Putin’s Witnesses

Putin’s Witnesses

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Nell’emergere sempre più lampante delle derive dittatoriali della Russia di Putin, “il testimone” Vitalij Manskij pentito del suo iniziale sostegno al Presidente torna nuovamente sul materiale girato nei primi anni Duemila nelle stanze del Cremlino per fare pubblica ammenda e per opporsi, ma nel suo intervento, già di per sé tardivo, perde clamorosamente ogni confronto dialettico e politico. Al punto che Putin’s Witnesses, presentato al Trieste Film Festival nel concorso documentari, finisce per diventare nient’altro che un’ulteriore prova, per molti versi controproducente, della brillante e feroce intelligenza del leader.

Le lacrime del coccodrillo

Gli eventi descritti nel film hanno inizio il 31 dicembre 1999, il giorno in cui Boris Eltsin rassegna le dimissioni da Presidente consegnando ad interim la Russia a Vladimir Putin. Il film si basa su testimonianze uniche, rigorosamente documentaristiche, dei motivi e delle conseguenze dietro all’operazione “Successore”, in seguito alla quale la Russia si è ritrovata con il presidente che governa tutt’ora il Paese. I protagonisti del film sono Mikhail Gorbaciov, Boris Eltsin, Vladimir Putin e la nazione russa, come sempre testimone silenziosa del proprio destino. [sinossi]

Non stanno certo nelle intenzioni, quelli che sono i problemi di Putin’s Witnesses. È anzi perfettamente chiaro ed esplicitato dalla stessa voce fuori campo di Vitalij Manskij come il regista, “colpevole” agli esordi del mandato presidenziale di Vladimir Putin di avere ingenuamente creduto nel suo progetto politico al punto di averlo sostenuto pubblicamente con il suo cinema e ora fra i suoi più fieri e noti oppositori, voglia fare pubblica ammenda ragionando su quasi vent’anni di manipolazioni e di false promesse liberali puntualmente smentite dai fatti con un’operazione cinematografica personalissima, che fa un corposo passo indietro alla ricerca di una nuova prospettiva da cui cercare di capire come sia stato possibile essersi fidato, come sia stato possibile aver creduto alla buona fede del futuro tiranno, come sia stato possibile, in un primo anno di avvisaglie, ambiguità e contraddizioni in buona parte passato insieme, non solo non aver colto i suoi già evidenti impulsi dittatoriali e non averlo contrastato nella sua ascesa, ma anzi avere attivamente collaborato alla sua propaganda.

Manskij, nell’amara consapevolezza che inevitabilmente «il tacito consenso trasforma i testimoni in complici», torna all’immensa mole di materiali girati a inizio millennio, quando fu produttore del film, dichiaratamente promozionale, della prima campagna elettorale putiniana e poi regista, nel corso del primo anno al Cremlino dell’attuale Presidente, del documentario agiografico Putin, The Leap Year (2001), trasmesso sulla TV di Stato russa in occasione del primo anniversario di governo, per cercare ciò che non era stato incluso nei montaggi definitivi dei lavori precedenti e per rileggere ciò che si era già visto sotto un’altra luce, quella del senno di poi, quella che ha ben presenti le preoccupanti derive dittatoriali putiniane fra il culto della persona, le sparizioni degli oppositori e il misterioso omicidio di Boris Nemtsov, quella che, fra la presa della Crimea, la guerra in Ucraina, la fascistoide ricerca di «consenso» fatta di medaglie “dopate” ai Giochi Olimpici di casa e del costante far leva sull’orgoglio residuo dei più nostalgici, ha ora ben chiaro il tentativo di tornare indietro, ai tempi della tirannide stalinista, all’imperialismo, al più bieco autoritarismo.
Ma se è cristallino e condivisibile il tentativo di Manskij, per molti versi nemmeno privo di coraggio, di scagliarsi apertamente contro uno dei più pericolosi e intoccabili potenti della contemporaneità, risultano ben meno convincenti le modalità con le quali lo fa, senza potersi (o volersi) esporre fino in fondo, impuntandosi sui dettagli mentre lascia quasi in sottofondo le “vere” malefatte del governo, e finendo, reso alla lunga miope da un anticomunismo bidimensionale e troppo confuso, ormai incapace quando intravvede il rosso di cogliere le necessarie sfumature storiche e politiche, per perdere nei faccia a faccia ogni occasione di (minimo) scontro dialettico. Tanto che, alla fin fine, quello che emerge da Putin’s Witnesses rendendolo in sostanza controproducente e probabilmente fuori tempo massimo (perché arriva solo ora, dopo così tanti anni, se già nel 2001 iniziavano i primi dubbi?), non è tanto la pericolosità del Presidente russo, non è tanto un riflettere sui fatti di queste due decadi di potere sempre più assoluto, e non è nemmeno la manifesta e belligerante ipocrisia del despota che inganna e tiene in scacco una nazione con atti populisti e una modifica costituzionale che gli ha in potenza spianato la strada al governo a vita con percentuali ogni volta più alte, ma la sua profondissima e feroce intelligenza.
Un’intelligenza di fronte alla quale nemmeno una domanda/supercazzola di marzulliana memoria può far prendere tempo a un regista e intervistatore che, banalmente, non sa più come ribattere all’intervistato, e né al Cremlino né in auto riuscirà più, a differenza di Errol Morris messo allo stesso modo in crisi da Rumsfeld e Bannon nei suoi The Unknown Known e American Dharma, a riprendere in mano le fila dell’intervista.

