Occupation 1968

A mezzo secolo dall’occupazione di Praga da parte dei Paesi del Patto di Varsavia, nasce sotto la guida del produttore e regista ceco Peter Kerekes un film collettivo che ribalta lo sguardo degli invasi cercando quello degli invasori. Occupation 1968, presentato in concorso documentari al Trieste Film Festival, è un arcipelago di cinque cortometraggi da 26 minuti l’uno: cinque registi, cinque paesi, cinque popoli, a ritornare su un solo grande inganno e su un solo grande rimorso.

Gli antipodi della Primavera

Uno sguardo soggettivo e collettivo sui soldati degli eserciti ‘amici’, i loro pensieri e le loro impressioni sull’occupazione della Cecoslovacchia nell’agosto 1968. La domanda principale è stata: come ‘una persona qualunque in Europa’ si comporta di fronte alla ‘grande storia’ nota a tutti? Quale ruolo gioca la responsabilità personale, e cosa succede nel momento in cui si deve scegliere fra salvare la propria vita o obbedire alle regole? Per avere le opinioni più diverse su questo argomento, Peter Kerekes ha scelto cinque registi di cinque Paesi dell’ex Patto di Varsavia che parteciparono all’occupazione della Cecoslovacchia: Evdokia Moskvina dalla Russia, Linda Dombrovzsky dall’Ungheria, Magdalena Szymków dalla Polonia, Marie Elisa Scheidt dalla Germania e Stephan Komandarev dalla Bulgaria. Il risultato sono cinque documentari di 26 minuti, cinque punti di vista diversi da cinque Paesi diversi. [sinossi]

Era la notte fra il 20 e il 21 agosto ’68, quando circa duecentocinquantamila truppe provenienti da cinque diversi Paesi del Patto di Varsavia entravano a Praga quasi senza incontrare resistenza, prendendo il controllo dell’aeroporto e delle strade ed entrando indisturbati nei palazzi del potere per mettere agli arresti il presidente Alexander Dubček e i suoi tentativi, accusati di essere controrivoluzionari, di un “socialismo dal volto umano”.
La dottrina Brežnev, che sancirà ufficialmente il dominio dell’URSS e la sovranità limitata degli altri Paesi del Blocco Sovietico, sarà annunciata solo una manciata di settimane dopo, a metà novembre, ma stava già nell’intervento a sedare la Primavera di Praga e le sue riforme d’apertura che tanto male erano viste da Mosca il nucleo di quella che, fino agli interventi d’alleggerimento di Gorbaciov e poi alla caduta del Muro di Berlino, sarebbe stata la linea politica internazionale dei successivi vent’anni.
Vent’anni che per la Cecoslovacchia hanno voluto dire occupazione militare proprio di chi si diceva amico e torce umane di protesta, censure oltre i limiti dell’ostracismo e ripetute fughe verso ovest di chiunque ne avesse la possibilità, “normalizzazioni” e restrizioni d’ogni tipo sotto la costante minaccia dei carri armati nelle piazze, sempre a ritornare con la mente a quella notte, a quell’invasione, all’inizio dell’incubo, a quell’irruzione simultanea di cinque eserciti uniti sotto la stessa bandiera, sotto lo stesso ricatto, sotto la stessa menzogna, sotto lo stesso incartapecorirsi di un’ideale schiacciato dal greve calcagno della dittatura.
L’occupazione di Praga è stato un atto di guerra spacciato per atto di pace, un attacco spacciato per aiuto, un’offesa militare spacciata per garanzia di giustizia, ma Occupation 1968, film collettivo a episodi presentato nel concorso documentari del 30esimo Trieste Film Festival, non vuole in alcun modo concentrarsi sulla natura o su un’eventuale (a)moralità dell’attacco, ormai universalmente definito dal “grande errore” in giù e sul quale parrebbe non esserci più alcuna verità storica da scoprire. L’obiettivo del suo deus ex machina Peter Kerekes, anche regista ma in questo caso solo produttore ceco, è molto più semplicemente quello di tornare a quella notte per riguardarla, a posteriori, con una nuova e inedita pluralità di sguardo, che al mezzo secolo di arti, di letteratura, di musica e di cinema ceco-slovacco aggiunga, innervando di nuove stratificazioni, di nuovi shock, di nuovi lutti e di nuovi sensi di colpa, il punto di vista e la memoria di chi stava dall’altra parte, degli invasori, di chi a Praga è andato – più o meno obbligato, più o meno ingannato, più o meno consapevole, di certo non felice – come forza militare occupante. Come traditore, a seguito di ordini sbagliati ma al tempo insindacabili, di un Patto, di un’amicizia, di una sovranità che sarebbe dovuta essere stata garantita, ma così non è stato.

