Attenti al gorilla

Attenti al gorilla

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Attenti al gorilla di Luca Miniero si rivolge a un pubblico infantile ammiccando agli adulti con trovate politicamente scorrette, ma tra criceti morti, suore prese a testate, un gorilla brianzolo che canta “gelato al cioccolato” ed esplicite tematiche antidivorziste, risulta moralista e di cattivo gusto.

Mi sto divertendo tantissimo

Come ci si sente se all’improvviso ci si ritrova a condividere la casa con il più intelligente degli animali: un gorilla? Lo sa bene Lorenzo, un avvocato fallito, che per recuperare la stima della sua famiglia e l’amore di sua moglie decide di fare causa allo zoo della città. Ovviamente la vince ma dovrà portarsi il primate in casa. E vivere con Lorenzo non è una cosa facile… provare per credere. [sinossi]

L’italiano medio è una specie non toccata dall’evoluzione, magari cambiano gli strumenti mediatici di dipendenza a sua disposizione, e dalla radiolina con le partite incollata all’orecchio di un tempo è passato all’utilizzo compulsivo di smartphone e social network, ciò nonostante il suo lassismo condito a repressi desideri di autoaffermazione e benessere, con famiglia sul divano e automobile scattante in garage, sono sempre quelli e non cessano di ispirare la commedia nostrana, da tempo figlia imbastardita di quella “commedia all’italiana” che sapeva fare della fustigazione morale con gli strumenti del cinismo e della cattiveria. Scomparsi questi due ultimi attributi e sostituita la fustigazione con un vago moralismo generale, oggi di fronte al nostro cinema mainstream viene spesso da chiedersi se siamo di fronte a una critica o all’esaltazione di una certa, pretesa, medietà sociale. E viene a galla persino una questione di stampo socio-filosofico: ma il nostro cinema popolare discende dall’italiano medio o quest’ultimo è un suo prodotto?

La domanda sgorga spontanea e prorompente di fronte ad Attenti al gorilla il nuovo film di Luca Miniero (Benvenuti al sud, Un boss in salotto, Sono tornato) che di primo acchito pare voler riflettere su un interessante dubbio amletico: l’uomo discende dalle scimmie o le scimmie dall’uomo? Ma la faccenda, esposta nell’incipit e nel finale, appare assai diluita nel corso di un racconto il cui unico obiettivo è l’esaltazione della famiglia tradizionale. E quanto alla celebre canzone di De André (a sua volta traduzione di un brano di George Brassens) da cui il film prende il suo titolo, e alla sua invettiva contro le autorità giudiziarie e la pena di morte, resta ben poco in Attenti al gorilla, a parte qualche velato riferimento alla sodomia, utilizzato come mero espediente comico. Allo stesso modo, della ventilata (almeno all’inizio) possibile superiorità del primate sull’uomo in fin dei conti non resta traccia in una storia che mira semplicemente ad esaltare la famiglia e a condannare il divorzio.

Si prova infatti anche una certa angoscia nel corso del film nel constatare che il protagonista, Lorenzo (l’ex youtuber Frank Matano, alla sua seconda esperienza sul set con Miniero dopo Sono Tornato), un avvocato che si occupa dei diritti degli animali e ha lo studio nel retrobottega di un’estetista (incarnata da Diana Del Bufalo, celebre per aver condannato la depilazione nella sua ballata La foresta (Ce l’ho pelosa)) rifiuta costantemente di firmare i documenti per il divorzio alla moglie Emma (Cristiana Capotondi), in procinto di risposarsi con il solido medico Alfonso (Francesco Scianna). La coppia ha poi tre figli: due gemelle e un ragazzino che da qualche tempo si rifiuta di parlare perché, si scoprirà, ha un difetto di pronuncia. Con una prole siffatta, il divorzio è proprio da escludere. Almeno così devono aver pensato sceneggiatori e regista.
Quando il nostro avvocato incontra un possente gorilla (cui dà voce Claudio Bisio), decide di intentare causa allo zoo in cui il primate è ingabbiato, e la vince. Il risultato è – e qui bisogna sospendere l’incredulità perché ha inizio la “fiaba” – che Lorenzo deve portarsi a casa il gorilla e orchestrare il suo trasferimento in Africa. La creatura diventerà un utile collante per riunire la sua famiglia.

