Grosso guaio a Chinatown

Grosso guaio a Chinatown

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Il 2019 sarà il nono anno consecutivo senza film diretti da John Carpenter al cinema. Per sopperire a questo vuoto si può tornare con la mente ad altre epoche, più floride. Ma occorre sempre ricordare come anche un cult del calibro di Grosso guaio a Chinatown si dimostrò alla resa dei conti un clamoroso flop commerciale.

Pork-Chop Express

Jack Burton è un rozzo e solitario camionista che attraversa gli Stati Uniti per conto del Pork-Chop Express. Accompagnando l’amico Wang Chi all’aeroporto di San Francisco a incontrare la futura sposa Miao Yin l’uomo rimane coinvolto in un rapimento. Si troverà in un’avventura mozzafiato nel bel mezzo di Chinatown, che tanti misteri ancestrali nasconde… [sinossi]

Grosso guaio a Chinatown fu l’ultima vera avventura di John Carpenter nella Hollywood degli Studios. Un’avventura lunga appena un lustro, visto che ebbe inizio nel 1981, quando il regista venne contattato dalla Universal per dirigere il remake de La cosa, e che conta tra i suoi titoli oltre ai due film già citati “solo” Christine – La macchina infernale e Starman. Inevitabile dopotutto che Carpenter si sentisse poco a suo agio con le regole, strette e ottuse, dell’industria, e altrettanto inevitabile che quest’ultima decidesse di fare a meno di Carpenter, visti e considerati gli incassi ottenuti al botteghino. La storia (non d’amore) tra Carpenter e Hollywood meriterebbe un capitolo a parte, e testimonia in un certo senso anche la diffidenza del pubblico statunitense verso una materia solo all’apparenza malleabile come quella lavorata dal regista nato a Carthage ma cresciuto nel Kentucky. Carpenter è sempre stato un outsider, e tale è stato considerato dai suoi spettatori, a quanto pare: il più grande incasso della sua esperienza tra le major rimane il quasi spielbergiano Starman, che però a cavallo tra il 1984 e il 1985 raggranellò meno di 30 milioni di dollari. Un risultato inferiore perfino a un celebre flop commerciale come il Dune di David Lynch, che uscì nella sua stessa settimana e che si portò a casa oltre 30 milioni di dollari. 2010 – L’anno del contatto di Peter Hyams, uscito una settimana prima, ottenne invece 40 milioni di dollari dallo sbigliettamento. Insomma, per Carpenter fu dura la concorrenza a Hollywood, e l’insuccesso di Grosso guaio a Chinatown, con i suoi 11 milioni di incasso che sovvertirono l’idea iniziale della 20th Century Fox di attestarsi sopra i 20, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Un vaso ricolmo di idee, ma con poche persone in grado di rendersene conto in seno alla Mecca del Cinema. Carpenter prese la saggia decisione di tornare nel mondo dell’indipendenza e del totale controllo creativo, dando alla luce tra il 1987 e il 1988 i superbi Il signore del male ed Essi vivono, sempre con il fido Larry J. Franco come produttore esecutivo.

E Grosso guaio a Chinatown? Iniziò la lavorare sottopelle, scorticando l’immaginario e tramutandosi progressivamente in un vero e proprio cult movie. Un destino non dissimile a quello della stragrande maggioranza delle opere di Carpenter. Ricacciato indietro dalla Hollywood degli anni Ottanta – e poi ostracizzato a data da destinarsi, se ancora oggi il geniale cineasta fatica a trovare qualcuno interessato a dare corpo alle sue intuizioni – Carpenter si è preso la rivincita attraverso il Tempo, grande consolatore dei film incompresi. Poco meno di venti anni prima della sarabanda tarantiniana del dittico Kill Bill Carpenter maneggia già con cura e dovizia di particolari la fusione tra il traboccante immaginario d’oriente e la struttura narrativa americana, quel viaggio dell’eroe che prende spunto da Propp per trovare nuove energie – e qualche semplificazione – all’ombra della collina in fiore che sovrasta Los Angeles. In Grosso guaio a Chinatown c’è già lo sguardo rivolto a Hong Kong, alle evoluzioni aeree dei suoi combattenti, ai chiaroscuri dei suoi templi shaolin, e il tutto si mescola alla nerboruta rozzezza di Jack Burton, l’ignorante ma coraggioso camionista, che dal Convoy di Peckinpah si ritrova intrappolato nelle paludi di una Chinatown mai così misteriosa, ferale, pericolosa. Già il babbo del protagonista di Gremlins aveva trovato nei bassifondi della “Little China” il mogwai dallo sguardo dolcissimo ma dalla progenie mostruosa, appena un paio di anni prima e con ben altri risultati commerciali (148 milioni di dollari sul solo territorio statunitense)…

