Dove bisogna stare

Dove bisogna stare

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Daniele Gaglianone, che ha lavorato alla scrittura con Stefano Collizzolli filma in Dove bisogna stare un’Italia che resiste, nonostante le avanzate delle destre e la politica penta-leghista sull’immigrazione. Un’Italia che accoglie, per dovere, per umanesimo e soprattutto per giustizia. Uno sguardo plurale tutto al femminile per un documentario doloroso e vivo, pulsante. Necessario.

Viva l’Italia?

Georgia, ventiseienne, faceva la segretaria. Un giorno stava andando a comprarsi le scarpe; ha trovato di fronte alla stazione della sua città, Como, un accampamento improvvisato con un centinaio di migranti: era la frontiera svizzera che si era chiusa. Ha pensato di fermarsi a dare una mano. Poi ha pensato di spendere una settimana delle sue ferie per dare una mano un po’ più sostanziosa. È ancora lì. Lorena, una psicoterapeuta in pensione a Pordenone; Elena, che lavora a Bussoleno e vive ad Oulx, fra i monti dell’alta Valsusa, e Jessica, studentessa a Cosenza, sono persone molto diverse; sono di età differenti, e vengono da mondi differenti. A tutte però è successo quello che è successo a Georgia: si sono trovate di fronte, concretamente, una situazione di marginalità, di esclusione, di caos, e non si sono voltate dall’altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognava stare. [sinossi]

Dove bisogna stare è un atto politico fin dal titolo. Un atto di doverosa resistenza: resistenza umana, intellettuale, partecipativa. Resistenza dell’animo, di fronte ai degenerati venti di destra che soffiano con insistenza sull’Italia, e non solo. “Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar” intonavano oltre settant’anni fa altri resistenti, costretti clandestinamente sulle montagne per combattere il nemico che aveva le divise nere e grige di fascisti e nazisti; bisogna andare avanti anche oggi, magari di nuovo valicando montagne e cercando sentieri diversi per permettere a chi cerca solo di dare ancora una possibilità alla propria esistenza di evitare i posti di blocco, i controlli, i fermi della polizia e delle guardie frontaliere – che sono tornate ad agire, in barba all’Unione Europea e ai suoi trattati. Daniele Gaglianone non è, spostandosi nel campo della dialettica gramsciana, un indifferente. Non lo è mai stato. Lo dimostra la sua trentennale e stratificata filmografia, che in pochi in Italia dimostrano di conoscere fino in fondo, se è vero che i più pensano che l’ottimo I nostri anni, che prese parte alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes poco meno di venti anni fa, rappresenti l’esordio di Gaglianone, il momento in cui prese il via la sua carriera da regista. No, non è un indifferente, Daniele Gaglianone. Anche nelle sue opere meno riuscite, quelle che con maggiore difficoltà riescono a mettere a fuoco il centro del discorso, si avverte sempre il fremito di una partecipazione attiva, della necessità di ribadire una scelta di campo che è sempre ideale, e in parte ideologica. Nel senso più puro e meno contraffatto del termine. Nel 2014 portò a Torino – senza che in molti se ne accorgessero, in questa incipiente miopia del contemporaneo – Qui, pacato ma deciso e privo di compromessi viaggio nel mondo del No Tav, della lotta e della repressione poliziesca che ha subito e subisce chi a quella lotta ha aderito. Un’opera che metteva in mostra, senza dover in nessun modo calcare la mano, i motivi di chi è da sempre contrario alla tratta di alta velocità tra Torino e Lione. Una scelta di campo. Perché il regista, soprattutto se ha ambizioni di documentare, non solo deve operare una scelta, ma deve anche essere lì “dove bisogna stare”.