In un sostanziale ribaltamento allo sguardo e al ricordo di chi è stato prelevato, armato e messo in viaggio, di chi ha sentito con le proprie orecchie l’ordine di sparare sulla folla, di chi ha perso un commilitone o un fratello e di chi, molto più prosaicamente, sapeva che disobbedire agli ordini sarebbe voluto semplicemente dire tradire il proprio Paese e quindi morire, l’arcipelago di cinque episodi di Occupation 1968 segna un inedito confrontarsi, che partendo dall’invasione della Cecoslovacchia ne scandaglia gli antipodi per tentare di capire come le cicatrici siano sempre rimaste da ambo le parti fra gli atavici rimorsi e i caduti in battaglia, come le genti comuni e gli eserciti abbiano vissuto quei giorni di inimicizia senza nemico, e come con quell’invasione di popoli fratelli qualcosa, non solo in Cecoslovacchia e forse nemmeno solo nell’area Sovietica, ma probabilmente in tutto il mondo, fosse cambiato per sempre.
Kerekes, nella scelta dei cinque giovani autori rispettivamente provenienti da Russia, Ungheria, Polonia, Germania (ovviamente Est) e Bulgaria a cui commissionare i cortometraggi e nel cucire insieme i loro lavori, si mette alla ricerca di sguardi (preferibilmente femminili, con ben quattro registe e un solo uomo, come per spingersi ancora di più verso gli antipodi dell’operazione Danubio e ad allontanare ancora di più il film da qualsiasi possibile fallocentrismo bellico) il più possibile giovani e autoriali, ognuno con la propria lingua e con la propria microstoria, ognuno con la propria poetica e con il proprio stile, ognuno con il proprio background e con la propria cultura. Ognuno con il proprio modo di raccontare e di approcciarsi al documentario, dal diario di viaggio “vero” ma in definitiva televisivo al puro simbolismo della mitologia silvestre, dal metacinema che riflette sui rituali della guerra come messinscena all’archivio come inesauribile fonte di materiale, dall’intervista guardando in macchina all’aperta ricostruzione con attori, dal fatto di cronaca alla sua astrazione, alla sua portata metaforica, o per lo meno alla sua epica. Fino a costruire, con la scelte ricadute su Evdokia Moskvina, Linda Dombrovzsky, Magdalena Szymków, Marie Elisa Scheidt e Stephan Komandarev, un percorso cinematografico inevitabilmente ondivago e dalla qualità altalenante ma ben delineato, che va dallo sguardo sul vero a una progressiva finzione e poi a un progressivo lavoro sul linguaggio, inoltrandosi progressivamente nell’ignoto della coscienza e della solitudine, per poi tornare a una realtà che però si rivela fasulla, ritoccata, propagandistica, posticcia, di comodo, ma non per questo meno “eroica” di una bugia che diventa piccola distorsione a fin di bene, memoria, orgoglio cittadino, humana pietas nei confronti di chi non può permettersi di perdere il fratello una seconda volta. Nella speranza che dall’incubo si possa generare un nuovo sogno in cui essere grandi fratelli uniti, in cui potersi fidare l’uno dell’altro, in cui poter essere liberi di proiettarsi ancora nel futuro, in cui chi rimarrà deve imparare dagli errori passati per lavorare insieme a una nuova solidarietà vera, duratura, e non come un nuovo disegno sulla sabbia.