Grosso guaio a Chinatown, la cui ambientazione in un primo tempo era prevista sempre a San Francisco ma sul finire dell’Ottocento – sarà Zemeckis, nel 1990, a tornare in quell’epoca nel terzo Ritorno al futuro –, e che ebbe una lunga gestazione in fase di scrittura, è un film clamorosamente avanti rispetto alla propria epoca. Omaggiare apertamente la fantasmagoria orientale, prendendo a modello lo Tsui Hark di Zu: Warriors From the Magic Mountain, non era di certo materia di tutti i giorni per gli adolescenti americani, come invece diverrà nel corso dei decenni seguenti. Questa strana mescolanza tra istinti puramente soprannaturali – i tre demoni che salgono in cielo appoggiandosi a un fulmine, per esempio, o scompaiono nel nulla – desunti dall’immaginario orientale, smargiassate che sembrano quasi guardare agli eroi della golden age hollywoodiana (con il risultato però spesso ribaltato, vista la goffaggine di Jack Burton), e il gusto per l’eccesso dell’industria rivoluzionata dall’interno da Spielberg e Lucas, produce un effetto da un lato straniante e dall’altro naturalmente attrattivo. Attrattivo perché eternamente moderno nonostante – o forse proprio perché – ancorato a un tempo fin troppo definito, ma di fatto impossibile da rintracciare nella realtà.
Grosso guaio a Chinatown vaga in un limbo indistinto, nelle nebbie di un mondo che avrebbe potuto portare alla ribalta il fantastico senza svilimenti o retoriche di retroguardia, ma ha fallito nel tentativo. Con l’onore delle armi, sia ben chiaro. Il cavaliere solitario ora viaggia in camion, lavora a contratto, ha mantenuto il sudiciume del passato ma ha perso la nobiltà d’animo. I veri eroi senza macchia e senza paura sono gli americani di seconda generazione, i figli della Cina, che imboccano le segrete del palazzo di Lo Pan per affrontare il millenario nemico e sconfiggerlo una volta per sempre. Fosse per lui Jack Burton si darebbe alla fuga, volterebbe le spalle e si allontanerebbe sul suo camion. Ed è quello che fa alla fine, sfuggendo a un nuovo terribile nemico: il matrimonio, la relazione sentimentale. Carpenter gioca con il fantasy con una maestria che non teme paragoni, si diverte a maneggiare la screwball comedy – lo farà anche nello spassoso Avventure di un uomo invisibile, nel 1992 –, orchestra i duelli senza mai dimenticare la lezione del western, deborda perfino oltre i confini dello slapstick. Si getta in territori che fino a quel momento sono rimasti inesplorati, e li conquista senza che nessuno sembri rendersene conto. Ripensare a Grosso guaio a Chinatown nel 2019, quando è oramai quasi un decennio che John Carpenter non trova i fondi per dirigere un film (The Ward uscì nel 2010), si rivela esercizio utile e dolorosissimo allo stesso tempo. Come ha fatto il mondo del cinema a ridurre al silenzio uno dei più portentosi registi di sempre? Negli ultimi venti anni solo tre film con la sua regia hanno raggiunto le sale cinematografiche (il già citato The Ward e prima di lui Fantasmi da Marte e Vampires), che diventano cinque se si allarga il discorso alla televisione, con gli splendidi Cigarette Burns e Pro-Life portati a termine per le due stagioni di Masters of Horror. Quanta ingiustizia.

Info
Una clip di Grosso guaio a Chinatown.
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