The Border Fence

The Border Fence

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Angustiato dalla rosa di venti sempre più destrorsi che soffia implacabile sul Tirolo scavalcando Schengen e tentando di spazzare via ogni residuo di umanità, in The Border Fence l’austriaco Nikolaus Geyrhalter accantona temporaneamente ogni tipo di astrazione per concentrarsi sull’urgenza del confine sul Brennero, fra i prefabbricati di controllo e le reti di recinzione pronte per essere installate, fra il drammatico serpeggiare della xenofobia e sempre meno comprensione. Quello che ne viene fuori è una mappatura umana agrodolce e brillante, forse troppo ripetitiva, ma di certo non scontata. Nel concorso documentari del 30esimo Trieste Film Festival.

Achtung! Staatsgrenze

Partendo dall’annuncio della costruzione di una barriera sul confine con l’Italia per bloccare il flusso migratorio verso il Tirolo, Nikolaus Geyrhalter esplora per quasi due anni i pochi chilometri quadrati del Passo del Brennero, raccontando attraverso le diverse voci del popolo di confine una storia urgente di questa delicata fase dell’Europa. [sinossi]

Avevamo lasciato Nikolaus Geyrhalter nei paesaggi post-apocalittici di Homo Sapiens, nell’elegia dell’immagine, nella totale assenza di parola e di esseri umani, nell’astrazione minimale con cui ragionare sulla fragilità dell’uomo, sul frammento, sullo spazio, sul fuoricampo, sullo scorrere inesorabile del tempo. Lo ritroviamo, quasi tre anni dopo, proteso alla ricerca di una nuova, piena e per molti versi opposta concretezza, intento nella mappatura umana della contemporaneità di uno spazio perfettamente definito, sul confine del Brennero, dove la “sua” Austria diventa Italia e dove un treno è fermo esattamente a metà, sotto la neve che scende identica da una parte e dall’altra a unire le nazioni sotto un’unica coltre bianca. È stato l’11 aprile 2016, quello dell’annuncio da parte del governo e della polizia austriaca dell’imminente costruzione di qualche centinaio di metri di rete anti-migranti da tendersi su quel confine di Stato di fatto reinnestato dopo l’abolizione imposta da Schengen, il giorno in cui The Border Fence ha iniziato a prendere vita, il giorno della genesi di quella personalissima urgenza che, per una volta, ha portato quello che è sempre stato il cinema di puro sguardo di Geyrhalter, la sua contemplazione, il suo (apparente) non-intervento e i suoi simbolismi, su un percorso parallelo di pedinamenti e di domande in prima persona, di volti e di dialettica, di inediti camera car e di macchine a mano, di testimonianze e di confronti. Dalla spazialità geometrica dei non-(più)-luoghi del precedente lavoro, in attesa di tornare a quelle che sono le sue sperimentali abitudini già dal prossimo Erde – Earth annunciato nella sezione Forum della prossima Berlinale, il documentarista austriaco (nel frattempo nuovamente al lavoro su un ulteriore film sul quale per ora è assoluto il riserbo) passa a un anno e mezzo abbondante di girare errabondo intorno alla rotatoria di confine, asservendo e riadattando il suo stile rigoroso e il suo abituale linguaggio alla contingenza, all’intima preoccupazione, alla ricerca spasmodica di qualche residuo barlume di umanità nella desolazione creata dal populismo e dalla paura dello straniero.

Non è tanto il fenomeno migratorio il punto di The Border Fence. O meglio, nella fuga dei migranti dalle guerre e nelle troppe morti lungo il loro disperato percorso stanno l’origine e il deflagrare della sincera e ardente pietas che ha spinto Geyrhalter ad armarsi di macchina da presa e microfono per salire fino ai 1370 metri del passo del Brennero, ma quello a cui il suo nuovo film tende è altro, e lo tiene ben lontano da qualsiasi possibile retorica o da qualsiasi possibile percorso scontato. I migranti, eccezion fatta per l’intervista a un capocantiere senegalese da molti anni al lavoro in Italia, rimarranno rigorosamente fuori campo, mentre Geyrhalter punta l’obiettivo della sua macchina da presa sullo stato – umano e locale – delle cose, sulla percezione degli abitanti della valle di fronte al fantomatico spettro di un’“invasione” che mai è esistita, sulle loro (non) reazioni di fronte a scelte politiche scellerate e propagandistiche, di fronte ai venti d’odio che quotidianamente vengono fatti soffiare sulla società, di fronte all’inumanità spacciata per “sicurezza”. Ben più che il “recinto di confine” della traduzione letterale del titolo, minaccia da oltre due anni ancora chiusa, smontata, in un container, The Border Fence è quel sentimento di paura ormai innestato nella stragrande maggioranza della gente comune, è la volontà o per lo meno la mancata resistenza alla possibilità di chiudere con una nuova barriera l’Europa unita, sono le contraddizioni dei «non sono razzista, ma…», ma è anche, per fortuna, l’aperto contrasto a tutto questo, l’ultimo residuo di umano che riaccende qualche speranza anche nella desolazione. È anche l’umanissima saggezza dei mandriani e dei contadini, sempre pronti ad aiutare il prossimo, a comprenderlo, a riconoscerlo uguale a se stessi, a proteggerlo, a preoccuparsi per lui e per i suoi diritti indipendentemente dal colore della sua pelle o dal suo luogo di nascita. Sono anche le manifestazioni, rigorosamente caricate da una polizia di frontiera in assetto antisommossa che nemmeno dovrebbe più esistere, per difendere la libertà di spostarsi, i diritti acquisiti dell’Europa e le istanze umanitarie di chi è costretto ad abbandonare la propria terra. Sono anche i sacerdoti che non si arrendono alla sordità della loro platea e continuano a predicare uguaglianza e amore. Sono anche le zuppe preparate per tutti, i pasti caldi, le aperture, la consapevolezza di essere stati per primi migranti e quella, ancestrale, delle colpe coloniali occidentali.

