Un amore

Un amore

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Melodramma che non può/vuole compiersi, Un amore di Gianni Vernuccio riflette su ossessione di possesso e modernità, sulla scorta di uno sguardo intelligente e multiforme. Strepitosa partitura musicale di Giorgio Gaslini. Ispirato all’omonimo romanzo di Dino Buzzati. Da riscoprire. In dvd per Surf Film e CG.

Architetto milanese quarantottenne, celibe e ancora sotto lo stesso tetto con la madre benestante, Antonio è solito concedersi avventure erotiche a pagamento, preferibilmente con ragazze assai giovani. Tramite la mezzana Ermelina fa la conoscenza di Laide, scaltra ragazza che alterna la prostituzione all’attività di ballerina alla Scala e in un locale notturno. In breve tempo Antonio finisce per nutrire una vera ossessione per lei, di cui Laide impara ad approfittare a proprio vantaggio. Per cercare di farla sua, dopo qualche tempo Antonio propone alla ragazza una sorta di contratto… [sinossi]

All’interno di una filmografia individuale, quella di Gianni Vernuccio, complessivamente poco nota e decisamente oscura, è molto bello riscoprire una vera gemma come Un amore (1965), ispirato con qualche libertà al romanzo omonimo di Dino Buzzati (1959-63). Venuto alla luce negli anni di un totale zenit per la cinematografia italiana, il film si propone come un’ulteriore riflessione su un’epoca nazionale di fervido benessere materiale indagandone le ricadute nelle coscienze. Tra le mani di Vernuccio lo spunto buzzatiano si trasforma infatti in un originale impasto tra un orizzonte espressivo debitore della più alta commedia all’italiana e accenti di conclamato melodramma. Dove però, si badi bene, non si trepida per un amore insieme ai protagonisti, ma praticamente contro di essi.
Della commedia all’italiana rimane lo sfondo sociale di un boom economico che ha modellato i ritmi di vita, che ha ben definito gli spazi inerenti alla sfera pubblica e a quella privata, e che ha ottimizzato l’umano in un’ottica di transazione totale. Di quella commedia così alta e drammatica Un amore adotta pure il contesto sonoro-musicale (un tripudio di jazz e bossa nova, forniti da una partitura strepitosa di Giorgio Gaslini), l’insistita mostrazione di una sopraggiunta modernità che fa a pugni con contesti morali ancora inadeguati, il classismo, l’esposizione di una bellezza femminile che si tramuta a sua volta in puro oggetto.

L’amore del titolo nasce infatti all’opposto di ciò che secolarmente è connotato come incontro romantico: un rapporto di prostituzione, a uso e consumo di un solitario professionista quarantottenne al quale piacciono quasi esclusivamente ragazze assai giovani. Scegliendo come protagonista femminile Agnès Spaak, sorella meno nota di Catherine, Vernuccio opta innanzitutto per una bellezza significativamente banale e scontata. Nemmeno bellissima, burrosa e anonima quanto basta per trasformarsi in oggetto del desiderio di un grigio uomo dotato di scarsa fantasia. Lungo tutto il racconto, srotolato sulle linee di un’ottima sceneggiatura a opera di Ennio De Concini, Eliana De Sabata ed Enzo Ferraris, Antonio e Laide si danno continuamente il cambio nei panni del personaggio sgradevole. Vittima e carnefice a turno uno dell’altro, i due prendono le mosse da note anche divertite (tutta la lunga sequenza del weekend isolati in appartamento), connotate da un inarrestabile e petulante chiacchiericcio, per chiudersi poi a poco a poco in una dimensione di reciproca tortura mentale. Prioritaria resta comunque la narrazione di una progressiva ossessione di totale possesso, che coerentemente con l’universo di Buzzati si vena specie nella prima parte di risonanze tenuamente surreali – Antonio che vede Laide ovunque, incapace pure di riconoscerla (lo spettacolino al “Due”), le varie discrepanze temporali negli spostamenti di Laide che le conferiscono quasi il dono dell’ubiquità, il primo incontro dove Antonio crede di averla già vista da qualche parte, evocando lo scenario di un’ossessione talmente forte da farsi retroattiva.
Agli occhi di Antonio la presenza della ragazza è foriera insomma di una percezione di realtà sfrangiata e rarefatta, amplificata dalla naturale propensione di Laide per le bugie manipolatrici. Per Antonio, in fondo, quella verità imprendibile è la più comoda delle culle; i continui rapporti di Laide con altri uomini sono più che evidenti, eppure è più agevole torturarsi in un dubbio voluto e credere scientemente alle bugie della ragazza, per scoprire poi in prefinale quel che è sempre stato palese.