La notte della genesi di Putin’s Witnesses, presentato nel concorso documentari del 30esimo Trieste Film Festival in un ideale dialogo con il ben più incisivo Meeting Gorbachev di Werner Herzog, è quella del 31 dicembre 1999. La notte in cui Boris Eltsin, a sorpresa e nella costernazione della famiglia di Manskij che, a differenza del regista, fra le ripetute richieste di smettere di filmare ignorate con evidente problema di sguardo dal padre e marito già iniziava a subodorare qualcosa di preoccupante nella figura di Putin, sfruttava il tradizionale discorso di capodanno per defilarsi, per uscire di scena, per diventare il primo, e per ora unico, Presidente dimissionario della Storia russa.
Conscio che il suo delfino Putin, al tempo Primo Ministro da lui stesso nominato alla presidenza ad interim prima di appoggiarlo nella campagna elettorale che lo avrebbe visto trionfare e legittimare il proprio potere, avrebbe garantito al Presidente uscente e alla sua famiglia tutte le necessarie impunità dopo la crisi del ’93 sedata nel sangue con i carri armati contro il Parlamento e l’inizio della, altrettanto sanguinosa, guerra in Cecenia. Ma su quest’ultima parte del discorso Vitalij Manskij, amico di famiglia degli Eltsin al punto di passare a casa loro, con tanto di brindisi a champagne al momento della vittoria di Putin, nottate elettorali e capodanni, preferisce glissare, scoprendo il fianco di Putin’s Witnesses a uno dei suoi primi e principali paradossi, quello che nel suo sincero preoccuparsi per il procedere verso il regime nel culto di una persona finisce per lambire pericolosamente il culto di un’altra persona, quel Boris Eltsin che nell’ascesa di Putin è stato un così fondamentale punto d’appoggio e garante.
“Dimenticandosi”, peraltro, di come otto anni prima il vecchio Presidente avesse lavorato in maniera non propriamente pulita per fare fuori Gorbaciov (che appare a sua volta, ma solo come votante nello stesso seggio di Putin e poi su una TV da spegnere con il disprezzo di chi lo ha sconfitto, scialacquando in un non-incontro la possibilità di Manskij di ragionare sui tre uomini e i tre tipi di potere che si sono avvicendati nel riformismo – o non riformismo – sovietico e poi russo), e portando così di fatto lo stesso regista nella cerchia di chi, troppo amico del potere e dei potenti, finisce esattamente come la sua attuale nemesi per fermarsi alle mezze verità e alle letture di comodo, finisce per non rendersi conto dell’evidenza, o peggio ancora per girarci intorno facendo finta di nulla. Che poi è esattamente una riproposizione di ciò che Manskij, nei suoi lavori di inizio Duemila rilanciati ora come prova sul banco degli imputati, aveva già fatto anche con Putin, lungamente frequentato ma mai realmente incalzato e messo in discussione, e al contrario aiutato nel creare un’immagine di sé il più possibile positiva, falsamente “umana” nel suo non dimenticare le vecchie insegnanti che va a trovare pur nell’evidente mancanza di voglia di rivederle, politicamente “giusta” nel suo continuo dichiarare come in primo piano ci fosse solo ed esclusivamente l’interesse della nazione.

