School on Fire

School on Fire

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Come omaggiare Ringo Lam, morto nel suo letto ad appena 63 anni? Riscoprendo il suo cinema, partendo da quello che è forse il titolo più cupo della serie “on fire”. A trent’anni dalla sua realizzazione School on Fire segna il punto di non ritorno della poetica del cineasta hongkonghese, con la sua messa alla berlina dell’intero sistema sociale della città-stato, partendo dall’istruzione per arrivare alla polizia e, ovviamente, alla mafia locale.

A scuola

Chu Yuen Fong, una giovane liceale, è la testimone del crimine commesso da un gruppo di suoi coetanei. La polizia vorrebbe che riferisse in tribunale ciò che ha visto, ma la Triade sa come infiltrarsi anche nella scuola, e la vita della studentessa può in poco tempo trasformarsi in un incubo… [sinossi]

Quando uscì nelle sale, nell’agosto del 1988, School on Fire ottenne un risultato al botteghino nettamente al di sotto delle attese, cresciute nel corso dei mesi dopo che il successo commerciale aveva arriso tanto a City on Fire quanto a Prison on Fire, usciti rispettivamente nel febbraio e nel novembre del 1987. Anche le critiche per lo più si rivelarono negative per questo nuovo capitolo firmato da Ringo Lam. I motivi? Per quanto cercassero di lambiccarsi dietro la supposta lentezza di questa terza sortita di Lam nei territori dell’on fire, i critici non riuscirono a nascondere un’insofferenza verso la scelta di base del regista, vale a dire spostare l’attenzione della macchina da presa sul modo degli adolescenti. Dopotutto il film sia a Hong Kong che a Taiwan venne censurato in lungo e in largo, tagliuzzato, ridotto per far sì che – più che la vista – non offendesse la morale corrente. Nella Repubblica Popolare Cinese, ovviamente, neanche arrivò. Paragonato a City on Fire e Prison on Fire, School on Fire appare meno adrenalinico, meno ossessivo, forse persino meno violento – per quanto di sangue ne scorra in abbondanza. Ma è un film molto più politico, nel senso pieno e completo del termine. Molto più politico, caustico e soprattutto privo di speranza. Tre elementi che farebbero storcere il naso a qualsiasi commissione di censura, in qualunque nazione e in ogni parte del mondo…

Quindi Ringo Lam non c’è più. Stando alle informazioni al momento di pubblico dominio la moglie lo ha ritrovato nel letto, privo di vita. Aveva sessantatré anni e aveva diretto il suo primo lungometraggio, Esprit d’amour ad appena ventotto; una delicata e dolcissima storia d’amore soprannaturale, a pochi passi dall’horror, girata da Lam dopo il suo soggiorno – di studio e pratica – in Nord America, per l’esattezza in Canada. Per quanto il suo nome sia essenzialmente legato nella memoria collettiva alla suddetta tetralogia che ospita nel titolo i termini “on Fire” (in realtà anche la sua ultima regia, nel 2016, si intitola Sky on Fire, ma si tratta di una parentela del tutto forzata), Lam è stato un cineasta stratificato, dai molteplici talenti, con un pessimo rapporto con le produzioni e per questo destinato a un percorso laterale, non rispettoso del suo ingegno registico. Un regista altalenante? Forse, ma solo perché preso per stanchezza, nell’estenuante ricerca di una libertà espressiva che gli venne preclusa un po’ ovunque, nella Hong Kong britannica come in quella post-handover, ma anche a Hollywood dove si ritrovò a dirigere Jean-Claude Van Damme tra il 1996 e il 2003 in Maximum Risk, Replicant e In Hell.

Quale miglior modo dunque per omaggiarne il ricordo se non tornando al suo cinema, riscoprendolo e valorizzandolo forse più di quanto sia stato fatto finora? Dopotutto anche City on Fire nel corso del tempo è stato ridotto solo a fonte d’ispirazione per il sublime Quentin Tarantino de Le iene, svilendo di fatto un’opera perfettamente autonoma e dalla qualità cristallina. Ripartire dunque dalle origini, ma concentrando l’attenzione su School on Fire, l’insuccesso commerciale, il film che forse più e meglio di tutti evidenzia la statura autoriale di Lam e la sua tensione anarcoide, distante da ogni comodità borghese. Non esiste, nella Hong Kong di quegli anni, un action brutale, dimesso, disilluso e spietato come School on Fire. Potrà apparire come un’affermazione apodittica, ma in realtà lo sguardo a trecentosessanta gradi di Lam non fa altro che raccontare una nazione prossima allo sfacelo, corrotta nel midollo, completamente irrecuperabile. Se lo stile di Lam si fa più asciutto che nei film precedenti – senza per questo però perdere necessariamente contatto dal substrato barocco che è parte fondamentale della sua cinematografia – è perché la materia trattata è ancora più ribollente. Non si tratta solo di mettere alla berlina i metodi della polizia, cliché del genere ampiamente accettato dagli spettatori. School on Fire porta la violenza all’interno degli istituti scolastici (“Hai detto che lì fuori è il tuo territorio, ma qui dentro sei nel mio!”), il luogo in cui vengono plasmati tutti i cittadini hongkonghesi. Visto e considerato che la polizia fa la sua solita figura di completa debolezza e che perfino i gangster hanno oramai perso qualsiasi brillio nostalgico o codice d’onore, a Lam non resta che far esplodere una violenza irrecuperabile, gratuita perché inessenziale e incapace di risultare davvero catartica. Una caduta negli inferi, resa ancor più barbarica dalla giovanissima età dei suoi protagonisti. Una nazione priva di morale e destinata al martirio, questa è la Hong Kong raccontata nel 1988 da Ringo Lam, con uno stile scorbutico ed elegante allo stesso tempo, riottoso e remissivo, sempre nel pieno della scena, dell’azione, del dolore, del sangue. Sempre nel centro nevralgico, senza mai tenersi a distanza. Una discesa nel maelström, gorgo che non prevede salvezza alcuna, condotta attraverso uno stile realistico che enfatizza con ancora maggior forza la violenza mostrata, e suggerita. Non esiste speranza, in School on Fire, tragico capolavoro di un cinema che non c’è più. Ringo Lam mancherà, e molto, ma chissà in quanti se ne accorgeranno davvero.

Info
Il trailer di School on Fire.
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