Arriva nelle sale, anche se pochissime e pressoché invisibili (ed è anche questo a suo modo un piccolo grande crimine), Dove bisogna stare, come il precedente anch’esso presentato in anteprima sotto la Mole poco meno di due mesi fa, e arriva nelle sale proprio nei giorni in cui l’ignobile decreto sicurezza presentato dal Ministro degli Interni Matteo Salvini e appoggiato con enfasi – e senza battere ciglio – dall’intera maggioranza pentastellata e leghista torna alla ribalta. Le vergognose scene della chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto (a una ventina di chilometri dal Grande Raccordo Anulare), con i migranti caricati su bus dalla destinazione ignota senza preavviso, come si trattasse di pacchi postali, di merce da poter spostare a proprio piacimento, hanno almeno contribuito a riaccendere i fari sulla mostruosità di una gestione della supposta “sicurezza” che non ha decenza, non contempla i più basilari diritti umani. Lo stesso approccio che fa sì che questo governo gongoli nel respingere le navi delle ONG e non dia supporto in mare, abbandonando ai flutti e alla morte centinaia, migliaia di innocenti, colpevoli solo di due cose: la provenienza e il desiderio di spostarsi altrove. Lo stesso approccio che fa sì che in tanti, e non certo solo a destra, facciano finta di nulla di fronte all’orrore dei lager libici, dove chi viene rispedito indietro perché non in regola trova sofferenza, sevizie, probabile morte.
È in questo scenario tragico che irrompe Dove bisogna stare, e una volta di più viene naturale plaudire alla scelta di Gaglianone di non alzare i toni, di non puntare sul coinvolgimento facile. Il suo film è la descrizione di quattro vite, che tra loro non hanno niente in comune, non fosse altro per la decisione di dedicarsi ai migranti, ai richiedenti asilo, a chi è abbandonato a se stesso. Da Como a Pordenone, dalla Valsusa a Cosenza, Gaglianone incontra quattro donne e le segue nella loro quotidianità, fatta di domande da compilare, di problemi altrui da risolvere, di persone da conoscere, contattare, delle quali acquisire la piena fiducia. Elena, Jessica, Georgia e Lorena sono sulla barricata, ogni singolo giorno, e la affrontano con modi ed emotività completamente dissimili. Sono esempi, paradigmi viventi di una possibilità altra, di un diverso modo di vivere e di utilizzare il proprio tempo. Ma sono anche esseri viventi, e il regista non si permette mai di far di loro delle semplici icone, bandierine da sbandierare per rivendicare – come si gridava nelle piazze un tempo – che “un altro mondo è possibile”.

Nella tensione, a suo modo irrisolta e irrisolvibile, tra la quotidianità del racconto – una quotidianità fatta anche di routine, di ripetizioni, di tempi morti – e la catastrofe in atto, Dove bisogna stare trova lo scarto e rende evidente la sua natura preziosa, fondamentale da un punto di vista politico ma anche in grado di documentare una realtà e l’umanità che la pervade. Sono le quattro protagoniste, non a caso donne – a ricordare un altro crimine silenzioso, quello che vuole l’elemento femminile della società sempre subordinato, secondario, inferiore quasi in maniera ontologica – il centro pulsante di un film vivo, straripante, denso. Nello sguardo di Daniele Gaglianone, sempre in grado di trovare la collocazione ideale della videocamera, si rintraccia lo spettroscopio di una poetica che non lavora mai per semplificazioni ma affronta la complessità del reale con un approccio diretto, non filtrato né artificioso. Quello che ne viene fuori è uno spaccato disperato ma resistente di un’Italia che non ha intenzione di cedere alla barbarie ma è ancora lì a combattere, senza cedere di un millimetro. Tra mille sofferenze e privazioni, ma con la testa alta. Un’opera a suo modo fondamentale, che ovviamente passerà sotto il naso dei più senza che questi neanche se ne accorgano. Così come stanno passando i cadaveri che galleggiano qualche minuto sull’orlo delle onde prima di andare a fondo.

Info
Dove bisogna stare sul sito di Zalab.
Il trailer di Dove bisogna stare.
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