Nel lungo viaggio a tentoni di Geyrhalter fra le anime del Tirolo, emergono le verità e le (in)coerenze di un popolo di montagna che ha sempre vissuto su un confine speciale, anomalo, forse mai realmente “confine” nei suoi tortuosi percorsi alternativi fra le cime e nelle secolari tratte dei contrabbandieri, nella lingua tedesca che si parla nel bolzanino e nei quotidiani commerci di latte e animali negli ultimi anni resi molto più semplici dall’abolizione della dogana. Con tanto di rifugio costruito esattamente a metà, un lato in Italia e uno in Austria, da sempre punto di incontro per le famiglie separate e per gli uomini dei sentieri, quelli dalle tradizioni radicate, quelli dal profondo spirito d’appartenenza, quelli per cui l’amore per le montagne è identificazione, natura, ragione di vita. Il confine è un’attrazione turistica, il confine è un’occasione di scambio, il confine è una palizzata in mezzo ai campi. Il confine è un’ipotesi, una linea che dovrebbe essere solo immaginaria in un’Europa unita e solidale, e che invece è (ri)diventata una recinzione sempre pronta a essere montata, un orribile prefabbricato innestato pochi metri oltre il confine come posto di controllo per l’accesso dei migranti, la sistematica ispezione di ogni mezzo di trasporto in entrata alla ricerca solo ed esclusivamente di qualcuno più scuro degli altri. Ci sono i cacciatori che vorrebbero prima possibile l’erezione della palizzata e che ammettono candidamente e senza alcun senso di colpa di aver denunciato interi gruppi di «clandestini», ci sono i poliziotti che – come a Ventimiglia – lavorano nel centro operativo e fra un’identificazione e un’espulsione nemmeno si rendono conto dell’anomalia del guardare il colore della pelle di chi viaggia nelle auto, ci sono camionisti e casellanti che vivono dello spostamento di merci e persone e nel frattempo parlano con piena convinzione della necessità di fermarle, e poi ci sono, come contraltare, i baristi e i gestori di rifugi che non si sono mai posti il problema, servendo da mangiare a ogni affamato e da bere a ogni assetato.

Ci sono i vecchi taglialegna (ormai meccanizzati) che si identificano nella natura e ancora credono nell’umano, ci sono, come già accennato, gli operai di origine africana laureati e specializzati nell’installazione di trivelle, e ci sono giovani addetti alle lamiere che rifiutano apertamente i venti destrorsi e populisti che da più parti soffiano sull’Europa. E soprattutto come cuore di The Border Fence c’è chi, come tutti i saggi, dal freddo della sua stalla minimizza la portata della sua gentilezza per aver offerto un pasto caldo e la necessaria assistenza a un camionista ucraino rimasto incastrato nelle stradine innevate di montagna: è stato un atto dovuto, una normale cooperazione fra esseri umani, un normale gesto di avvicinamento. È soprattutto alle sue parole che, in più interventi che quasi diventano un contraddittorio con buona parte del resto della vallata, Geyrhalter affida attraverso il montaggio il compito di esplicitare il proprio pensiero, la propria preoccupazione, la propria lucidità politica.
Ragionando insieme su stipendi inadeguati, Storia, società, la natura del confine e la sempre più bruciante necessità di umanità, con quella saggezza popolare di chi ha passato troppo tempo con le vacche per credere ancora alle menzogne interessate degli uomini di potere, al loro seminare odio e paura, alla loro sistematica creazione di un “nemico”. Al loro lasciare, in mezzo all’entusiasmo e alla riconoscenza popolare, gente disperata fermata e respinta a un confine che non dovrebbe nemmeno esserci, o ancor peggio in mezzo al mare, in balia delle onde. Magari in attesa che, anche di fronte a centodiciassette morti, spunti qualche sciacallo a sputare veleno contro le ONG, o a rilanciare con incommentabile cinismo i più atroci slogan. Ma questa, protagonista di ogni cronaca odierna, purtroppo o per fortuna è un’altra storia. È un altro, analogo e ancor più devastante, capitolo d’orrore, sul quale riflettere e da cui ripartire. Proprio come ha fatto Nikolaus Geyrhalter anche in questo film “normalizzato”, probabilmente minore, nella sua struttura linguistica semplice e nella sua necessaria ripetitività, di fronte alla sua filmografia più lirica e simbolica, ma forse mai così apertamente politico e scottante, mai così urgente e angosciato. Un film con il quale, pur cambiando metodo e modalità, il grande documentarista austriaco continua a inoltrarsi nella decadenza dell’umanità, e ancora una volta riesce, al termine delle sue preziose ricerche, a trovare almeno un lampo di luce e di speranza in fondo al tunnel.

Info
La scheda di The Border Fence sul sito del Trieste Film Festival.
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