Chicken and Duck Talk

Chicken and Duck Talk

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Nel 2018 Chicken and Duck Talk, una delle commedie di maggior successo critico e commerciale di Hong Kong, ha festeggiato trent’anni. Pressoché ignoto in Italia, dov’è oggetto di culto solo tra gli appassionati del cinema della città-stato e i frequentatori del Far East, si mostra ancora in splendida forma, grazie agli oliatissimi meccanismi comici e alla maestria di Michael Hui, che qui recita e firma la sceneggiatura ma non la regia, affidata a Clifton Ko.

Scontro tra pollami

Ah Hui è lo spilorcio proprietario di una bettola sudicia specializzata nella cottura dell’anatra arrosto, uno dei piatti tipici della cucina cantonese. Nonostante le infime condizioni igieniche gli affari non vanno male, almeno fino a quando esattamente dall’altro lato della strada apre Danny’s Fried Chicken, un fast food in stile occidentale che attrae i clienti con il proprio pollo fritto, intaccando in modo pesante le entrate economiche di Hui. La guerra è appena agli inizi… [sinossi]

Mentre nel resto della penisola potete essere certi del fatto che sia quasi completamente ignorato, c’è un luogo in Italia nel quale Chicken and Duck Talk gode della fama che merita. Si sta parlando ovviamente di Udine, dove grazie al Far East Film Festival questo gioiello della comicità hongkonghese è stato proiettato in più di un’occasione, l’ultima volta nel 2011 alla presenza del protagonista, produttore e sceneggiatore Michael Hui. Una proiezione memorabile, con il Teatro Nuovo Giovanni da Udine scosso dalle ripetute risate del pubblico e l’acclamazione sui titoli di coda. È davvero un peccato che per il resto della popolazione italiana, anche quella che rientra nella ristretta cerchia della cinefilia, Chicken and Duck Talk rimanga un oggetto oscuro, così come la carriera di Hui.
Vero e proprio mattatore della commedia cantonese, che dopo gli inizi televisivi ha dominato per alcuni decenni il botteghino di Hong Kong, Hui meriterebbe di essere posto al fianco di alcuni dei principali comici occidentali, da Jerry Lewis a Jacques Tati. La sua carriera non ha eguali nel pur ricco sottobosco della commedia locale – per quanto Hong Kong sia divenuta celebre in occidente grazie al lavoro produttivo su noir e film di arti marziali – e titoli come Games Gamblers Play, The Private Eyes e The Contract, oltre a un vasto successo di pubblico si segnalano per la voglia di lavorare sulla tradizione comica cantonese attingendo al repertorio straniero, in una mescolanza di slapstick e commedia delle situazioni che non conosce età.

Chicken and Duck Talk è il titolo emblematico di un’epoca, sia sotto il profilo produttivo che per quel che concerne il significato. Quando il film viene prodotto, sul finire degli anni Ottanta, Michael Hui (che è nato a Panyu, un distretto di Guangzhou, prima che la famiglia si spostasse a Hong Kong) ha deciso di prendersi una pausa come regista, per concentrarsi solo sulla scrittura, sulla recitazione e sulla produzione: dopo Happy Ding Dong, che esce nelle sale hongkonghesi nel 1986, l’unico titolo da lui diretto sarà nel 1992 The Magic Touch, successo clamoroso di pubblico. Chicken and Duck Talk si trova esattamente a metà tra questi due titoli, e anche se alla voce regia compare il nome di Clifton Ko – al suo attivo l’anno prima il divertente It’s a Mad, Mad, Mad World, con protagonisti Bill Tung, Eric Tsang e Lydia Shum –, è davvero difficile non scorgere dietro ogni singola inquadratura l’occhio maliardo di Hui, pronto a farsi beffe della logica quanto delle leggi della fisica, e a costruire una macchina in continua, imperterrita accelerazione.
Ma gli anni Ottanta portano una seconda novità, tutt’altro che secondaria, nelle produzioni nelle quali è coinvolto Michael Hui: il progressivo distacco, dal cuore pulsante dei progetti, dei fratelli Sam, anche celeberrimo cantante, Ricky e Stanley. Già, perché quella di Hui è una vera e propria famiglia di talenti, e i quattro possono essere in qualche modo ricondotti ai fratelli Marx, anche per l’inventiva sottilmente eversiva dei loro spunti comici. Chicken and Duck Talk, in cui Ricky recita nel ruolo di “Seppia”, il cameriere che subisce le più terribili vessazioni dal padrone arci-tirchio interpretato da Michael, vede anche l’apparizione in un cameo di Sam nella parte di se stesso: in un certo senso un punto di svolta, un passaggio epocale anche per lo star system hongkonghese.

