A Minor Genocide

A Minor Genocide

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Diretto dalla regista polacca Natalia Koryncka-Gruz, A Minor Genocide – nel concorso documentari del Trieste Film Festival – rievoca lo sterminio nazista degli abitanti della cittadina di Sochy attraverso la testimonianza di tre donne: una delle sopravvissute poi diventata poetessa, la figlia scrittrice e la nipote animatrice.

La paura come forma della memoria

La storia di una famiglia attraverso tre donne: la madre, la figlia e la nipote ma è anche la storia di un trauma di guerra che viene tramandato di generazione in generazione da diverse prospettive e riguarda un terribile pogrom pressoché dimenticato. [sinossi]

Nel difficile equilibrio che ogni volta si pone – e si impone – quando si decide di portare su schermo e rendere ‘filmabile’ la storia privata, intima, di una famiglia o di un singolo – e dove un film come Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi incarna, quantomeno in Italia, una sorta di paradigma – A Minor Genocide della regista polacca Natalia Koryncka-Gruz, selezionato nel concorso documentari al Trieste Film Festival 2019, rappresenta un caso piuttosto anomalo. Non tanto per la vicenda che viene evocata, la cui tragicità è indubitabile – lo sterminio degli abitanti della cittadina di Sochy nei pressi di Lublino ad opera dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale – quanto per la mancanza di una stretta relazione tra la regista e le persone che appartengono a quella storia e che fanno da testimoni lungo tutto il racconto di A Minor Genocide.
Koryncka-Gruz è, dunque, sostanzialmente un’esterna, se vogliamo un’estranea, e nessuna delle tre donne che sono state segnate dall’episodio – nonna, mamma, figlia – ha deciso, o scelto, di prendere in mano la camera per realizzare il film, preferendo piuttosto delegare. Queste tre donne sono comunque delle artiste e/o intellettuali: la prima è la nonna, una delle poche sopravvissute allo sterminio avvenuto nel ’43, quando aveva nove anni, che è poi diventata una poetessa (Teresa Ferenc); la seconda è sua figlia scrittrice (Anna Janko) ed è dal suo libro omonimo che nasce questo film; la terza è la nipote animatrice (Zuzanna Majer), il cui lavoro tra l’altro viene utilizzato all’interno di A Minor Genocide per mostrare alcuni passaggi della vicenda, altrimenti non rappresentabili.

Proprio partendo dall’animazione, se si pensa ai film di Rithy Pahn, come L’image manquante, o anche a Chris the Swiss di Anja Kofmel, vincitore tra l’altro a Trieste della stessa sezione del film di Natalia Koryncka-Gruz, quella incentrata sul cinema documentario, bisogna considerare come quei racconti partissero per l’appunto da relazioni strettissime con il proprio materiale, parte consustanziale della vita di quegli autori, quasi costola o radici della loro stessa esistenza. Così, invece, non avviene in A Minor Genocide, che dunque paradossalmente rischia a tratti di apparire impersonale, sia pure sotto forma di retropensiero e non per chiare ed esplicite assenze di partecipazione o di com-patimento da parte della regista.

Sta dunque qui il vero e unico limite – nascosto – di A Minor Genocide che, per il resto, usa al massimo tutti gli strumenti a disposizione, creando anche delle dinamiche rivelatrici tra le tre protagoniste. Si può verificare infatti come la più colpita e segnata, e ossessionata, da questo tragico avvenimento sia la figlia, vale a dire Anna Janko, che da un lato ‘costringe’ la madre a ricordare quel che forse vorrebbe ormai dimenticare per sempre e dall’altro ‘forza’ la giovane Zuzanna a depositare nella sua memoria avvenimenti ormai lontanissimi nel tempo, forse tentate dalla supposizione – errata – che non le appartengano. In tal modo, Anna Janko diventa per certi aspetti l’alter-ego della regista stessa, ne diviene lo strumento che permette al film di poter raccontare la sua storia, di tenere stretti i fili generazionali e di farsi voce, corpo e compulsività del necessario – e obbligatorio – ricordo. Del monito: non dimenticare.

Così, A Minor Genocide riesce a recuperare dall’oblio uno dei tanti atti tragici compiuto dai nazisti e riesce a farsi riflessione sull’eterna paura degli orrori della guerra, sentimento che domina e governa la vita di Anna Janko, tanto da riuscire a trasparire in più momenti e dunque a emozionare, sia pur attraverso la mediazione compiuta da Koryncka-Gruz. Significativo è in tal senso quel che dice la Janko ad un certo punto: non avrebbe voluto fare figli, salvo poi cambiare idea, perché temeva che se fosse nato maschio sarebbe finito a combattere in una qualche ipotetica guerra e se fosse nata femmina sarebbe stata poi violentata o uccisa da eventuali soldati occupanti, che un giorno o l’altro si sarebbero presentati di nuovo a sterminare, uccidere, distruggere, bruciare.

Info
La scheda di A Minor Genocide sul sito del Trieste Film Festival.

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