The Little Child

The Little Child

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Con The Little Child Michele Pastrello si muove in territori finora da lui poco esplorati, come il bosco dal quale emerge l’uomo a piedi scalzi nell’incipit di questo corto. Un lavoro che punta sull’emozione, sul dramma diretto e privo di filtri intellettuali.

Il bosco incantato di ogni tua idea

Un uomo cammina a piedi scalzi in un bosco. Quando ne fuoriesce si trova di fronte una chiesa/casa. Perché è lì? E chi è il bambino che vive nella soffitta di quella dimora? [sinossi]

The Little Child è una fiaba. Ma cos’è una fiaba, verrebbe da chiedersi? Per J.R.R. Tolkien, il creatore della Terra di Mezzo, è un gran calderone nel quale è legittimo, per non dire necessario, tentare una amalgama tra mitologia, storiografia, romanzo d’avventura, folklore e pura creazione letteraria. Per Vladimir Jakovlevič Propp, autore di Morfologia della fiaba, vi è possibile rintracciarvi alle radici la comunione di istinti e di strutture mentali dei popoli più disparati. Per il filosofo bulgaro Cvetan Todorov il fantastico – e dunque la fiaba – avviene quando un essere umano che ha percezione esclusiva delle cose naturali si trova di fronte a un evento che non sa collocare nel campo del reale, e al quale dunque attribuisce qualità soprannaturali. Lo psicologo ungherese Sándor Ferenczi scrisse “Nelle favole i fantasmi d’onnipotenza sono e restano dominanti. Proprio là dove dobbiamo inchinarci maggiormente di fronte alle forze della natura, la favola ci soccorre con i suoi motivi tipici. Nella realtà siamo deboli: per questo gli eroi delle favole sono forti e invincibili”; d’altro canto Gianni Rodari ne La freccia azzurra gli risponde con queste parole: “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”. Ed è da qui forse che si può provare a partire per approcciarsi a The Little Child, il nuovo cortometraggio che Michele Pastrello ha regalato agli spettatori caricandolo su Youtube subito prima di Natale. Una scelta chiara, e che non ha bisogno di eccessive spiegazioni.

Staccandosi dalla prassi con cui finora si era approcciato alle storie narrate attraverso le immagini – tra corti, videoclip e gli (E)motion che tanta parte avevano svolto negli ultimi anni nella sua filmografia – Pastrello torna sì a una forma principalmente narrativa, ma approcciandovisi da una direzione di sguardo nuova. Se c’è ancora il genere, come fu agli esordi (i vari 32, Ultracorpo, InHumane Resources), non possiede più gli spigoli di un tempo, le cascate di nevrosi, paura, tensione alla sopraffazione dell’altro. Ci si sposta invece in territori prossimi al sentimento puro, alla ricerca sempre ossessiva ma di sé, della propria memoria, di quel caldo antro in cui possiamo essere immortali, intoccabili. Non perfetti, ma perfettamente vivi. Un percorso che a ben vedere si poteva intravvedere già in alcune delle ultime sortite dietro la videocamera, a partire da quel Nexus che con struggente dolcezza parlava della perdita, del lutto come parte integrante dell’umano vivere. Gocce di memoria, le stesse che colpiscono con delicata ma inesorabile precisione la testa dello spettatore durante la visione di The Little Child. E non è forse un caso se mentre nel precedente lavoro a vestire i panni del protagonista era il padre del regista, Angelo, in questa occasione è – per la prima volta – Michele Pastrello in prima persona a posizionarsi davanti alla camera. È lui l’uomo che esce dal bosco, scalzo e alla ricerca del caldo anfratto in cui è celata la memoria di sé, del suo esser stato qualcosa di diverso, o forse di uguale in forma diversa.

I sette minuti durante i quali si dipana la delicata fiaba, tra reale e soprannaturale – con tanto di demoni/blocchi mentali a insidiare il percorso –, sono gestiti da Pastrello con una fluidità della messa in scena e una capacità di lavorare su più registri legandoli tra loro in modo mai forzoso che è la cartina di tornasole di una crescita autoriale sempre maggiore, continua, incessante. Una ricerca che si è stratificata tanto nella tessitura delle immagini quanto nel senso che queste – e la narrazione, ovviamente – debbano far deflagrare sullo schermo. Regista intimista e riflessivo, poco incline al dialogo (anche The Little Child è muto, orchestrato solo attraverso la musica di Bradford Nyght), Pastrello è un oggetto inclassificabile secondo gli standard produttivi italiani. Se questo è il suo punto di forza, scoperchia anche la magmatica mediocrità del sistema cinematografico italiano, in cui un autore come Pastrello non può trovare che vie periferiche, accidentate, come quel sentiero nel bosco in cui perdersi e ritrovarsi. Oramai quasi dieci anni fa, scrivendo di Ultracorpo, inserimmo Pastrello tra i registi su cui il cinema italiano avrebbe dovuto investire. The Little Child, che come d’abitudine il regista veneto scrive e monta, è per metà ancora un’autoproduzione. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Info
The Little Child su Youtube.
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