Al di là di tutto questo Chicken and Duck Talk è una miniera d’invenzioni, di intuizioni comiche destinate a deflagrare. Lo spunto alla base del plot, vale a dire la rivalità tra il pidocchioso ristorantino di Ah Hui, che propone la cucina tradizionale cantonese e dunque l’anatra arrosto, e il fast food alla maniera occidentale Danny’s Fried Chicken, che serve pollo fritto in quantità industriale, a prezzi competitivi e con un’architettura molto più giovane, è poco più di un canovaccio. Una base di partenza ideale per costruire gag a ripetizione, giocando in particolar modo sull’indecente qualità proposta da Ah Hui: la sequenza in cui solo la straordinaria rapidità dei movimenti impedisce all’ufficio di igiene di vedere gli innumerevoli scarafaggi che scorrazzano per il locale è forse l’apice di un percorso che tiene insieme la comicità verbale e quella puramente corporea, con un grande senso della scenografia e del movimento all’interno del quadro.
Ovviamente, come in ogni opera scritta anche da Michael Hui, la comicità è il grimaldello indispensabile per provare a portare sul grande schermo problematiche inerenti alla vita di tutti i giorni. In questo senso Chicken and Duck Talk assume un duplice valore. Da un lato si legge la voglia di mantenere alte le tradizioni locali, innalzandole a mo’ di vessillo contro l’ingerenza del pensiero occidentale – si ricordi che nel 1988 Hong Kong è ancora un protettorato britannico –, ma dall’altro non si può non avvertire allo stesso tempo un’angoscia sottile destinata negli anni a farsi sempre più pressante con l’avvicinarsi dell’handover, il ritorno del “Porto dei fiori” sotto l’egida di Pechino nel 1997. Schiacciato da un lato dall’imperialismo del Capitale e dall’altro da quello della Repubblica Popolare il cinema di Hong Kong – e forse anche il ristorante di Ah Hui – lotta per sopravvivere, e per proseguire con la propria tradizione. Lurida, zozzona ma dal gusto impareggiabile. Altro che il pollo fritto in serie dal signor Poon dall’altro lato della strada…

Hui e Ko puntano sul cliché per raccontare i loro protagonisti e raccontarsi, mettendo in scena tutto ciò che il pubblico hongkonghese può aspettarsi ma spostando sempre l’asticella un centimetro più in alto, senza alcun timore di strafare. Ne viene fuori una commedia debordante e a perdifiato, dal ritmo incessante e che costringe lo spettatore a una rapidità di sguardo inusuale – in tal senso i rapidissimi dialoghi rischiano in parte di perdersi nella lettura dei sottotitoli, ma il gioco vale indubbiamente la candela –, con una serie di sequenze destinate a imprimersi con forza disumana nella memoria, e a non abbandonarla mai. In tal senso impossibile non citare l’incredibile battaglia che vede opporsi un uomo inguainato in una maschera da anatra con un altro infilato in una da pollo. Poco meno di cinque minuti di puro delirio durante i quali è praticamente impossibile non tenersi la pancia dalle risate. La riscoperta dell’arte di Hui e di Chicken and Duck Talk dovrebbe essere doverosa. In tal senso l’auspicio è che il film possa essere editato prima o poi in dvd o blu-ray. Per diffondere al meglio il verbo.

Info
Il trailer di Chicken and Duck Talk.
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