One Day

Esordio della regista ungherese Zsófia Szilágyi, One Day è il resoconto – realistico, evenemenziale e allo stesso tempo universale – di un qualsiasi giorno di ordinaria follia di una donna con tre figli, un lavoro part-time e un marito tendente all’adulterio. Nel concorso lungometraggi al Trieste Film Festival.

Un giorno come un altro

Anna ha 40 anni. Va sempre di corsa. Ha tre figli, un marito, un lavoro e qualche problema finanziario. Rispetta le scadenze, si prende cura delle cose, fa la spesa e si ricorda tutto. Ma non riesce mai a passare del tempo con suo marito. Riuscirà a salvare ciò che è fragile e unico nella sua vita? [sinossi]

Allieva dell’autrice di Corpo e anima Ildikó Enyedi, la regista ungherese Zsófia Szilágyi con il suo esordio One Day sembra guardare non solo all’approccio tipicamente umanistico della sua maestra, ma anche a certa tipica evenemenzialità del cinema rumeno contemporaneo, a certa dilatazione temporale, a quella certa tensione verso l’unità aristotelica di tempo, spazio e azione. E lo fa mettendo in scena il giorno qualunque di una donna di mezza età che non solo deve sobbarcarsi una sequela infinita di appuntamenti nell’arco della giornata per via dei tre figli che bisogna portare da una parte all’altra della città per tenerli occupati, ma ha anche da sopportare il peso della presupposta infedeltà del marito, tema che apre e chiude il film, a fare da cornice.
Film semplicissimo nell’impostazione quanto complessissimo nella gestione di tempi e azioni, One Day riesce a costruire una tensione che cresce man mano, facendo temere sempre che possa accadere qualcosa di grave, di irreparabile, come ad esempio un incidente a uno dei bambini o alla protagonista, mentre al contrario non avviene nulla di significativo, ed eppure tutto scorre con sempre maggiore ansia e inquietudine.

Zsófia Szilágyi sa lavorare allo stesso tempo sul particolare e sull’universale. Da un lato, infatti abbiamo la storia di una donna precisa con delle caratteristiche che sono solo sue e che non appartengono a nessun’altra, dall’altro abbiamo in filigrana una vicenda valevole per le donne di tutto il pianeta, costrette ad assumersi responsabilità inaudite e a sostenere tutto il (loro) mondo come si credeva facesse Atlante nell’antichità. Così la figlia di mezzo e l’amichetta da portare a danza, così il figlio più grande da motivare e da rimproverare, così il più piccolo da curare perché ha la febbre e non riesce a dormire, così il marito che esula le domande di lei e si fa uccel di bosco, così a lavoro (lei fa l’insegnante di italiano) in cui le vorrebbero imporre degli spostamenti d’orario, così la suocera che come tutte le suocere vuole sempre mettere bocca, così l’amica e presunta amante del marito che si vuole chiarire con lei…

Girato in modo asciutto, secco, senza mai far sentire la presenza della camera o di una imposizione esterna da parte della regista, One Day procede dunque mostrandoci con estremo realismo le tribolazioni del quotidiano, sempre a un passo dal trasformarsi in tragedia, come ad esempio quando un uomo comincia a urlare come un pazzo – e quasi vorrebbe venire alle mani, se non venisse rimbrottato da una vecchietta – perché la nostra protagonista ha lasciato la macchina in doppia fila.
Accade perciò che l’unico momento apertamente simbolico lo si ha nel finale di One Day; ma era inevitabile che fosse così, che fosse necessaria una chiusa in qualche modo esplicita; e si tratta comunque di una soluzione drammaticamente e narrativamente efficace, che sta a significare la decisione di questa donna-martire di nascondersi, di ritirarsi, rifugiarsi e ripiegarsi. Quantomeno per un po’.

Info
La scheda di One Day sul sito del Trieste Film Festival.

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