Paolo Scala, il cinema come spazio comune

Paolo Scala, il cinema come spazio comune

Lo scorso 26 dicembre è morto Paolo Scala, fondatore e curatore di alcuni dei più battaglieri cineclub romani dagli anni Settanta al nuovo millennio. Ricordarlo significa celebrare non solo lui, ma un modo di intendere la cinefilia come atto politico e sociale.

Lo scorso dicembre, subito dopo Natale, Paolo Scala è morto a Roma, colto da infarto. Aveva poco più di sessant’anni. Nessuno nell’ambiente cinematografico ha fatto caso a questa notizia, e di fatto nessuno nell’ambiente cinematografico – neppure a Roma – aveva e ha probabilmente memoria di chi fosse. Dopotutto non lavorava nel mondo del cinema, ma era impiegato civile della Marina Militare. Per quanto avesse diretto un piccolo pugno di opere completamente indipendenti e autoprodotte – un cortometraggio ironico che giocava già negli anni Ottanta con la mitologia morettiana, un ectoplasmatico horror senza horror, qualche documentario breve – probabilmente queste non avevano potuto contare su più di un paio di proiezioni pubbliche. Insomma, Paolo Scala è morto senza che nessuno se ne rendesse conto. Eppure, anche muovendosi al di fuori dei canali ufficiali o persino istituzionali del cinema italiano, Paolo è stato un cinefilo attivo, testardo, utopico nella sua fede cieca verso il sistema di immagini del cinema; credeva nel potere totalizzante dell’immaginario, Paolo, e nelle sue potenzialità espressive, ma anche politiche. Per quanto non abbia ovviamente avuto il ruolo e l’importanza di un Renato Nicolini – forse l’intellettuale più rivoluzionario che la cultura capitolina abbia visto nell’ultima parte del Novecento, inventore di quell’estate romana che sarebbe poi stata smentita, tradita nei fatti, con il passare del tempo e l’usura delle giunte sempre meno comuniste –, Paolo è stato un agitatore culturale. La sua arma? Un proiettore e qualche bobina, dapprima, o video, in seconda battuta. Altri tempi, sicuramente più moderni di quelli odierni, in cui la velocità è l’unica giustificazione dello scorrere del tempo. Altri tempi e altre temperie. Il 1968 che diventa 1977, le rivendicazioni di piazza, il movimento che cerca di rimettere in discussione l’apparato di potere. Un tempo che non c’è più, in cui il concetto di visione collettiva era un grimaldello sociale e politico per scardinare le gabbie asfittiche di una società borghese e placidamente sonnacchiosa nelle magnifiche sorti e progressive della Nazione.

“Abbiamo speso tanti soldi per farti studiare”, diceva Paolo con sguardo furbesco e voce sibilante ogni volta che si sbagliava qualcosa nell’organizzazione della sala o nel rispetto della programmazione. Rideva sotto i baffi, ovviamente. Era il 1997 e aveva riaperto il Cineclub Spazio Comune, su via Ostiense, all’interno dei locali della Comunità di Base di San Paolo – a proposito di rivoluzioni in atto e di propaggini del Sessantotto… –, lì dove era sempre stato, sia con quel nome nei primi anni Ottanta sia prima, con l’acronimo C.O.C.P. a ricordare a tutti come quello fosse il Centro Ostiense di Cultura Proletaria. Quel cineclub Paolo lo aveva fondato con i miei genitori e sua sorella. Una sala improvvisata, che ogni volta doveva essere “montata” ad hoc, con lo schermo abbassato e le sedie di plastica sistemate. Una grande sala, che potenzialmente poteva ospitare centinaia di persone. Uno spazio comune, per l’appunto, aperto alla discussione in anni in cui già si deplorava il dibattito per paura di morire di troppa dialettica. Un cineclub marxiano, non l’unico certo in quegli anni (qualcuno forse ricorderà il glorioso Cinecircolo Rosa Luxemburg a Ostia Lido, o il Centro di Cultura Popolare a via Capraia, al Tufello), che credeva nello strumento della diffusione del cinema come atto di condivisione, di lotta di classe. Un avamposto culturale a pochi passi da quella Basilica di San Paolo che aveva espulso Giovanni Franzoni per le sue posizioni su divorzio e aborto e per la sua dichiarazione di voto al Partito Comunista.
Paolo era un cinefilo instancabile, dominato da grandi passioni (Derek Jarman, l’avanguardia sovietica, Kenneth Anger, Werner Herzog e tutto il Junger Deutscher Film, la no wave e i corti di Harl Hartley, ovviamente Jean-Luc Godard) e perennemente curioso. A Roma ha cercato di portare il cinema ovunque ha potuto, preferendo le periferie all’obeso peso dei palazzi del centro. Gestì per qualche anno la saletta cinema del Casale del Podere Rosa, dietro la Nomentana – tra Monte Sacro, San Basilio e Ponte Mammolo – dove Nosferatu il vampiro di Murnau e Tutti i Vermeer a New York di Jon Jost andavano a braccetto. Fu una delle menti creative di Kaos, il cineclub della Garbatella, e di quell’esperienza ricordava sempre il tumulto con tanto di arrivo delle forze dell’ordine durante una ardita proiezione all’aperto di Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Ōshima. Osò persino una contro-programmazione rispetto alla già citata Estate Romana – già in anni di stanca – organizzando uno schermo appoggiato alla splendida Torre di San Tommaso a Tor Marancia. E lì giovani e meno giovani del quartiere la sera si recavano, qualcuno portandosi anche la sedia e da mangiare da casa, per vedere film mai banali, titoli meno visti, e coraggiosi recuperi del passato. Rivitalizzando un luogo dove nessuno la sera metteva piede, se non per farsi qualche canna in santa pace.

È stato un utopista, Paolo Scala, e anche per questo è doveroso che venga ricordato, e omaggiato. Come tutti coloro che agiscono per il cinema senza riconoscimenti ufficiali, senza cariche e senza la legittimazione pubblica, ma dimostrando in ogni loro atto non solo l’amore per quest’arte, ma anche e soprattutto il significato politico e poetico dell’agire. Perché è attraverso la diffusione dei saperi e la dialettica (sì, il dibattito sì!) che si può provare a sgretolare la gerarchia. Festeggiare e ricordare Paolo equivale a celebrare tutti quei luoghi che ancora preservano la funzione collettiva dell’arte. Trasformando un salone dai soffitti altissimi e dalle finestre abnormi in un cinema, magari.

ps. Le immagini della galleria fotografica riportano alcuni tamburini de L’Unità in cui veniva riportata anche la programmazione del C.O.C.P. e di Spazio Comune. Nessuno dei cineclub citati è più attivo. E quasi nessuno è stato sostituito. Anche così muore una città.

Info
Il sito della Comunità di San Paolo, che ospitò il Centro Ostiense di Cultura Proletaria.
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