Basterebbe il terzo episodio, quello della polacca Magdalena Szymków, la cui assoluta gemma I’m Writing to You, My love vale probabilmente da sola, con la sua ricerca linguistica nel footage e nella scrittura, con la sua lirica straziata, con la sua profondità politica e con la sua straordinaria capacità d’astrazione, l’intero progetto Occupation 1968. Realizzato in archivio montando esclusivamente materiali estrapolati dagli archivi dei servizi segreti comunisti e trasformando in paradigma i rapporti degli informatori, il corto della regista e sceneggiatrice polacca ricostruisce l’invasione di Praga dal punto di vista di una donna appena sposata il cui marito parte per la guerra anziché per il viaggio di nozze. Tornerà, ma solo quando ormai la sua divisa significherà essere invasori, traditori, aggressori, in quella scintilla di ribellione che porterà ben presto il Patto di Varsavia a scricchiolare fino a disgregarsi fra i dubbi esistenziali e la depressione, fra l’inadeguatezza e il dolore del senso di colpa. È un lavoro di frammenti, I’m Writing to You, My Love, è un mosaico di telegiornali, elicotteri, orchestre, paesaggi, voli d’uccello, volti in primissimo piano, carri armati, macchine fotografiche, veli mossi dal vento e silenzi assordanti, mentre dal boicottaggio del Festival di Sopot ’68 (o forse dallo scioccante arrivo delle immagini che ritraggono Jan Palach avvolto dalle fiamme) si accende la nuova consapevolezza di una nazione che sentiva il bisogno di chiedere umilmente perdono e da questo, si spera, ripartire. Magdalena Szymków lavora sulle immagini, le accosta, le sovrappone, le sdoppia, dà continuamente loro un nuovo significato, una nuova stratificazione, una nuova simbologia storica e umana, come un peso ancestrale, come una nuova e personalissima forza che tutto travolge, come una sperimentazione continua che dall’archivio diventa altro, storia personale, intima, filosofica. Ed è proprio qui, in questo episodio che di certo non a caso è posto esattamente al centro del film, che Occupation 1968 trova il suo apice e la sua ragion d’essere, il suo definitivo nobilitarsi, ciò che realmente rimarrà. Ma, come detto, non è solo dalla Polonia che giungono gli sguardi selezionati e raccolti da Kerekes, e non è solo dalla Polonia che giungono spunti di interesse, occasioni di riflessione, storie, immagini, parole, ricordi, forse lacrime.

Dalla Russia giunge quello che è l’episodio più dichiaratamente documentaristico, firmato da Evdokia Moskvina, che con il suo (va detto) non indimenticabile The Last Mission of General Ermakov riunisce – dichiaratamente «per girare un film» – quelli che erano i commilitoni dell’ormai novantatreenne Lev Gorelov in un viaggio di commemorazione da Odessa fino a quella vecchia torre di controllo dell’aeroporto di Praga presa senza vittime né da una parte né dall’altra. Passando per Minsk e per Mosca già tappe dell’itinerario di guerra di cinquant’anni prima, in cui ripensare a quella propaganda del tempo che parlava di «lotta alla controrivoluzione» e di «aiuto fraterno agli operai cecoslovacchi» quando i soldati erano spinti a un’invasione della quale chiedere scusa, un’occupazione fingendosi amici, un tradimento forse ancora oggi imperdonabile.
Dall’Ungheria, simile al precedente per una sinossi che prevede i vecchi soldati a rivivere il loro viaggio verso la battaglia ma già molto più elaborato e teorico nella messa in scena, giunge invece Red Rose di Linda Dombrovzsky, che si dipana come un’unica voce di interviste frontali e, fra le bandiere fatte di palline da ping pong e le rughe del veterano sotto la divisa da recluta, lavora apertamente sul confine della finzione per suggerire come la stessa guerra sia una finzione, un recitare ruoli nei quali forse nessuno davvero crede, un doversi fidare ciecamente di ordini e spiegazioni che nulla hanno a che spartire con il reale.
Dalla ex-DDR poi, con il fascino misterico di un pianoforte nel bosco e di un pavimento ricoperto di gesso, si aggrega come quarto episodio il Voices in the Forest di Marie Elisa Scheidt, che giocando anch’esso sul confine fra realtà e finzione parla degli arresti per essersi rifiutati di andare contro il non-nemico e di una propaganda che convinceva le madri della colpevolezza dei figli, disertori invece per atto di coscienza, per umanità, per amore. Lo Stato fa paura, proibisce, sequestra, e nemmeno una radio, ascoltata di nascosto con l’auricolare proibito, potrebbe essere sufficiente per salvarsi dal delirio collettivo. Un delirio di voci nella foresta, di canti, di attesa di una missione che forse non arriverà mai, ma la cui eco assorderà per tutta la vita, inafferrabile eppur bruciante come un’indecisione, come un dubbio, come un rimpianto.

