La spada nella roccia

La spada nella roccia

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A cinquantacinque anni dalla sua realizzazione La spada nella roccia è senza dubbio uno dei classici Disney più amati, conosciuti, ricordati, anche se all’epoca della sua uscita nelle sale la critica statunitense storse in gran parte il naso. È l’ultimo film animato a uscire con lo zio Walt ancora in vita e il primo a essere musicato dagli Sherman Brothers.

Questo il mondo fa girar…

Inghilterra, nel pieno dei Secoli Bui. Artù, che viene chiamato Semola, è un dodicenne che viene cresciuto come uno scudiero da sir Ettore, il suo tutore da quando il ragazzino è rimasto orfano dei genitori. In modo del tutto fortuito Semola si imbatte in Merlino, un mago a dir poco stravagante che vive con il gufo Anacleto e che si offre di fargli da precettore… [sinossi]
A legend is sung
Of when England was young
And knights were brave and bold
The good king had died
And no one could decide
Who was rightful heir to the throne
It seemed that the land
Would be torn by war
Or saved by a miracle alone
And that miracle appeared
In London town
The sword in the stone.
Si narra che un dì l’Inghilterra fiorì
di audaci cavalier;
il buon re morì senza eredi e così
agognaron tutti al poter.
Soltanto un prodigio poté salvar
il regno da guerre e distruzion:
fu la spada nella roccia che un bel dì
laggiù comparì.
La spada nella roccia, incipit.

La spada nella roccia, uscito nelle sale statunitensi il giorno di Natale del 1963, è il primo lungometraggio d’animazione della Disney da Pinocchio (1940) a cui non collabora in veste di animatore Don Lusk. Lusk, che decise negli anni Sessanta di iniziare a lavorare per Hanna & Barbera, spostandosi dunque soprattutto sul piccolo schermo – ma non disdegnando prodotti pensati per il cinema, come Hey There, It’s Yogi Bear! del 1964 –, è morto lo scorso 30 dicembre, a 105 anni di età, a San Clemente, cittadina balneare dell’Orange County; tornare con la mente e la penna a quell’epoca del cinema d’animazione statunitense è dunque anche un modo per omaggiarne la memoria. La spada nella roccia, come si scriveva, non vide la partecipazione nello staff di Lusk, e la regia venne affidata al solo Wolfgang Reitherman, tedesco che raggiunse la Disney in fuga dal nazismo e la cui gestione della messa in scena segnò in maniera netta l’immaginario della Casa del Topo negli anni Sessanta e Settanta. La Disney usciva dunque dalle regie collettive che avevano caratterizzato i primi decenni di produzione (lo stesso Reitherman aveva lavorato in squadra ai tempi de La bella addormentata nel bosco e La carica dei 101), dimostrando di voler affrontare il nuovo decennio – che tanti sconvolgimenti porterà a livello nazionale negli States, dalla guerra del Vietnam alla lotta per i diritti civili, passando per l’omicidio dei due fratelli Kennedy, di Martin Luther King e Malcolm X – con un cipiglio diverso dal solito.

Se gli anni Cinquanta avevano consolidato l’immagine della Disney come un reame in celluloide dominato da fiabe e fate, antiche come Cenerentola e La bella addormentata nel bosco o moderne come Alice nel paese delle meraviglie e Le avventure di Peter Pan, il decennio successivo si inaugura prendendo spunto da due romanzi britannici abbastanza contemporanei: La carica dei 101 nasce da un volume pubblicato da Dodie Smith nel 1956 e La spada nella roccia affonda sì il pennino nel Mito anglosassone per eccellenza, ma desumendolo non dal folklore locale bensì dalle pagine del libro di T.H. White – le iniziali stanno per Terence Hanbury – dato alle stampe nel 1938. Un romanzo umoristico, primo tassello di quella epopea sui generis in quattro parti che diventerà nota col titolo di Re in eterno, e della quale fanno parte anche i successivi La regina dell’aria e delle tenebre, Il cavaliere malfatto e La candela nel vento.
L’idea della Disney sembra chiara: il passato è bandito, è tempo di lavorare sull’oggi. Lo dimostreranno al di là di ogni dubbio anche le fusioni tra animazione e live action, da Mary Poppins a Pomi d’ottone e manici di scopa. Anche per questo motivo, con ogni probabilità, la stampa statunitense accolse La spada nella roccia con sbuffi di vaga insoddisfazione. Dov’è la fiaba? Perché l’immaginario è ricondotto a un terraceo sogghigno di sberleffo? Perché non c’è una love story, neanche sotterranea, neanche secondaria? In realtà quest’ultima c’è, nella strepitosa sequenza che vede Semola e Merlino tramutati in scoiattoli. Una sequenza che dimostra, al di là della qualità tecnica – l’inseguimento tra i rami è girato con un senso del ritmo encomiabile, così come la fusione tra l’action e la partitura musicale, con Merlino che intona A Most Befuddling Thing, in italiano La cosa più inebriante – anche il duplice posizionamento emotivo del film: la tenerezza struggente che si respira nell’innamoramento della scoiattolina per Semola, e la relativa delusione quando quest’ultimo torna ragazzo, ma anche la surreale comicità della passione focosa di una scoiattolona per il mago, con la fuga disperata di Merlino.

Seguendo le tracce del romanzo, da cui si discosta per qualche elisione del racconto e alcune modifiche (a partire dall’età di Semola, che retrocede dai 16 ai 12 anni anche per evitare la psicologia pubescente), La spada nella roccia è tra i primi prodotti cinematografici a sfruttare il fantastico per metterne in realtà in scena una sorta di parodia, mai irrispettosa ma puntata in gran parte sull’effetto comico. Tra slapstick – il povero lupo spelacchiato e tutto pelle e ossa che per l’intero film cerca di mettere i denti sui polpacci del futuro Re Artù, per esempio – e comicità verbale, gioco sul travestitismo nascosto nei ripetuti incantesimi che trasformano i protagonisti in animaletti vari (pesce, uccello, scoiattolo), il film di Reitherman è un elegante ma spassosa e volutamente chiassosa rilettura sia del mito che ancor più del concetto di bildungsroman. Un racconto di crescita che mette in scena le difficoltà e i dolorosi ostacoli della vita mostrandone il volto più ridicolo, la futile prosopopea. Sotto questo punto di vista è ovviamente centrale il personaggio di Merlino, sia perché è il sub-creatore dell’intera vicenda, della quale muove le fila assumendo quasi l’alter ego dello stesso Disney – creatore invisibile dell’immaginario –, sia perché nel suo essere ubiquo permette di essere il motore della liason tra passato e futuro, modernizzando di fatto l’estetica Disney e mostrandosi come prima rilettura del concetto di fiaba animata. Un gran guazzabuglio moderno, direbbe lui. La risposta, la voce conservatrice, la si dona alla sua estensione animale (tal va considerata, quasi un daimon di quelli “inventati” da Philip Pullman), il geniale gufetto Anacleto. Burbero, scontroso ma pronto all’eroismo e alla cooperazione, come dimostra la sequenza più celebre del film, il duello di magia tra Merlino e la sadica Maga Magò, ennesimo tocco di classe di un’opera buffa e sublime, che non permette allo spettatore di cullarsi nella comodità del classico ma lo costringe alla risata confrontandosi con le miserie del proprio vivere “moderno”. La tragica battuta finale di Merlino, in risposta alla domanda su cos’è un film, è la pietra tombale: “è come la televisione… Ma senza la pubblicità”.

Info
Il trailer italiano del 1964 de La spada nella roccia.
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