Con uno scopo siffatto, ben presto qualsiasi evento narrato in Attenti al gorilla diventa accessorio, facoltativo, quasi fossimo di fronte a quell’inventivo gioco di bambini che con il perpetuamente rinnovabile “facciamo che…” rimanda il suo epilogo nel nome di una lunga serie di sviluppi narrativi. Sviluppi che però, nel caso del film di Miniero, non appaiono particolarmente originali. Ecco allora che moglie e marito si rinfacciano problemi domestici che riguardano la tavoletta del water mai alzata e il dentifricio lasciato senza tappo, ecco i protagonisti ballare mascherati da animali intorno al gorilla, il povero aspirante nuovo marito (Scianna) spruzzare metodicamente l’antiparassitario in giardino tutte le sere, il vicino di casa (Lillo Petrolo) mammone imperversare in casa del protagonista, l’estetista-segretaria partecipare a tutte le attività senza diventare mai un personaggio vero. Ogni tanto fa capolino poi qualche riempitivo in omaggio alla Film Commission Campana, con popolani in posa su una scalinata e pregnante vedutismo della scogliera amalfitana.

Per infondere più mordente, ecco infine comparire alcuni temi all’ordine del giorno nelle tribune politiche e nei talk show odierni, ma le battute su donne, gay, vegani, immigrati e animali (non manca l’animaletto morto schiacciato) sono deprivate di ogni progressismo e mirano a compiacere il pensiero imperante dell’uomo medio o il presunto tale. Per cui il vegano e l’omosessuale vengono assimilati, il toro gay indossa la bandiera multicolore, le moglie strepita al telefono chiedendosi “dove ha sbagliato come madre” e poi finisce [spoiler] per prendere il posto del gorilla nel lettone familiare. Misoginia, omofobia e un velato razzismo sono dietro l’angolo, mascherate solo da un presupposto “pensiero comune” che vuole compiacere il pubblico mainstream. Anziché elevarlo.

Si tocca il fondo, in tal senso, quando il primate viene assimilato a un immigrato di origine, evidentemente, africana. A sancire l’identificazione sono alcune trovate che anziché suonare brillanti, risultano alquanto grevi. Innanzitutto il gorilla-Bisio non appena sente parlare della possibilità di essere portato in Africa, fa riferimento al rimpatrio obbligato degli immigrati, accenna allo Ius soli (lui, d’altronde, è nato in Brianza), ma soprattutto inizia a canticchiare “Gelato al cioccolato”, la celebre hit pop di Malgioglio-Pupo che come è da tempo risaputo allude a un amore (e a una fellatio) interrazziale. La gag si ripete più volte nel corso del film, per cui si intuisce che almeno sulla carta debba essere sembrata assai spassosa agli sceneggiatori e all’attore, il risultato, invece, è poco divertente e di cattivo gusto. Ma non di un cattivo gusto voluto, come potrebbe accadere in una commedia dei fratelli Farrelly; la gag si rivela piuttosto come una sonora stonatura in una commedia che più volte sbaglia i suoi accordi, confonde l’originalità con il pecoreccio (e non sfrutta quest’ultimo a dovere), la satira dell’italiano medio con l’esaltazione di un suo modello se possibile persino degradato. Per essere più chiari occorre segnalare che quando il film sceglie di aderire a un vero e proprio contrappasso pecoreccio, abbiamo, banalmente, che il medico incarnato da Scianna, da troppo tempo in attesa del divorzio della sua amata, si adopra a una colonscopia sul di lei ex martito. Sul versante del politicamente scorretto si segnalano poi: bambini portati a scuola nel portabagagli della Smart, criceti morti, suore prese a testate, la già citata colonscopia, la sodomia con il gorilla (per citare un po’ il brano di De Andrè/Brassens) e il tormentone “spidocchiala!” riferito dal primate ai personaggi femminili. C’è persino una citazione di Pulp Fiction utile a coinvolgere un possibile pubblico cinefilo.

In tutto ciò, quando il personaggio incarnato da Lillo Petrolo, al culmine dell’azione (una rocambolesca fuga, girata però con tutti che corrono disordinatamente nella stessa direzione) grida ad alta voce “Mi sto divertendo tantissimo”, non si può fare a meno di constatare che non è così, con Attenti al gorilla siamo di fronte a una commedia che usa a tratti il politicamente scorretto come esca, ma di fatto nella sua alacre ricerca di un pubblico “family” anziché essere un film per bambini è il prodotto di un cinema bambino.

Info
Il trailer di Attenti al gorilla.
La scheda di Attenti al gorilla sul sito della Warner Bros. Italia.
La scheda del film sul sito della Wildside.
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