Ultimo tango a Parigi

Ultimo tango a Parigi

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Tra gli oggetti cinematografici più censurati e vilipesi, al centro di polemiche che paiono infinite, Ultimo tango a Parigi è una riflessione sulla borghesia che diventa scandaglio della (delle) nouvelle vague vere o supposte, e della tensione a una libertà solo vagheggiata, ma impossibile. Il canto lacrimoso di un mondo morente, e di una restaurazione in atto.

Dopo la rivoluzione

Dopo il suicidio della moglie Rosa, il quarantacinquenne Paul, un americano trapiantato a Parigi, sembra avere smarrito ogni ragione di vita. Vagando senza meta per la città, incontra la ventenne Jeanne in un appartamento in affitto, che i due casualmente si trovano a visitare insieme: scatta un’attrazione passionale, e i due sconosciuti hanno un amplesso nell’appartamento vuoto, che prendono come pied-à-terre. Tra loro nasce una relazione di sensi nel corso della quale, ignorando tutto dell’altro partner, persino il nome, esplorano a fondo le rispettive sessualità. [sinossi]

L’ultimo tango a Parigi è quello che non verrà ballato mai. O forse è stato il primo mai ballato. L’ultimo tango a Parigi è stato ritmato – spesso malamente – nel cercare di raccontare/ricordare Bernardo Bertolucci, morto lo scorso 26 novembre nella sua casa romana, a Trastevere. Alcuni mesi prima, ad aprile, Bertolucci aveva aperto la porta del proprio appartamento per incontrare un piccolo gruppo di critici “del web” (qui il resoconto dell’intervista) in occasione del restauro in digitale di Ultimo tango a Parigi, a cura della Cineteca Nazionale e supervisionato da Vittorio Storaro, che del film fu direttore della fotografia. Nel suo soggiorno Bertolucci aveva avuto modo di tornare sul film, così centrale all’interno della sua filmografia ma anche portavoce – suo malgrado – dell’incapacità congenita del consesso umano democratico di comprendere ciò che è dichiaratamente, volutamente “eversivo”. Meglio: capace, il consesso umano democratico, di comprenderlo al punto da dichiarargli guerra, da affossarlo, da cercare tutti i modi per ridurlo al silenzio. Prendendo la parola sul concetto di trasgressione che il film, a pochi anni dal 1968, portava con sé e su di sé, Bertolucci disse: “All’epoca era qualcosa nel vento, a cui non si poteva resistere. Era un atto politico. Adesso le cose sono un po’ diverse”. Molto diverse. Non che all’epoca la politica sia stata gentile con Ultimo tango a Parigi: la censura, la messa a morte – al rogo –, il carcere poi sospeso per il regista, Marlon Brando, il produttore Alberto Grimaldi e l’immancabile Franco ‘Kim’ Arcalli, montatore e co-sceneggiatore, vero e proprio autore insieme a Bertolucci di questo oscuro oggetto del desiderio. Atti di coercizione dell’immaginario, negazione di uno Stato che nega ciò che è considerato scabroso, nascondendo la polvere sotto il tappeto e sperando attraverso l’atto della distruzione di non doversene più preoccupare. Gli strali hanno continuato a colpire il corpo vivo vivissimo e rivoluzionario della storia di Paul e Jeanne, rilanciati dalle polemiche relative all’oramai fin troppo celebre sequenza con protagonista il burro, parte grassa del latte che diventa metafora della parte grassa di una borghesia spaventata, reazionaria. Sull’annosa questione relativa alle parole di Maria Schneider, e alla presunta violenza patita sul set, si potrebbe aprire un capitolo a se stante, e in molti non hanno perso occasione di sottolineare la propria posizione anche con il cadavere di Bertolucci ancora caldo. Tale capitolo resterà però in questa occasione chiuso a chiave.

