Io sono Mia

Io sono Mia

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Biopic televisivo portato in sala, accurato sul piano della cronaca minuta ed efficace nella resa musicale, Io sono Mia resta tuttavia alla superficie degli eventi narrati, riuscendo solo occasionalmente a penetrare nella materia viva di un’irripetibile vicenda artistica e umana.

Tu che sei diversa

Sanremo, 1989: dopo sette anni di assenza dalle scene, contrassegnati da un lungo periodo di crisi personale, Mia Martini torna a un’esibizione pubblica sul palco dell’Ariston. Il giorno prima dell’esibizione, la cantante viene intervistata da una poco entusiasta giornalista, frustrata per essersi vista sottrarre l’intervista a Ray Charles. Dapprima distratta e svogliata, la giornalista viene tuttavia progressivamente avvinta dal racconto della vita della cantante… [sinossi]

Sul modello di quanto fatto nel recente Fabrizio De André – Principe libero, che si proponeva di raccontare la vita di quello che è stato forse il più importante cantautore italiano, con Io sono Mia Rai Fiction propone la biografia filmata di un altro nome fondamentale della musica nostrana. Un prodotto che, anche stavolta, approderà in sala in una brevissima finestra distributiva (tre giorni) per poi essere proposto al pubblico generalista della prima serata Rai. Un racconto complesso e tormentato, quello della vita di Mia Martini, che nel film copre esattamente un ventennio di storia (dal 1969, anno immediatamente precedente all’incontro della cantante col produttore Alberigo Crocetta, al ritorno a Sanremo nel 1989) e viene condensato in un lavoro televisivo di circa 100 minuti. Una scelta, quest’ultima, che già pone un’ipoteca piuttosto importante sull’intera operazione, vista la complessità della vicenda artistica e umana del personaggio, l’intreccio inestricabile tra una personalità tormentata e i suoi conseguimenti artistici, l’attraversamento di un pezzo di storia in un paese in tumultuosa trasformazione. La sintesi in un formato televisivo da prima serata necessitava di una non indifferente capacità di scrittura, nonché di un buon amalgama tra le varie componenti del racconto.

La sceneggiatura del film, scritta da Monica Rametta, sceglie qui di procedere a ritroso nella vita della cantante, muovendo proprio dall’apparizione sanremese del 1989, e seguendo le tappe di un’intervista rilasciata dalla Martini a una giornalista, dapprima disinteressata e distratta, poi sempre più coinvolta e avvinta dalla narrazione della vita dell’artista. Un espediente, quello del racconto in flashback, certo non nuovo, ma che si rivela qui abbastanza efficace, anche in virtù della scelta dell’esibizione come momento culminante di un climax, costruito nei salti tra passato e presente e nell’inquietudine che accompagna la protagonista in tutto l’ultimo decennio preso in esame. Nel suo ripercorrere le tappe della complessa vicenda artistica di Mimì Bertè/Mia Martini, il regista sceglie la via più sicura e didascalica, quella che lo porta a scandirne le fasi con le canzoni più note del repertorio della cantante negli anni ‘70, ponendo un parallelo (semplicistico ma a suo modo efficace) tra musica ed eventi narrati. Nel far questo, Donna si affida da una parte all’indubbia presenza scenica della protagonista Serena Rossi, brava nella reinterpretazione canora, seppur a tratti in difficoltà quando il personaggio richiede un registro interpretativo più esplicito; dall’altra a una ricostruzione d’ambiente abbastanza puntuale, che ben segue il cambio di mode ed emblemi tra la fine degli anni ‘60 e la lenta desertificazione culturale degli eighties.

Il limite intrinseco (e insormontabile) di questo Io sono Mia sta tuttavia nell’essersi affidato a una ricostruzione che resta principalmente esteriore, sorvolando su troppi elementi importanti della storia personale della cantante (la relazione con Ivano Fossati, che ha rifiutato di essere citato nel film, sostituito dall’immaginario – e inconsistente – personaggio di un fotografo) e sintetizzandone goffamente altri (il rapporto col padre). Dopo una prima parte in cui la sceneggiatura sembra fare una mera operazione cronachistica, limitandosi al resoconto musicato dell’ascesa del personaggio, con qualche poco convinto scorcio sulla sua vita privata, il film acquista un po’ più di consistenza laddove si concentra sul periodo della crisi e del ritiro dalle scene: una fase, quest’ultima, segnata dalle maldicenze dell’ambiente discografico e da un marchio d’infamia (l’accusa di portare sfortuna) tanto ridicolo quanto arduo da cancellare. Tuttavia, la portata della crisi personale che il film cerca di esplorare resta solo accennata, di nuovo confinata al rapporto con la dimensione pubblica del personaggio e raramente estesa a quel privato di cui ci vengono mostrati solo occasionali spiragli. Di nuovo, l’approccio della regia si rivela didascalico, tutto teso a sottolineare le conseguenze più esteriori e visibili degli eventi (gli incontri nei locali, il confinamento alle esibizioni in fiere di paese) e poco efficace laddove cerca di mostrarne le ricadute sull’equilibrio psicologico dell’artista.

Sorretto da una traccia-contenitore altrettanto debole (il rapporto col personaggio della giornalista, interpretata da Lucia Mascino, è schematico e prevedibile nella sua evoluzione) Io sono Mia mostra da un lato i problemi di un prodotto intrinsecamente legato al suo formato, e a una collocazione che resta, in primis, quella della televisione generalista; dall’altro, si scontra con un soggetto di una complessità tale, tanto nella sua dimensione artistica quanto in quella di emblema di un rapporto malato e cannibalistico col successo, che meritava una trattazione più estesa. La musica e i lustrini ci sono, così come la descrizione di una generica e semplificata parabola di ascesa, caduta e riscatto; a mancare è tuttavia il quid, l’essenza più intima di una vicenda artistica e umana di cui possiamo solo intuire i contorni.

Info
Il trailer di Io sono Mia.
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