La Douleur

La Douleur

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Animato da buone intuizioni e da una bravissima Mélanie Thierry, La Douleur è una specie di anti-kolossal storico e letterario che cerca di rendere universale e controllata una materia letteraria intima e inquieta, scontrandosi però in maniera inequivocabile con l’essenza di Marguerite Duras.

Una specie di solitudine

Nel giugno 1944, la scrittrice Marguerite vive con angoscia l’arresto e la successiva deportazione del marito Robert Antelme, figura chiave della Resistenza a Parigi. Per riuscire a ottenere maggiori informazioni sul marito, Marguerite inizia a frequentare Rabier, un agente della Gestapo francese. Anche quando la liberazione di Parigi è sempre più vicina, le notizie sulla sopravvivenza di Robert si fanno sempre più confuse. [sinossi]

La scrittura di Marguerite Duras è così evocativa, destabilizzante e introspettiva da accostarsi naturalmente solo ad opere radicali. Il modernismo di Hiroshima mon amour o dei suoi film da regista come India Song (un film interamente fuori sincrono) o Le camion (una lettura ad alta voce senza alcun tentativo di messa in scena) sembrano gli unici approcci possibili per trasformare in immagini una scrittura così profondamente ricercata e intimista. Non a caso, è stata la stessa scrittrice francese ad approcciarsi al cinema come arte capace di obliterare ogni possibile ricorso a un immaginario letterario quando dichiara: “È questa la sua virtù: chiudere. Bloccare l’immaginario. Questo blocco, questa chiusura si chiama film”.
La Douleur, la trasposizione di Emmanuel Finkiel de Il dolore (romanzo autobiografico dedicato agli anni della Liberazione di Parigi e all’estenuante attesa del marito imprigionato a Dachau) parte da un tentativo esattamente inverso: tentare di aprire una breccia in questo blocco, in questo muro posto di fronte all’immaginario e fare di un’opera intima un racconto il più possibile universale. La Douleur-romanzo è un testo mutuato dai diari della Resistenza della scrittrice e un tentativo in forma letteraria di espiare un senso di colpa e di raccontare una solitudine estrema, dove più che percepire la mancanza di una persona sono l’attesa e l’impotenza a divenire materia narrativa e cuore pulsante dell’anatomia delle emozioni. La Douleur-film è invece un lavoro che cerca di porsi a tutti gli effetti come una trasposizione lucida e precisa del periodo storico e del vissuto emotivo e reale della Duras. Il modello è quello dell’affresco storico (la voce fuori campo, la cura per i dettagli, la ricostruzione del clima della Parigi occupata), ma epurato di tutte le grandezze e l’esibizione di mezzi del kolossal.

I sei racconti tra realtà e finzione che costituiscono il romanzo della Duras vengono restituiti in due tempi, equamente suddivisi tra prima e dopo la Liberazione di Parigi e tra due diverse concezioni del dolore. Nella prima parte è il dubbio a dominare la voce e le azioni della protagonista, nella disperata ricerca del marito scomparso e nell’ambiguo rapporto tra la scrittrice e l’agente della Gestapo. È la tensione tra i due, sospesa tra seduzione e ricerca di informazioni, a dare un ritmo alle varie sequenze e a un appiglio esterno rispetto alla soggettività della protagonista per chi guarda. Liberata Parigi e scomparso il personaggio di Benoît Magimel, la seconda parte si immerge completamente nell’interiorità di Marguerite. Stavolta sono solo la solitudine e l’assenza ad accompagnare il dolore e a farci perdere ogni possibile appiglio nel limbo dell’eterna attesa del marito e di incertezza sul suo destino.
Se nella prima parte Finkiel fa muovere la sua protagonista in una Parigi meramente decorativa, trattata come uno scenario, schiacciata da ogni profondità e limitata al massimo nei campi medi e lunghi (in pratica, l’esatto contrario delle scene dominate da comparse, fondali e ampiezza di sguardo e di orizzonte dell’affresco storico), nella seconda la dimensione diviene quasi claustrofobica, stretta nell’appartamento di Marguerite tra il salotto, la camera da letto e il fornello della cucina. In questa seconda parte la voce fuori campo si fa ancora più protagonista, baricentro di tutta la messa in scena. È il momento in cui predominano i flou che annullano ogni profondità di campo ed esaltano la recitazione di Mélanie Thierry (bravissima) e in cui penetriamo anche nella percezione visiva di Marguerite e nella sofferenza del suo isolamento. È anche il momento in cui Finkiel tenta di avvicinarsi allo stile più modernista del cinema della Duras, per quanto senza raggiungere lo sperimentalismo radicale della scrittrice-regista. Tuttavia, è proprio in questo strano ibrido tra cinema classico e cinema moderno, tra film letterario e letterale che il film mostra in maniera più evidente i suoi problemi. Il difficilissimo equilibrio tra cinema e letteratura viene gestito con pieno controllo da parte del regista, la cui attenzione tende però a raffreddare e rendere ancor più cerebrale le pagine infiammate e febbrili della Duras. Trasformare una scrittura totalmente cerebrale, intima e sensuale in una messa in scena razionale, attenta e meticolosa rende La Douleur, soprattutto nella seconda parte, più calligrafico e malinconico che lirico o perturbante. Forse perché in quel tentativo, per quanto a tratti emozionante e senz’altro animato da buone intuizioni, di aprire l’immaginario anziché di chiuderlo come voleva il progetto della Duras, sta il senso di un’impresa praticamente persa in partenza.

Info
Il trailer de La Douleur.
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