Victory Day

Victory Day

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Presentato al Forum della Berlinale 2018, al Cinéma du Réel 2018 e al Trieste Film Festival 2019, Victory Day è il penultimo documentario di Sergei Loznitsa che, dopo il campo di sterminio nazista di Austerlitz, punta la sua macchina da presa su un altro luogo della memoria, il Memoriale per i soldati sovietici al Treptower Park di Berlino, dove il 9 maggio di ogni anno si celebra la Giornata della vittoria contro il nazifascismo.

Born in the USSR

Grande raduno di folla, come tutti gli anni, alla Giornata della vittoria del 9 maggio 2017 al Sowjetisches Ehrenmal del Treptower Park, il memoriale sovietico di Berlino. Il film segue vari visitatori fin dal primo mattino, quando un piccolo gruppo di nostalgici entra con i loro cani che tirano un carretto con un ritratto di Stalin, alla sera, dopo che le ultime canzoni patriottiche sono state cantate, i selfie con le bandiere scattati, la vodka bevuta e i comizi terminati. [sinossi]

L’8 maggio del 1945 venne firmato a Berlino l’atto di capitolazione e resa incondizionata della Germania. Ciò avveniva in tarda serata quando già nel fuso orario di Mosca era scoccata la mezzanotte, e comunque solo la mattina successiva la notizia sarebbe stata divulgata in Unione Sovietica. Per questo il 9 maggio rimane la data di commemorazione della vittoria contro il nazifascismo nella Seconda guerra mondiale che, per molti paesi della galassia ex-sovietica, è ricordata come la Grande guerra patriottica, cosa molto importante nell’ottica di quanto andremo a trattare. Dal 1965 la giornata del 9 maggio è stata ufficializzata come festa nazionale tutt’ora rispettata in buona parte delle ex-repubbliche sovietiche, ma dal 2005 questa ricorrenza ha assunto un nuovo significato. A seguito della rivoluzione arancione in Ucraina, si è caricata di un senso patriottico russo putiniano, nonché di un sentimento di nostalgia sovietica. E il nastro di San Giorgio, usato come supporto alla medaglia per la vittoria nelle decorazioni militari di guerra, è diventato il simbolo di chi sostiene il Cremlino di Putin da contrapporre al nastro arancione ucraino.
La maggior parte dei visitatori-manifestanti che Sergei Loznitsa riprende durante il raduno del 9 maggio 2017, presso il Sowjetisches Ehrenmal, il memoriale dei soldati sovietici caduti, nel Treptower Park di Berlino, portano al petto il nastro di San Giorgio.

Tutta questa premessa serve a capire il senso di Victory Day, il documentario di Sergei Loznitsa presentato al Forum della Biennale 2018 e approdato, dopo passaggi a vari festival, al Trieste Film Festival 2019. La posizione del regista in merito alle vicende post-sovietiche è ben nota e ribadita in tutti i suoi ultimi film. Rimpiange che non ci sia mai stato un processo di Norimberga per l’Unione Sovietica, e il non aver fatto i conti con la propria storia, a differenza di quanto è successo in Germania, può portare a un ritorno del totalitarismo e dell’imperialismo sovietici, verso cui si sta pericolosamente avvicinando la figura di Putin.
A Loznitsa viene rimproverato il manicheismo, esibito anche con forza nel film Donbass, con cui si schiera a favore dell’Ucraina, nella tensione con la Russia. Ma Loznitsa è un matematico, ragiona con la logica, e non accetta le sfumature, le posizioni intermedie: due più due non può che avere come risultato quattro. E mantenendo fissi i suoi convincimenti, il filmmaker propone una complessità di eventi e situazioni. Invertire gli addendi, scomporli: il risultato sarà sempre quattro.

