Compromessi sposi

Compromessi sposi

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Stanchissima variante della commedia “territoriale” nostrana, Compromessi sposi si rivela poco più che una vetrina per i suoi due interpreti, fallendo anche nel (timido) tentativo di allegoria della situazione politica contemporanea.

Questo matrimonio (forse) s’ha da fare

A Gaeta, Ilenia, giovanissima figlia del sindaco e fashion blogger di successo, sta per sposare Riccardo, figlio di un imprenditore del nord e aspirante cantautore. Quando i rispettivi padri vengono a conoscenza del proposito dei due ragazzi, finiscono per formare un’improbabile alleanza per tentare di impedire il matrimonio… [sinossi]

A ormai dieci anni da Benvenuti al sud, la variante “territoriale” della commedia nostrana continua a produrre figli e figliocci, con ben poche variazioni sul tema e un numero ancor più limitato di idee. Prova a rinvigorire il filone, in questo Compromessi sposi, il regista Francesco Miccichè, figlio del decano della critica cinematografica Lino, una carriera finora snodatasi tra documentari, fiction televisive e tre lungometraggi: il regista romano mette qui l’uno di fronte all’altro, per l’occasione, due interpreti particolarmente adeguati per incarnare personaggi dalle coloriture locali, come Diego Abatantuono e Vincenzo Salemme, si serve per uno dei due ruoli giovanili del neoidolo delle teenager Lorenzo Zurzolo (visto di recente nella serie Netflix Baby), e immerge il tutto nell’assolato paesaggio da cartolina del lungomare di Gaeta; sede stabilita, quest’ultima, del previsto e temuto matrimonio tra il rampollo di un’operosa famiglia industriale del nord e una ruspante, giovanissima fashion blogger locale, figlia dell’integerrimo e sempre nervoso sindaco.

Nell’inconsistenza, in fondo dichiarata, di un film come quello di Micchichè, teatro per le gag e i risaputi rimbalzi di sfottò tra i due protagonisti, non sembra interessante tanto la reiterazione dei più vieti stereotipi territoriali, portata avanti senza neanche mostrare l’abbozzo di riflessione autoironica del già citato film di Luca Miniero; la sceneggiatura sembra piuttosto tentare, un po’ maldestramente, di fare un’allegoria dell’attuale situazione politica italiana, con un “matrimonio” innaturale tra due entità apparentemente lontanissime tra loro, espressione di realtà sociali e retroterra culturali molto lontani. Un riferimento, quest’ultimo, che un personaggio butta lì in modo quasi casuale (“questo matrimonio è come il governo, nessuno voleva farlo”), e che si sostanzia anche nella dichiarata ammirazione del personaggio di Salemme per Beppe Grillo, inserito – sic – tra “le grandi personalità italiane” accanto a De Gasperi e Berlinguer. Più espliciti così, e viene da pensare che sia un bene, evidentemente non si poteva essere.

Tanto la – stanchissima – caratterizzazione territoriale dei due personaggi, quanto il timido abbozzo di rappresentazione della situazione politica contemporanea, non vanno comunque in questo Compromessi sposi oltre il bozzetto macchiettistico. Se è vero che Abatantuono e Salemme potrebbero praticamente recitare senza regia (e viene da pensare che qui, in molti passaggi del film, l’abbiano fatto), dando libero sfogo a repertori, faccette e istrionismi assortiti, l’inconsistenza delle figure di contorno (a cominciare dai legnosi futuri consorti) contribuisce a rendere fragilissima l’intera operazione; anche volendolo guardare, e non si vede d’altronde in che altro modo si potrebbe, come operazione ludica e “vetrina” per i due interpreti, il film di Micchichè affonda nella noia e nella prevedibilità praticamente dopo i primi venti minuti, con i personaggi che non si scollano per un attimo dalle grossolane caricature che sono state cucite loro addosso. Il film sembra rifarsi idealmente a un titolo poco citato della commedia che fu come Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, ma anche al ben più recente, americano Mi presenti i tuoi?: ma la brillantezza dei dialoghi dell’uno e il ritmo dell’altro sono ben lontani, annullati da un’operazione che sembra arrivare fuori tempo massimo.

Scritto in modo quasi amatoriale, approssimativo negli snodi di trama principali (la “crisi” provocata dai due padri (dis)uniti è talmente breve da domandarsi quale ne sia la funzione), e afflitto da una fotografia da fiction televisiva di un ventennio fa, Compromessi sposi sembra tentare di dare il contentino a un pubblico âgé anestetizzato da una tv generalista ancora ben viva; lo fa prendendo due protagonisti della commedia dei decenni passati, affiancando loro un altro paio di nomi di peso (Dino Abbrescia e Rosita Celentano su tutti) insieme a due giovani di belle speranze, e dimenticandosi contestualmente di costruir loro intorno un film. L’unica preoccupazione avvertibile sembra essere quella di limitare, come ormai da prassi per una commedia che sembra sempre più spesso mordersi la lingua, i quantitativi di volgarità; quantitativi d’altronde fisiologicamente bassi per una storia intimamente “buonista” come questa. Risultato raggiunto, ma è decisamente troppo poco.

Info
Il trailer di Compromessi sposi.
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