Con il suo accettare la commissione propagandistica del tempo, anzi, lo stesso regista ucraino che ora si scaglia contro il governo è stato in prima persona, prima di passare all’opposizione, proprio una quelle pedine asservite al potere che oggi, da Medvevev in giù, tanto biasima e mette in ridicolo, e anche nella sua autocritica, forse troppo incentrata sull’inganno collettivo una nazione che ha creduto a false e ipocrite promesse, finisce probabilmente per non rendersene conto fino in fondo e rimanere a metà, nel terreno dell’ambiguo, quasi come se in fondo Manskij volesse in parte giustificarsi, quasi come se il suo essere stato connivente e complice dell’ascesa di un Putin non ancora dittatore fosse in qualche modo redento da quel suo unico piccolo dubbio del tempo, da quella sua piccola intuizione, da quella sua piccola preoccupazione di fronte alla registrazione del nuovo inno russo, ritornato, seppure “ripulito” da un banale testo del “solito” Michalkov che parla di mari, boschi e campi in luogo del Partito di Lenin e della vittoria dell’ideale Comunista delle due precedenti versioni, alla vecchia melodia sovietica.
Complice anche la scelta – interessante ma a conti fatti opinabile – di rimettere mano solo ai materiali già esistenti senza girare nulla di nuovo, la malapolitica, la militarizzazione, l’imperialismo e i reali autoritarismi di Putin diventano così un corollario di riferimenti appena accennati nel finale dalla voce fuori campo, mentre sullo schermo appaiono simboli significativi quanto si vuole del tentativo di ri-sovietizzazione della Russia, ma che invece di essere usati come punto di partenza e come suggestione diventano l’unico reale argomento di discussione. Quasi come se l’unica colpa di Putin fosse il cambio di inno nazionale che, con evidente squilibrio narrativo, occupa tutta la seconda parte del film, e quasi come se l’unica colpa di Manskij fosse stata quella, al pari di tanti cittadini russi, di avergli creduto.

Putin’s Witnesses, in questo, aggiunge troppo poco al già noto e riduce al lumicino la potenziale profondità delle sue riflessioni, limitandosi a una presa di coscienza (anti)ideologica che è profondamente personale ma tutto sommato superficiale, e che, seppure indubbiamente interessante nel suo mostrare la nascita del tiranno e nel suo ragionare sulla figura di chi è stato testimone e non ha fatto nulla, non riesce a schierarsi fino in fondo, non riesce a essere autocritica fino in fondo, non riesce a rinnegarsi fino in fondo. Cercando di smontare Putin punto su punto, ma non riuscendo a evitare di fargli fare, ancora una volta, una bella figura, o per lo meno una figura nettamente migliore di quella di chi lo vorrebbe smascherare. E non basta certo l’espressione contrita di un invecchiato Boris Eltsin – sempre più dubbioso nei confronti di Putin nei suoi ultimi anni di focolare domestico ma al contempo suo pubblico sostenitore fino al giorno della morte – perché la Russia apra gli occhi sul suo attuale Presidente. Come è possibile, del resto, che un film che non è riuscito a far ribellare fino in fondo nemmeno il suo autore possa tentare di trascinare un’intera nazione?

Info
La scheda di Putin’s Witnesses sul sito del Trieste Film Festival.
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