Cos’è il tango, il ballo delle classi popolari che l’aristocrazia fece suo, con un’appropriazione indebita, solo nell’Europa a pochi centimetri dalla Grande Guerra? Nient’altro che un’improvvisazione pulsionale, la presa del potere dell’istinto e dell’animalità di fronte al raziocinio, che pur cerca di tenerlo a bada col suo tempo binario, canonico, ritmato con metronomica precisione. È l’utopia della liberazione dallo schema, il tango. Un’utopia che è già grondante della triste consapevolezza della propria vacuità. E cos’è Parigi, la gran madre che ha svezzato i sospiri del lirismo politico del Novecento, se non la capitale dimessa – New York è il moderno, Berlino il contemporaneo, Tokyo il futuro – di un mondo morente, che ha su di sé il peso castrante del colonialismo e la brezza leggera di un Sessantotto che ha sparigliato le carte, movimentando però forse soprattutto l’aria?
È ovviamente Paul il vero rivoluzionario, lui che l’ha anche fatto davvero oltre a un numero imprecisato di altre professioni (vaccaro, marinaio, boxeur): un uomo quasi ottocentesco, straniero in terra di Francia, e lì capitato per matrimonio, gestore di un bordello/pensione. Decaduto anche lui, come la città che gli piove addosso. Decaduto come le note sdrucciole della colonna sonora di Gato Barbieri, lamento bestemmiato e languido. Solo Paul è un rivoluzionario, e da ragazzino potrebbe essere stato come il Roger narrato da Apollinaire ne Le prodezze di un giovane Don Giovanni. Non è rivoluzionario di certo l’altro amore di Jeanne, il fidanzato Tom che fa il regista e vorrebbe imprigionare la realtà per riprodurla e ricrearla e fingerla davvero reale al punto da crederci lui per primo. E non è rivoluzionaria neanche Jeanne, che sa liberare il proprio corpo solo con la prospettiva di legarlo a qualcos’altro: prima la famiglia col padre/padrone castrato – morto – e castrante, quindi l’ovvio affetto per il coetaneo artista, e infine la pruriginosa soggezione/sottomissione per un uomo che potrebbe essere suo padre, e che ha l’aria di essere completamente fuori dal mondo reale. Non è libera Jeanne, che spara all’uomo che può mettere in crisi la sua solidità borghese con la pistola che il padre utilizzava in Algeria, per tenere a bada le masse maghrebine in sommovimento.

Morirà mai il vecchio mondo? Ovviamente no, sembra suggerire Bertolucci. Potrà imbellettare il proprio volto per apparire giovane e rivoluzionario, progressista, libero di testa e ben vestito, ma resterà quello che è. Nasconderà la propria natura anche nel più lercio e squallido degli appartamentini di Parigi, ma non potrà celarla fino in fondo. Nel mettere a nudo la società Bertolucci ne mostra l’immagine erotica, ben consapevole che alle sue spalle si celi la sua verità, ferale e crudele come sempre. In questo, nel contrasto tra estetica del moderno e negazione del falso volto del moderno stesso, Ultimo tango a Parigi sembra riecheggiare – ben più di altre opere di Bertolucci – degli insegnamenti di Pier Paolo Pasolini, primo maestro e mentore cinematografico e politico del regista parmense. La società borghese ha visibile di fronte a sé ciò che non dovrebbe essere lecito vedere e mostrare, l’atto intimo del diletto che in molti scambiano per istinto alla procreazione, e ne comprende il pericoloso furore politico. Nella sua accettazione della trasgressione come unico modo possibile per parlare alla società e della società, Bertolucci oltrepassa un confine che non si può pensare di superare indenni, nel mondo del Capitale e della liberazione solo suggerita, ma sempre controllata.
Potrà apparire superato, Ultimo tango a Parigi, agli occhi di chi oggi ha a disposizione tutte le espressioni della sessualità, dall’amatoriale ai professionisti del porno. Ed è il motivo per cui, con la patina di Storia che gli si è posata sulla schiena, al MiBAC (con o senza T finale) è stato deciso che fosse diventato innocuo, “vedibile” per tutti anche nella sua vesione integrale. Meglio così, ovviamente. Ma la verità è che come tutte le opere realmente, profondamente rivoluzionarie, Ultimo tango a Parigi continua a scavare, a combattere la dittatura della gioventù, a cantare un’utopia sconfitta in partenza, e per questo ancor più meritevole di essere cantata. Così come ci sono due protagonisti, nel film, ci sono anche due spettatori possibili. Chi dolorosamente crede all’eternità del lutto, lutto del privato, del Tempo e della Storia, agonizzerà come Paul, incollando scabrosamente la gomma da masticare sotto il davanzale. E chi alla fine della proiezione avrà negli occhi solo la sequenza del burro, magari convinto di aver assistito a uno spettacolo creato ad hoc per épater le bourgeois sarà lì in piedi. La pistola fumante nella mano.

Info
Il trailer di Ultimo tango a Parigi.
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1 Commento

  1. LELLA 22/01/2019
    Rispondi

    UN FILM EPICO ENTRATO, SPINGENDO DALLA PORTA DI SERVIZIO, NEI PIANI ALTI DELLA STORIA.
    UN FILM “STORICO” DUNQUE MA AL CONTEMPO ANCORA GIOVANE E ATTUALE.
    UN FILM COSI’ PROFONDO CHE POCHI REGISTI OGGI SAPREBBERO EGUAGLIARE NEL DESCRIVERE, CON TALE INTENSITA’, LA LEVITA’ E LA VORACITA’ DEL VIVERE E… DEL MORIRE

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