Vernuccio si rivela molto sagace nel racconto di tale desiderio ossessivo, evocando continuamente inaccessibili spazi dove l’altro si muove, agisce fuori dal controllo, e ricorrendo spesso a strumenti espressivi onirici o deliranti – i sogni a occhi aperti di Antonio, memori sia di Fellini ma ancor più di Pietrangeli, col quale per sommi capi Un amore condivide il tema del nevrotico e assoluto possesso di Il magnifico cornuto (1964). Tale filone onirico trova poi in prefinale la sua espressione più compiuta ed efficace nella rappresentazione dell’ “Asilo Elena”, luogo ignoto ad Antonio e per questo caricato di sentimenti angoscianti di ordine erotico.
Se però Un amore si configura in primo luogo per l’acido racconto di un’insaziabile ossessione, Vernuccio stratifica in realtà il discorso conferendogli risonanze anche sociali. Ciò che divarica i panorami di Antonio e Laide è innanzitutto un solco culturale, in cui l’ipocrisia ricopre un ruolo decisivo. Se Laide sfrutta cinicamente i sentimenti di Antonio, d’altra parte a lui, così appassionato nel dichiararsi innamorato, non sfiora neanche l’idea di sposarla (non potrebbe mai proporre una tale moglie in società), e in casa propria la accoglie con molto disagio. Se ciò deflagra in un ultimo aspro confronto in prefinale, d’altra parte il solco sociale è ben tracciato lungo tutto il racconto, mettendo in continua e produttiva relazione l’evocazione di due mondi che possono incontrarsi solo nell’ipocrisia di un inscalfibile modello economico.

In tal senso Un amore racconta anche l’invasione del consumo “in alto” e “in basso”. L’alta borghesia milanese si comporta prevedibilmente come tale, avvitata nei propri riti e nelle sue doverose preoccupazioni per il Bello – il giro di Antonio e Luisa in cerca di preziose antichità da acquistare. Il mondo popolare e proletario, incarnato da Laide e dai personaggi che le gravitano intorno, si adatta però a sua volta a nuovi modelli, cercando di grattare le briciole che cadono dall’alto. Per cui la prostituzione diviene un cinico mezzo di benessere, e niente torna più comodo di un architetto goffo e crepuscolare per cercare di mettere via il denaro necessario a coltivare il proprio vero amore per l’operaio prediletto. Laide viene da quel mondo e ci vive in mezzo con tutti i piedi: Vernuccio mostra una spiccata sensibilità per il ritratto d’ambiente, aggirandosi in setting poveri e squallidi (vedasi lo spoglio appartamento della ragazza). Ma al tempo stesso Laide è anche immagine in vendita, consapevole dei moderni strumenti necessari per piacere (abbigliamenti, accessori, danze sensuali…) e per avere una vita migliore sotto il profilo materiale. In mezzo a questi due mondi conciliabili solo tramite l’asservimento culturale del modello più debole all’altro, il grande assente è l’amore. Nella sua malinconica convinzione di non potersi meritare una donna come Laide, Antonio traduce in una transazione contrattuale anche il loro rapporto (le 50.000 lire a settimana), illuso di poter acquistare non solo il sesso, ma anche un vero rapporto amoroso tramite un negoziato.
Così, costantemente intrecciato a una confezione da acida commedia all’italiana, che non tira mai una risata ma pesta pesantemente nel cinismo, emerge anche un coinvolgente sentimento di melodramma degradato, dove si è di volta in volta messi in condizione di non potersi affezionare a nessuno. Basterebbe ripercorrere da cima a fondo il commento musicale, presenza costante eppure non invadente per tutto il film, per individuare tale doppia natura dell’operazione di Vernuccio, dove a fianco di jazz e bossa nova si apre il continuo ritorno di uno struggente main theme amoroso. Man mano che il racconto si fa sempre più angosciante, Vernuccio squaderna anche un’ammirevole estetica che muta di segno seguendo gli sbalzi di registro, culminando poi in una sequenza magistrale al momento della scoperta delle lettere di Laide, dove Un amore si trasforma brevemente in un noir alle prese con inquietudini psichiche (il leggero contreplongé su Antonio che deforma gli angoli della stanza; il primo piano deformante; le irreali carrellate laterali sul suo volto; i giochi di lenti a schiacciare Antonio contro gli ambienti; addirittura una transizione tra due inquadrature filtrata da gocce di lacrime).
A servizio di tutto questo si mette un Rossano Brazzi sui 50 anni, che dopo il cinema fascista e numerose esperienze hollywoodiane tentava di reintercettare il cinema italiano tramite un ruolo contro la propria immagine di latin lover e seduttore. Forse pure eccessivamente invecchiato rispetto alle necessità del personaggio, il suo Antonio è carico di un dolore credibile e appassionante, che trova la sua chiave vincente nel profilo di una tormentata consapevolezza. Se nel finale il sussulto di dignità è riservato a Laide, dal canto suo l’Antonio di Rossano Brazzi è ben consapevole fin dalle prime battute di tutta la propria meschinità. Sarà stato pure amore, ma intanto questo banale architetto non sa immaginare alcun modello di moglie che non sia un sostituto della madre – a tavola la farà sedere al suo posto, nuova matrona ricca e vistosa. Mentre in un bicchiere di vino lui continua a pensare a Laide.

Forte di una narrazione serrata e avvincente, Un amore ha solo il difetto di una rapidità fin eccessiva nello svolgersi dell’azione. Vernuccio vola via su molti dettagli e qua e là non sembra capace di rendere bene il fluire del tempo dentro al racconto (la morte della madre si risolve nel volgere di due battute; più in generale gli eventi si accavallano e susseguono talvolta con qualche difetto di coerenza). Ma resta comunque un film prezioso, da riscoprire e rileggere. È anche, non secondariamente, un bell’esempio di pittura d’ambiente in ambito di cinema. Per tutto il film si ricava la sensazione che questa storia non possa avvenire che in questa Milano, di cui Vernuccio fornisce splendidi scorci d’epoca, teatro di un melodramma che non sa e non può/vuole compiersi.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Un amore sul sito di CG Entertainment.
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