Victory Day è un documentario osservazionale, tutto sembra farsi da sé, succedere davanti allo sguardo della macchina da presa. Non ci sono voci off didattiche, non c’è una narrazione, ma solo i dialoghi o i discorsi catturati dalle riprese. In realtà il potere manipolatorio del regista sta nel montaggio ma questo Loznitsa, come vedremo, lo dichiara. Così, esibendo una serie di situazioni trash, grottesche, il regista esprime il suo punto di vista su chi sono oggi, almeno nella maggior parte, quelli che celebrano la Giornata della vittoria. Ci sono quelli che arrivano con un carrettino, trainato da cagnolini terrier, che porta un ritratto di Stalin e delle bandiere rosse; c’è chi indossa una t-shirt con la faccia di Putin e chi ha uno zaino con la figura dello scudo di Capitan America; c’è chi sostiene che la Germania Ovest sia rimasta fascista come ora lo è il paese governato da Angela Merkel; c’è chi canta una canzone, Born in the URSS che fa il verso a Springsteen; c’è un discorso tenuto da due soldati in uniforme, uno dei quali viene fatto spostare da una persona in retrovia, a suggerire una coreografia goffamente decisa da una regia occulta. E tutti si fanno gli immancabili selfie, onnipresenti nei film di Loznitsa, assurti a simbolo di idiozia delle masse: la banalità della folla. Ma ci sono anche momenti di rispetto che il regista osserva, come il finale di omaggio ai caduti dove tutti si radunano.

Il matematico Loznitsa crea, con Victory Day, un film speculare ad Austerlitz, che funziona con lo stesso meccanismo osservazionale, e la somma dei due film dà un risultato inquietante. Da un lato una popolazione sempre più incline alla dabbenaggine non è in grado di capire l’importanza della memoria, anche come monito, dei campi di sterminio, creando le premesse per un ritorno, nel senso in cui si esprimeva Primo Levi, del passato. Dall’altra parte la popolazione attiva che celebra la sconfitta del nazifascismo, si riconosce in Stalin non accorgendosi di sostenere un’altra forma di totalitarismo. Il matematico Loznitsa gioca con i numeri relativi cambiando il valore delle cose, sostituendo il segno più con il meno. Prendiamo le masse, ricorrenti nel suo cinema, che mostrano stupidità e indole di gregge in Austerlitz, Donbass o nello stesso Victory Day, ma anche, all’opposto, capaci di scendere in piazza per lottare per i propri diritti se sentono minacciata la loro libertà, in Maidan o in The Event. Prendiamo la parola ‘fascista’, ricorrente nei film del regista, termine che nei paesi post-sovietici ha assunto un significato più esteso, indicando, nel ricordo della guerra, genericamente il nemico, il cattivo. Così nei comizi di chi si opponeva al putsch di agosto del 1991, venivano definiti fascisti i golpisti, coloro che paradossalmente volevano ripristinare l’ortodossia sovietica. E in Donbass i militanti filorussi e quelli filoucraini si accusano reciprocamente di fascismo. In Victory Day, si coglie più volte l’epiteto di fascista, affibbiato finanche alla Germania Ovest e a quella riunificata, mentre non si sente mai la parola ‘nazismo’ (si parla a un certo punto del fascismo di Hitler). Quando il concetto di fascismo diventa relativo, non lo si identifica più nel suo valore assoluto, che Loznitsa vorrebbe invece ripristinare nel riconoscere i totalitarismi, e i nazionalismi, di qualsiasi segno, come tali.

Nel suo osservare, stando zitto, il regista intervalla più volte le scene dei visitatori con le riprese dei vari bassorilievi sui blocchi di pietra che rappresentano una sorta di via crucis laica. Immagini di guerra e sofferenza dei contadini straziati, dei bombardamenti, dell’eroico sacrificio dei militi ignoti. Composizioni figurative complesse che Loznitsa mostra ogni volta prima in successivi close-up per finire con il totale, interpretandoli così in una narrazione. Immagini che si mostrano in tutta la loro ieraticità, imperitura, scolpita nella roccia, simboleggiando l’autenticità storica della guerra, la sofferenza. Ma solo alla fine il regista decide di mostrare anche una delle citazioni di Stalin che fanno da didascalia a quei bassorilievi, rivelandone la loro funzione propagandistica. Loznitsa esibisce così, in forma teorica, il potere del montaggio e l’arbitrio che permette, usato da lui in tutto il film, ma dichiarandolo.

Info
La scheda di Victory Day sul sito del Trieste Film Festival.
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