Bambole e sangue

Bambole e sangue

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Con Bambole e sangue si inaugura la carriera sul grande schermo del newyorchese Paul Bartel, uno dei numi tutelari del cinema indipendente statunitense. Tra le trame di un racconto malsano e inquietante si rintracciano già i germi di una nazione impaurita, bigotta e destinata a chiudersi sempre più in se stessa.

Baby Doll

Cheryl, una minorenne fuggita a Los Angeles in cerca di fortuna, dopo aver litigato con la ragazza con cui divideva l’appartamento, chiede ospitalità ad un’anziana zia che non vedeva da anni. Zia Martha gestisce un vecchio albergo, in cui vivono pochi clienti ambigui e stravaganti, come una vecchia pazza e un reverendo lascivo. Il più misterioso di tutti è George, un giovane fotografo molto timido ed insicuro, che è succube di Martha, una bigotta ossessionata dal peccato che vive nel ricordo della figlia scomparsa. [sinossi]

Bambole e sangue, vale a dire Private Parts (il titolo con la sua ambiguità creò non pochi problemi nel momento di reclamizzarne l’uscita in sala, al punto che alcuni giornali lo storpiarono volutamente in Private Arts; sarebbe stato forse meglio per la MGM attenersi al piano originale e utilizzare il titolo di lavorazione Blood Relations), riporta alla mente una fase forse anche confusionaria ma esaltante della cinematografia statunitense. Nel superamento degli anni Sessanta, con la crisi perdurante delle major, il cinema indipendente inizia a trovare una propria collocazione, a smarcarsi dall’oscurità in cui era sempre stato costretto a celarsi e a flirtare in maniera aperta e dichiarata con la produzione industriale. Un’epoca di sperimentazione e libertà, artistica e concettuale, che si trasformerà nel giro di qualche anno nel rinnovamento dalle basi di Hollywood, con la presa del potere da parte di molti registi svezzati al capezzolo di sua maestà Roger Corman, il deus ex machina dell’intrattenimento, l’eroe del budget contenuto, il rivoluzionario degli standard visivi e narrativi consentiti. Non è certo un caso che si debba al fratello di Corman, Eugene ‘Gene’, l’intuizione di affidare la regia di Bambole e sangue all’allora trentaquattrenne Bartel, fino a quel momento impegnato solo sul set di un paio di cortometraggi. Corman intuì nello sguardo mai addomesticato di Bartel la possibilità di avvicinarsi a una materia purulenta e a pochi passi dallo scult come quella contenuta nello script di Bambole e sangue. La sceneggiatura del film è firmata a quattro mani da Philip Kearney e Les Rendelstein, “responsabili” nel 1965 della scrittura di Extraña invasión, folle sci-fi coprodotto tra Argentina e Stati Uniti e diretto da Emilio Vieyra, destinato a diventare un idolo per gli adoratori dell’horror a basso costo e molta inventiva con oltre trenta film diretti.

Bambole e sangue è un film cupissimo, che gronda gocce di malsano e si aggira in un sottobosco umano in cui tutti – ma proprio tutti – sono gretti, egoisti, terrorizzati e terroristi. Un’umanità dominata da un senso colpa atavico, e dalla frustrazione perenne, continua a ininterrotta dei propri godimenti erotici; al di là del personaggio della zia Martha, che è una sorta di mamma di Norman Bates prima dell’imbalsamatura, l’hotel (non-luogo per eccellenza dei desideri inappagati dell’America che ha perso la supposta verginità politica lungo un viale di Dallas) in cui si svolge la vicenda pullula di personaggi uni e trini, tra preti peccatori e transessuali che desiderano una normalità del tutto impossibile da ottenere perché esistente solo nell’ideale borghese americano, fuori dalla realtà, fuori dal vero.
Suggestionato da Psycho ma in grado già di svelare con crudele ricorso al grottesco le storture ben più quotidiane della popolazione, Bartel anticipa in un colpo solo molte delle derive dell’immaginario a stelle e strisce del decennio successivo. Sorta di slasher ante litteram, che arriva in sala negli Stati Uniti due anni prima rispetto al capolavoro Non aprite quella porta di Tobe Hooper – che fa evolvere il concetto di mattanza a un livello politico-sociale maggiore –, Bambole e sangue ha già al proprio interno le pulsioni (auto)distruttive del maschile/femminile di Vestito per uccidere di Brian De Palma, le paranoie urbane e metropolitane che deflagreranno nell’incontro tra Martin Scorsese e Paul Schrader, la messa alla berlina delle pruderie piccolo borghesi che rappresentano il punto di svolta dell’immaginario statunitense.

Ancora acerbo sotto molti punti di vista, con le ristrettezze economiche visibili ed evidenti – ma sotto questo punto di vista la regia dimostra di saper trasformare i problemi in un punto di forza, utilizzando al meglio gli spazi angusti, il dedalo dell’albergo – e anche Shining di Stanley Kubrick sembra fare capolino di quando in quando, soprattutto nella sinuosità del movimento con cui la macchina da presa fa il suo ingresso in alcune delle stanza – l’opera prima di Bartel non manca di scelte coraggiose e forse scellerate, passaggi geniali, insubordinazioni rispetto alla prassi che certificano lo sguardo di un autore sempre marginale, in grado di mettere in atto nel corso degli anni una vera e propria contro-narrazione dell’America rispetto alla classe dominante. In questo senso Private Parts altro non è se non il capitolo uno di un romanzo che di lì a pochi anni si arricchirà di titoli quali Death Race 2000, Cannonball!, Eating Raoul, Scene di lotta di classe a Beverly Hills.
E le bambole iniettate di sangue come fosse sperma, ultima occasione di godimento sessuale per il disperato fotografo George, rappresenta una delle immagini più potenti, iconoclaste, desolate e irriverenti del cinema statunitense dell’ultimo quarantennio e più. Il nome di Paul Bartel, venuto a mancare nel 2000, è oramai dimenticato. Sarebbe il caso di iniziare a porre rimedio a questo.

Info
Il trailer di Bambole e sangue.
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