Rimane ancora la Bulgaria, rappresentata dal (mediocre, ma interessante) episodio a firma dell’unico uomo, Stephan Komandarev, che con il suo An Unnecessary Hero porta sullo schermo la piccola storia triste di Nicolay Tsekov Nikolov, sergente maggiore rapinato e ucciso da una coppia di camionisti cecoslovacchi mentre, forse per eseguire un ordine, ma più probabilmente disertando dopo essersi misteriosamente allontanato dicendo di dover andare in bagno, cercava un passaggio. Secondo le ricostruzioni, la sua sarebbe una morte fortuita sopraggiunta durante un atto verosimilmente insensato, sarebbe la mossa inconsapevolmente suicida di chi forse cercava di fuggire, ma i libri di testo bulgari, così come suo fratello ancora in vita, lo ricordano come un eroe caduto nell’adempimento del suo dovere, nel difendere un’ideologia, nel portare con orgoglio i colori della propria nazione e del proprio Blocco. E proprio in quella zona oscura dove la mitologia e la verità si intersecano, si contraddicono e quasi si negano a vicenda, fra i volantini che mettono in dubbio l’integrità del soldato e la sua lapide commemorativa che da «brutalmente ucciso da controrivoluzionari durante il compimento del suo dovere» viene riadattata in un più generico e prudente «caduto in battaglia», il busto di Nicolay viene rubato da ignoti, rifatto e nuovamente inaugurato dall’intera cittadinanza in cima alla sua colonna, perché a volte c’è bisogno di un eroe, di un motivo d’orgoglio, di una consapevolezza magari falsa, ma radicata come una ragione di vita, come l’unico modo di guardare ancora avanti, come la pietà verso chi è rimasto, e solo nel suo intimo credere trova ancora la forza, la dignità, l’origine di ogni sentimento.
Quello stesso sentimento che nasce e si sviluppa dalla pluralità di sguardi di Occupation 1968, dai diversi modi di approcciarsi alla Storia e alla memoria, dai diversi modi di approcciarsi alla colpa e alla non-colpa, alla consapevolezza del tragico errore e dell’inganno ideologico, di come la propaganda abbia sempre generato, ieri come oggi e quale che sia il suo nome, falsità, odio, morte, depressione, orrore, ulteriori bugie personali e di Stato. Basta ricordarsi di prestare occhio e orecchio alle differenze, alle microstorie, agli occhi, alle anime, senza paura di immergersi troppo. Perché non c’è mai una sola verità, c’è solo il lato in luce di un poligono potenzialmente infinito. Sta a ognuno di noi saperlo girare, alla ricerca di una visione generale e il più possibile lucida.

Info
La scheda di Occupation 1968 sul sito del Trieste Film Festival.
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