musicali e ovviamente anche produzioni di film ispirati ai vari capolavori letterari lasciati da Lovecraft. Tanto per chiarire la questione nel 2011 ha visto la luce anche The Whisperer in Darkness, un lungometraggio diretto da Sean Branney, che in The Call of Cthulhu si occupa della sceneggiatura. Un progetto senza dubbio interessante, e che merita di essere seguito con attenzione.
Anche perché The Call of Cthulhu, nonostante un budget ovviamente non particolarmente generoso, dimostra che il gruppo di lavoro ha le idee estremamente chiare. Già la durata, a metà strada tra il cortometraggio e il lavoro sulla lunga distanza – in quel limbo indistinto in cui spesso finisce per essere relegato il mediometraggio –, dimostra come non ci sia la preoccupazione di dover seguire dettami particolari o fin troppo vincolanti. Ma è l’aspetto visivo a sorprendere in positivo: Leman dirige infatti un film muto, che guarda all’immaginario degli anni Venti del secolo scorso – creando dunque una sorta di ponte ideale tra l’epoca in cui il romanzo breve venne portato a termine e le tecniche in voga nella produzione cinematografica del periodo – miscelandolo ad alcune intuizioni contemporanee. Ne viene fuori un oggetto quasi inclassificabile, lontano anni luce dall’idea di horror in voga oggigiorno. Un oggetto fuori dal tempo e dallo spazio, un po’ come lo stesso Cthulhu… Se è indubbio che alcuni aspetti risultino più forzati o meno riusciti, a partire da alcune interpretazioni evidentemente affidate a non professionisti, The Call of Cthulhu riesce nella duplice impresa di non tradire il testo originale ma allo stesso tempo di trovare una propria lingua, una propria voce, una propria timbrica per affrontarlo sotto un profilo narrativo completamente diverso. E quel bianco e nero contrastato, quelle inquadrature sghembe, quel richiamo non solo a Cthulhu ma anche all’espressionismo tedesco, non possono che colpire al cuore il cinefilo, conducendolo in un viaggio dal quale forse non ci sarà ritorno, ma che sarebbe stato doloroso non affrontare.

Info
Il trailer di The Call of Cthulhu.
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