Funeralopolis – A Suburban Portrait

Funeralopolis – A Suburban Portrait

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Nel solco di alcuni grandi classici dell’underground tossicodipendente del nostro cinema, da Amore tossico a L’imperatore di Roma, si inserisce Funeralopolis – A Suburban Portrait, documentario di Alessandro Redaelli che ritrae un gruppo di ragazzi dediti a una paurosa e carnevalesca utopia negativa.

Fingere, non sai più fingere

L’ombra delle metropolitane e le nebbie della periferia, i parchi deserti e le stazioni, i rave party e i locali illuminati al neon dove ti coglie l’alba: è la città dietro la città, la terra di mezzo degli ultimi antieroi. Vash, Felce, Pez, Athos e gli altri tossici della comitiva si muovono nelle notti sinistre della metropoli, tutti per mano a un’unica compagna, la droga. Un po’ subiscono la vita e un po’ la cavalcano, come tutti. [sinossi]

Il cinema italiano rifugge lo scandalo come la peste. La maggior parte dei nostri registi, dimentichi di film che hanno fatto storia come Ultimo tango a Parigi, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Todo modo, Un borghese piccolo piccolo, si sono ormai assuefatti a una mediocrità dell’immagine, a una piccolo-borghesia dello sguardo che è quanto gli richiedono e gli impongono produttori, addetti ai lavori e – così almeno ci si vuole far credere – il pubblico. Forse gli ultimi grandi film-scandalo del nostro cinema sono stati Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco e Diaz di Daniele Vicari. Di altro è rimasta ben poca traccia.
Già per questo motivo un film come Funeralopolis – A Suburban Portrait merita un primo encomio, per aver voluto riportare alla luce dei personaggi sgradevoli – un gruppo di ragazzi dediti alla droga nell’hinterland milanese – e per avergli dato voce, con tutti gli orrori del caso: li si vede mentre si fanno su un treno regionale – e il regista, Alessandro Redaelli, si auto-riflette nello specchio mentre li riprende -, poi li si vede addirittura adorare Satana, sia nel quotidiano per scherzo, sia sul palco mentre si esibiscono in performance rappate da loro stessi composte. Redaelli ha seguito per più di un anno i suoi personaggi – tra cui spiccano, per presenza in scena e per personalità, Vash e Felce – e li ha ripresi senza ritrarsi di fronte a nulla, documentando il loro disfacimento quotidiano, senza alcun tipo di moralismo, ma anzi confondendosi con loro, già per il fatto stesso di farci sentire – quasi sempre – la sua presenza in scena, al contrario di quel che fa l’ineffabile, anaffettivo e vitreo Minervini nel suo Louisiana.

Lo scandalo, si diceva. E la necessità dello scandalo. La necessità di scuotere il pubblico, lo spettatore, facendo vacillare le sue adusate certezze, lasciandogli intuire che, al di là della sua placida esistenza quotidiana, esiste un sottobosco totalmente alieno, ribaltato, carnevalesco, in cui le presunte regole del vivere sociale sono totalmente stravolte. E, in tal senso, i protagonisti di Funeralopolis vanno anche a fare “compere” a Milano Rogoredo, sorta di supermercato dell’illegalità di ogni addicted.
Il documentario di Alessandro Redaelli però non farà scandalo e non lo sta facendo, nonostante sia riuscito a circolare in questi ultimi mesi, pur non avendo una distribuzione, in non poche sale sparse per l’Italia – dal Nuovo Cinema Aquila di Roma al Postmodernissimo di Perugia, passando per il Beltrade di Milano. Perché il metodo migliore per impedire che il pubblico si possa indignare è non parlare di un certo film, non farlo vedere, limitarne il più possibile le potenzialità di avere una circolazione regolare e di essere oggetto di conversazione. E sarebbe curioso, in tal senso, sapere a quanti distributori è stato proposto questo film e in quanti l’hanno rigettato.

Ma torniamo al film, che si inscrive d’altronde in una linea precisa del nostro cinema, in una bolgia – verrebbe da dire – che conta illustri predecessori, tutti ovviamente di underground eroinomane, da L’imperatore di Roma (1987) di Nico D’Alessandria ad Amore tossico (1983) di Claudio Caligari, con quest’ultimo che viene esplicitamente citato in Funeralopolis – A Suburban Portrait nel momento in cui i protagonisti in macchina ricantano Per Elisa, la canzone di Alice (e, soprattutto, di Battiato), così come succedeva nel film di Caligari, e si interrogano sul senso del testo e sulle sue possibili allusioni a una ragazza tossicodipendente.
Se questo momento, però, è – se vogliamo – il passaggio più scritto del film, ciò che invece soprattutto affascina di Funeralopolis – A Suburban Portrait è la totale libertà espressiva dei personaggi in scena, che più si drogano e più si lasciano andare a riflessioni eccentriche e, a volte, geniali, come nel momento in cui i due protagonisti si dichiarano paleo-cristiani, proprio perché non riescono a riconoscersi nella società contemporanea e nella sua ipocrisia – cattolica e, insieme, avida di successo e di soldi – e dunque non possono proprio – giustamente – sopportarci.

La protesta dei ragazzi di Funeralopolis – A Suburban Portrait è una protesta nichilista, arida, senza possibilità di salvezza e di redenzione, dove ciò che conta è il pensiero-azione, l’idea della performance costante dei suoi protagonisti che si liberano di ogni freno inibitorio e guardano in faccia l’orrore dell’esistente, come nella significativa sequenza in cui si recano in un cimitero e scherniscono la morte, provando così a esorcizzarla, in questa loro assurda concezione del mondo capovolto, in questa loro disperata utopia negativa.
E probabilmente, in tal senso, la scena più scioccante è quella del festino di tossici organizzato ai due terzi del film, sequenza in cui volutamente la durata è dilatata (e avremmo voluto che fosse stata ancora più lunga) e in cui il tempo e lo spazio, così come i comportamenti di chi è in campo, diventano sempre più assurdi, rarefatti e strafatti. E in cui, forse, sarebbe stato necessario che anche il regista avesse lasciato andare la stessa camera a una maggiore evenemenzialità, a una maggiore – e involuta – perdita di controllo della macchina-cinema, che appare a tratti troppo pensata e troppo ragionata in quel suo bianco e nero vagamente ‘precisino’.
Poi, forse, qualcuno si salva. Uno, forse. Ed è Felce, che ritrova il contatto con la natura e sceglie di seppellire la siringa in mezzo ai boschi, nell’illusione di un ritorno alla wilderness che possa rimetterlo in pace con se stesso e con il suo esserci.
Ma la vita è un gorgo da cui non si può uscire e l’altro protagonista, Vash, dedito a improvvisi scatti d’ira con la sua mazza da baseball – e da cui ci si aspetta da un momento all’altro il definitivo gesto anarchico – lo sa e non potrà che continuare a farsi del male finché il suo cuore impazzito non si fermerà.

Info
Il trailer di Funeralopolis – A Suburban Portrait.
La pagina Facebook di Funeralopolis – A Suburban Portrait.
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